Sardegna-Medio Campidano

di Enrico Caracciolo

Dall’altopiano della Giara alla Costa Verde, c’è un’isola nell’isola che si manifesta col silenzio dei luoghi, lungo strade immaginarie che ritornano indietro di millenni, nelle mani di uomini e donne che creano e producono, nel segno dell’arte, l’essenza di un’altra Sardegna. Poco nota ai grandi flussi turistici, ma ricercata da chi viaggia “dentro” il territorio.

(dal numero 187 di Itinerari e luoghi, febbraio 2009)


SULL'ALTIPIANO Escursionisti a cavallo si specchiano in uno degli innumerevoli laghetti della Giara

Arrivano da ovest, volano senza ostacoli rincorrendosi tra lo spazio e la luce, attraversano il mare e si smorzano tra le dune di Piscinas. Spargono nell’aria granelli di sabbia, si tagliano sulla cresta rocciosa dell’Arcuentu, si distendono sui graniti rosa del Linas, s’inebriano di profumi e danzano sulle onde di grano del Campidano, ruotano sulle colline della Marmilla, sibilano tra le pietre dei castelli di Las Plassas e Monreale, rompono il silenzio millenario di massi megalitici, corrono ancora veloci sul tavolato vulcanico di Sa Jara, dove curvano per sempre i tronchi delle querce da sughero e galoppano con i cavallini che vivono liberi. Sono i venti occidentali, libeccio e maestrale, che tutto d’un fiato compiono un viaggio intenso e leggero in questo lembo di Sardegna, dove si respira il Mediterraneo, la luce arriva da ovest, i sensi sono protesi verso sud, la memoria precipita in un sogno lungo cinquemila anni. Volano, si rincorrono, danzano, galoppano, ma a un certo punto, improvvisamente, cala il silenzio, tutto si ferma. L’ora del crepuscolo è un’esperienza tutta da vivere sulle dune di Piscinas o sulla Giara. Le onde si placano, gli uccelli sono muti. Tutto è immobile come in una fotografia ma racconta il movimento.

I viaggi dei venti sono le tracce che possono ispirare una rotta nel Medio Campidano, dove strade e sentieri, pietre e alberi, mani e cuori disegnano una Sardegna distante ere geologiche dall’isola che affolla l’immaginario dei vacanzieri estivi, migranti verso luoghi che vivono solo per un mese all’anno. Questo lembo dell’isola è la meta ideale per chi è alla ricerca di vivere un viaggio sentimentale. Vedere non basta in questa terra, che coinvolge naturalmente tutti i sensi e va a toccare i lati emozionali legati al viaggio. È così che il sogno di muoversi insieme ai venti diventa la proiezione di un’esperienza possibile. Il volo è solo una metafora; in realtà ci si muove lentamente, a piedi, in bici, a cavallo. Anche in auto o in moto si può fare, ma sarà immediata la sensazione di andare troppo veloce, di perdere qualcosa di importante.


Dalla Giara alla Costa Verde

L’altopiano della Giara e le dune di Piscinas sono due luoghi di atmosfere irripetibili. Nel cuore di Sa Jara si vive in una sorta di magica sospensione: le strade, i paesi, gli uomini sono laggiù e non si vedono. Sull’antico vulcano sembra di vivere a metà strada tra terra e cielo, l’orizzonte non finisce mai e si ha l’impressione che Sa Jara  potrebbe essere grande come un altopiano africano. Quassù il Mediterraneo assume le sembianze dell’Africa perché i ritmi del tempo sono segnati da albe e tramonti, l’uomo è un ospite e le capanne di pastori sono una delle poche tracce. La vita e il movimento seguono lo spirito libero degli ultimi cavallini selvatici del nostro continente, l’acqua è impermanente, come testimoniano i paulis, grandi laghi in primavera, spazi vuoti in epoca di siccità. L’acqua è fonte di vita e uno degli spettacoli più belli cui si può assistere sono le fioriture primaverili di ranuncoli, narcisi e orchidee selvatiche.

Verso occidente il Medio Campidano si distende fino al mare. E lo fa nel modo più bello possibile. La dorsale granitica del Linas e le guglie dell’Arcuentu dominano un polmone verde, intimo e segreto, prima di arrivare a sentire echi di risacca e profumo di mare. Queste montagne, che si affacciano sul paradiso, si aprono varchi verso l’inferno. Per fortuna è un inferno muto, che ormai vive solo nei ricordi. Nelle miniere di Montevecchio e Ingurtosu tutto sembra si sia fermato ieri. Non è solo una sensazione: l’ultimo pozzo è stato chiuso nel 1991. Mentre scoppiava il boom economico e negli anni ’80 esplodeva incontenibile la febbre dell’apparenza e delle finanze creative, tra quelle montagne si moriva di silicosi o si rimaneva prigionieri in miniera. A fronte di economie virtuose e virtuali, l’economia di Arbus, Montevecchio, Villacidro e Guspini aveva radici profonde, tristi e nere come le miniere. Le miniere di oggi sono viaggi nella memoria, percorsi fondamentali per capire la storia di questa terra e della sua gente.

Oggi le porte dell’inferno si sono chiuse e, oltre quelle montagne, si spalancano le porte del paradiso. La strada che si srotola verso il mare s’insabbia nella grande duna di Piscinas. Anche qui, come sulla Giara, si cammina sospesi sulla dorsale di una sabbia leggera e infinita, disegnata e costruita dai venti occidentali. Le tracce lasciate sulle dune hanno vita breve come quella delle farfalle: basta qualche respiro di maestrale per cancellarle. Si procede a vista fino al mare, slegati da logiche traiettorie, tra insoliti punti di riferimento: pendenze, curve, ombre, onde di sabbia. E quando si trova il mare, l’unico punto di riferimento è lo spazio sconfinato di sabbie, cielo e acqua dove l’uomo appare irrilevante.

Arbus, Montevecchio, Guspini e le terre campidanesi sembrano luoghi lontanissimi e la percezione è quella di aver trovato, per un giorno, la giusta via di fuga. La stessa percezione si avverte camminando sui sentieri del massiccio del Linas, anima selvaggia del Medio Campidano, oppure lasciandosi attrarre dal magnetismo dell’Arcuentu, misteriosa montagna che concentra nelle sue antiche rocce vulcaniche nebbie e segreti, misteri ancestrali e primitive spiritualità. In vetta ci sono i resti di un antico castello, una cappella votiva e una lecceta ricoperta di muschio. Da lassù, con un solo colpo d’occhio, si toccano l’immensa solitudine della Costa Verde, il taglio netto dell’altopiano della Giara e, in lontananza, le spalle larghe del Gennargentu.

La forza espressiva di questo luoghi non è solo negli spazi infiniti. A San Sisinnio, olivastri millenari, si contorcono e si distendono raggiungendo le dimensioni di querce. Sono ulivi ma bisogna pensarci continuamente per rendersene conto. Sono ulivi ma hanno “corpi” umani e simboleggiano la profonda umanità di questa terra.


Dagli spazi infiniti alle mani dell’uomo

E se il Medio Campidano si distende tra luoghi “estremi”, il suo centro non è una località e potrebbe essere raffigurato con le mani dell’uomo. La ricchezza di questa terra infatti è tutta nel cuore e nelle mani della sua gente, capace di creare, trasformare, forgiare, produrre. La tipicità, parola addirittura abusata altrove per motivi di marketing, qui è espressione quotidiana, un modus vivendi che ha radici antichissime. Solo così si comprende facilmente come alcuni laboratori di ceramica custodiscano 5.000 anni di storia. Roberta Cabiddu, ceramista di Villanovaforru, lavora con tecniche nuragiche  e considera il tornio uno strumento futuristico. Realizza pintadere (strumenti per decorare il pane) e askos (vasi utilizzati in epoca nuragica durante riti religiosi) con la tecnica del “colombino” e gli strumenti per la decorazione dell’argilla sono conchiglie e ossa di animali.

Nel segno del fuoco e del metallo, mani sapienti rendono onore alla tradizione dei coltello, oggetto che in Sardegna ha segnato nei secoli la quotidianità di pastori, contadini e minatori. I governi spagnolo e piemontese nel XVII secolo vietarono l’uso di coltelli a lama fissa creando così le condizioni per la produzione di arresojas, vale a dire coltelli a serramanico. Un coltello di grandi tradizioni è l’arburesa, conosciuto anche come “gonnese” o a “foggia antica”, con lama panciuta, manico ricurvo in un unico pezzo e due fascette metalliche alle estremità. In terra sarda il coltello è qualcosa in più di un semplice strumento da lavoro e costituisce un elemento etnico identificativo, parte integrante dell’uomo come potrebbero essere i baffi o le scarpe. E soprattutto, grazie all’abilità di coltellinai sopraffini, non è solo tecnica ma una forma d’arte. Basta entrare in uno dei tanti laboratori sparsi sul territorio. Ad Arbus c’è il museo del coltello e Paolo Pusceddu, deus ex machina di questa struttura, trasforma i coltelli in pezzi da collezione. L’ultima sua “perla” è un coltello con lama “damascata” raffigurante la Natività. Se poi si ha la fortuna di vederlo all’opera nel suo laboratorio, anche nell’esecuzione di un lavoro semplice e per lui non troppo impegnativo, si scopre che la passione e l’ingegno creativo vengono prima della tecnica. Osservandolo in azione viene naturale pensare che Paolo Pusceddu sta alle lame come Maradona sta al pallone: forse è un’esagerazione, ma serve per rendere l’idea che anche la realizzazione di un coltello può essere uno spettacolo.

Nell’immaginario collettivo la produzione di pecorino sardo è un rito antico e l’idea dell’allevatore richiama il luogo comune di uomini che vivono in simbiosi col proprio gregge isolati dal mondo. In realtà “luoghi comuni” nel Medio Campidano non esistono, in tutti i sensi. A Funtanazza, nel paradiso della Costa Verde, Mauro e Sandro Lampis producono pecorino e ricotta da agricoltura biologica seguendo le orme del bisnonno Pietro che produceva formaggio già dalla metà dell’’800. La storia prosegue con nonno Raimondo e babbo Pietro che pur avendo visto l’Uomo sbarcare sulla Luna mai avrebbe pensato che i figli Mauro e Sandro sarebbero stati fra i primi allevatori al mondo a usare l’alta tecnologia nelle fasi di mungitura e monitoraggio del gregge e della produzione. E così è normale a Funtanazza ritrovarsi tra le pecore con un PC tra le mani per valutare una serie di dati riferiti a ogni singolo capo di bestiame. “Fra tradizione e innovazione” è uno degli slogan più abusati ma qui è la realtà dei fatti.

E non finisce qui. Grazie alle mani laboriose di uomini e donne del Medio Campidano tra le produzioni che si identificano in questo territorio c’è l’”oro rosso” di San Gavino Monreale, Turri e Villanovafranca, il triangolo dello zafferano. I tepori autunnali creano le condizioni ideali per la fioritura verso fine ottobre e inizio novembre.  Uomini e donne ricurvi per ore raccolgono centinaia di fiori per qualche grammo della preziosa spezia. Dopo la raccolta, sempre manualmente, avviene la separazione degli stimmi (tre per ogni fiore) e la successiva essiccazione. Centotrenta fiori e trecentonovanta stimmi servono per un grammo di zafferano. Ciò significa che per un chilo di “oro rosso” servono centotrentamila fiori. Il valore? circa cinque euro al grammo che significa cinquemila euro al chilo!

Nonostante la scarsità di precipitazioni la ricchezza di questa terra era nota già a Fenici e Romani. Non a caso il Medio Campidano divenne uno dei granai privilegiati di Roma. Niente come il pane costituisce la ritualità, racconta la quotidianità, e trasmette il calore di tradizioni familiari. Oltre al classico civraxiu con il coccoi il pane campidanese diventa una scultura e trasforma in arte l’alimento più semplice e basilare della tavola.

Dagli spazi orizzontali alla verticalità

Il viaggio nel Medio Campidano finisce nella verticalità. I grandi spazi orizzontali della costa, delle colline e degli altipiani sprofondano nel tempo quando si scivola nel silenzio e nelle ombre di costruzioni nuragiche. È li che batte forte il cuore antico di questa terra. È li che la nostra mente tecnologica produce interrogativi senza troppe risposte. Negli spazi delimitati da pietre megalitiche si dilatano misteri e iniziano viaggi interiori, tra immaginazione e ricerca di segreti e tesori.

Tutto ciò si avverte sulla pelle varcando l’apertura di una delle varie domus de janas del territorio, grotte scavate nella roccia per il riposo eterno dei defunti: in un passo un salto di 5.000 anni indietro. Anche i nomi di nuraghi, tombe dei giganti e domus de janas evocano le tappe di un viaggio arcaico: Genna Prunas, Cort’e’ Semmuccu, Sa domu ’e s’Orku, Su Quaddu ’e Nixias, Bruncu Màdugui, Genna Maria, Nuraxi ’e Cresia, Su Nuraxi. Proprio quest’ultima, Su Nuraxi, è una tappa imperdibile del nostro viaggio. Si trova a Barumini e costituisce il più importante dei possedimenti nuragici, abitato per circa 1.200 anni tra il 1450 a.C. e il 300 a.C. e riconosciuto dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità,

Senza più una rotta stabilita, questa Sardegna regala la sensazione di essere nomadi. In una continua alternanza tra movimento e immobili silenzi, sconfinati spazi orizzontali e profondità verticali, dove la presenza dell’uomo è impercettibile, si scopre una terra umanissima che ispira fiducia. Il viaggio nella terra campidanese termina nell’ora magica, quando tutto si ferma, dopo la luce, prima del buio. Nell’aria di Tuili il suono antico di launeddas, nella tomba di Sa Domu ’e s’Orku misteri senza tempo, nella piazza Zampillo di Villacidro tredici panchine per quarantasette uomini, nella miniera di Montevecchio una famigliola di cervi, a Villamar un murale “contra sa prepotenzia, contra sa violenzia”, a Turri profumo di zafferano, sulla Giara sculture di sughero, a Piscinas sabbia sotto i miei piedi.