Vivere il Raval

di Fabrizio Finetti

Sulle tracce di Montalbán scopriamo il Raval, barrio incollato alle Ramblas, polo culturale cosmopolita e vitale dove circola un’umanità inquieta, di cultura e coordinate diverse.

(dal numero 139 di Itinerari e luoghi, settembre 2004)


CULTURA E CARITÀ Il Centro di Cultura Contemporanea ha trovato sede negli edifici ottocenteschi della Casa della Carità.

Barcellona, Codice Postale 08001. Manuel Vázquez Montalbán, mittente di un racconto lungo una vita, intessuto di storie di “ordinaria delinquenza e solitudine”, era nato qui, nel Raval, nel ventre molle della città, in questo barrio incollato alle Ramblas, fatiscente e vitale, dove circola un’umanità inquieta, di cultura e coordinate diverse. Raval è un nome resuscitato nella memoria cittadina, dopo che il giornalista Angel Marsá lo aveva battezzato con successo come “Barrio Chino” nel lontano 1925. Una definizione in parte ancora attuale, ma attribuita negli anni in cui la zona era ridotta ad un concentrato di ruderi privi di ogni dignità archeologica nei quali erano stipate oltre centomila anime per chilometro quadrato: un primato da far impallidire le megalopoli asiatiche. Graziato dal suo maleodorante passato, oggi si presenta come il quartiere più sperimentale e letterario di Barcellona, centro di un ambizioso progetto socio-culturale oltre che urbanistico e protagonista di una stagione tormentata da quando “il piccone olimpico”, per usare le parole dello stesso Montalbán, a partire dalla fine degli anni Ottanta è piombato “per aprire le strade da cui evacuare i cattivi odori della droga e dell’aids, l’immigrazione dal Maghreb e quella nera”. Una metamorfosi ancora in atto, che si può toccare con mano soprattutto nel “sud” del quartiere, la parte più vicina al mare, dove resistono zone a luci rosse e lo stesso ispettore Pepe Carvalho, creatura prediletta del suddetto scrittore, seguendo il fedele Biscuter si meravigliava per “un itinerario inatteso che si addentrava nel Barrio Chino con più accumuli di sporcizia e sordidezza che mai, quasi a voler giustificare i bulldozer rigeneratori…”.

Una storia breve ma intensa quella del Raval, concentrata in poco più di duecento anni, sebbene già nel XIV secolo fosse abbracciato dalla terza cerchia di mura della città. Osando si può affermare che il quartiere sia nato sull’onda lunga della controriforma, popolandosi lentamente solo di chiese e conventi, se in pieno Settecento lo scrittore inglese Henry Swinburne, descrivendo la Rambla dice che “il tragitto è pieno di attrattive, da un lato i placidi campi e dall’altro una serie di giardini e di aranceti…”. Una descrizione idilliaca destinata a svanire in pochi anni dopo l’abbattimento, nel 1774, della porzione di mura romane del IV secolo che s’affacciava proprio sulla Rambla, preludio del rapido avvento della rivoluzione industriale. Da antico giardino di conventi a inferno dantesco, che con i suoi luoghi di meditazione vide sparire ogni forma di dignità umana, inghiottita da fabbriche e ciminiere ammassate fino all’inverosimile. L’area divenne talmente satura che già nel 1846 fu proibita l’installazione di nuovi impianti, considerato anche che la popolazione al suo interno si era moltiplicata di ben diciassette volte in solo 150 anni. Di pari passo nacque la fama di questa umanità incatenata ai telai e sepolta nei vapori acidi emanati dai grandi macchinari, una moltitudine composta da “pezzenti, ladri e prostitute a buon mercato”, come fu catalogata sbrigativamente da Ilja Eremburg negli anni Trenta, o raccontata in prima persona da autori quali Jean Genet, “che meglio visse la realtà di quel quartiere, perché la visse come ladro e omosessuale”, come ci ricorda sempre Montalbán. Un quadro cupo, pesante, in cui le bombe della guerra civile dettero solo un modesto contributo all’inevitabile sfascio urbanistico e biologico, a cui è seguito l’oblio dei decenni franchisti.
Oggi i colori sono diversi, le sfumature si sono moltiplicate a favore di tonalità mediterranee che fino a ieri faticavano “facendosi strada per le carni distrutte e gli scheletri calcinati delle architetture più miserabili della città”. La scintilla olimpica, attesa come una liberazione dalle tenebre, ha benedetto una rivoluzione che, partita dall’ormai lontano 1986, non ha ancora individuato il suo capolinea. Barcellona ha scoperto di avere un formidabile motore dentro di sé e un’innata capacità di guardare avanti. Vent’anni di lavoro frenetico hanno sconvolto il baricentro cittadino cancellando l’equazione tra realtà e tradizione, a favore di un nuovo immaginario e un’emergente personalità letteraria. Passeggiando nel fitto mosaico di viuzze s’incontrano sempre più frequentemente tessere enormi, di proporzioni sconosciute fino a pochi anni or sono. Sono le avanguardie di questa rivoluzione urbanistica, come il Museo d’Arte Contemporanea (M.A.C.B.A), o il Centro di Cultura Contemporanea (C.C.C.B.), che insieme ad altre istituzioni stanno formando un polo culturale di grande spessore, un gigantesco catalizzatore di energie giovani e cosmopolite.
Si sta cercando una formula complessa per costruire una società non ancora sperimentata, in cui sono confluite le correnti migratorie più disparate, predisponendo uno scenario che s’arricchisce di anno in anno di nuovi fondali e trasforma in simboli (non senza polemiche) i resti del suo ingombrante passato. Si può passeggiare all’infinito e vivere intensamente nel Raval con la sensazione netta di assistere a un esperimento dall’esito incerto, provando stupore o disgusto, certamente né noia né assuefazione. Provare per credere.

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La visita

Punto di partenza: piazza Catalogna
Punto di arrivo: Museo Marittimo
Durata: 2 giorni
Nota: la descrizione dei punti d’interesse è fatta solo per comodità seguendo, indicativamente, la direzione nord-sud, poiché “vivere” il Raval vuol dire ritornare molte volte sui propri passi, abbandonando l’idea di un percorso prestabilito. Le distanze da percorrere, rigorosamente a piedi, sono limitate e senza significativi dislivelli.

È naturale iniziare una visita di Barcellona da piazza Catalogna, crocevia di tutti i trasporti metropolitani e da lì scendere sulla Rambla, con i suoi colori, gli artisti di strada e gli storici commerci. Oltre la Rambla c’è il Raval, un mondo d’infinite strade che, come ferite profonde, portano al cuore di un labirinto. Si può cominciare questa esplorazione da carrer del Bonsuccés, per affacciarsi immediatamente sui portici di plaça Martorell, un angolo piacevole, ricco di localini e protetto dall’elegante mole di un palazzo seicentesco, parte di un antico convento che ospita alcuni uffici del distretto. Sulla piazza si potrà osservare quella che in passato fu la Casa della Misericordia, il luogo dove venivano abbandonati i bimbi appena nati e oggi trasformata in sede di circoscrizione. Sulla bella carrer d’Elisabets, al n° 6, troverete la chiesa appartenuta a quest’antica istituzione, divenuta una prestigiosa libreria, mentre lo sguardo finirà per essere attratto dalla cinquecentesca chiesetta del Convento degli Angeli che chiude la prospettiva della via.
Appena usciti sulla piazza è inevitabile rimanere folgorati dallo squarcio di luce bianca emanata dal Museo d’Arte Contemporanea (M.A.C.B.A.), opera terminata nel 1995 dall’architetto Richard Meier, una sfida di proporzioni enormi che sta catalizzando intorno a sé un polo culturale in continua espansione. Quale tempio dell’arte apre le sue porte in un grande pronao fatto di scale e colonne nude che introducono in aule bianche, sacre al culto politeista delle nuove avanguardie. Le sue linee sono di un’assoluta purezza concettuale, un contenitore ideale per un’arte enigmatica fatta di performance e installazioni, ma che accoglie anche i percorsi più celebrati della seconda metà del Novecento. Di fronte, nell’antico edificio che fu il Convento degli Angeli, ha trovato sede il F.A.D., l’Istituto per lo Sviluppo delle Arti Decorative, sede perenne di mostre e iniziative (come nell’annessa chiesetta).
Sulla grande piazza nata da questa rivoluzione urbanistica scorre una vita animata, ritmata dalle acrobazie degli skateboard e dalle tante persone che si ritrovano per godere del loro tempo libero. Alle spalle del museo c’è un’altra prestigiosa istituzione, il Centro di Cultura Contemporanea (C.C.C.B.), che si è impossessato di parte dell’antica Casa della Carità. L’ingresso nel Patio de les Dones, o Cortile delle Donne, non lascia dubbi sulla portata dell’intervento e sulla qualità dei risultati. Una facciata nuda e aggettante, progettata da Helio Pinon e Albert Viaplana, ottimizza i grandi spazi espositivi e chiude felicemente l’elegante quadrilatero ottocentesco decorato sia con iscrizioni a carattere morale che con motivi geometrici e floreali. Più intimo e antico è il Patio Manning (sede del C.E.R.C.), attiguo al precedente, ravvivato da belle maioliche del Settecento e anch’esso parte della soppressa Casa della Carità. Da notare come il lungo muro di cinta del cantiere, che per anni ha fronteggiato queste istituzioni, sia stato usato come una galleria a cielo aperto da un’intera generazione di giovani artisti che hanno fatto dei loro graffiti, o murales che li si voglia chiamare, una forma d’arte spontanea e spettacolare.
Alle spalle di tutte queste opere contemporanee non mancano piacevoli e antiche sorprese. Angoli quasi introvabili nascondono piccoli segreti, monumenti inattesi di un gusto passato e di una voluttuosa necessità. In carrer del Tigre nessun fregio esterno tradisce il trionfale arredo modernista de La Paloma, una sala da ballo che conserva intatte struttura e atmosfera del lontano 1903. Un locale unico nel suo genere a Barcellona, assolutamente eccezionale, che sa cambiare abito e clientela con impressionante facilità, dalle sei del pomeriggio alle quattro del mattino, sempre nella sua cornice delirante di legni e stucchi dorati. Scendendo lungo carrer Joaquim Costa, una via molto popolare e animata, s’incrociano diversi locali di vario interesse, artistico e gastronomico, prima di svoltare a sinistra per infilarsi in plaça de les Caramelles. La piazza, su cui s’affaccia l’altro lato del Convento degli Angeli, è uno degli interventi di ristrutturazione più felici del quartiere, uno spazio vitale che offre una reale possibilità d’incontro ai suoi abitanti e nel cui arredo non mancano spunti creativi. Approdati su carrer del Carme si può decidere di deviare sulla destra fino alla dimessa plaça del Pedró, cara allo scrittore Montalbán, con l’immagine di S. Eulalia e la chiesetta romanica di San Lazzaro semidivorata dalle case, e da lì percorrere il breve tratto di carrer de S. Antoni Abat per prendere una boccata d’aria alla vista dell’omonimo mercato ottocentesco (oltre i confini del Raval) che ogni domenica mattina ospita frenetiche compravendite di libri e cartoline usate.
Tornando sui nostri passi e imboccando carrer de l’Hospital s’incrociano sulla sinistra le mura gotiche dell’Ospedale della Santa Croce, attivo dal XV secolo fino al 1926, che attualmente ospita intorno agli aranci del chiostro la prestigiosa Biblioteca di Catalogna e l’Istituto di Studi Catalani. Sebbene ci si trovi nel cuore del quartiere, come resistere alla tentazione di affacciarsi sulla Rambla, o sulle Ramblas, come è più corretto dire? Nei due tratti centrali, denominati dels Estudis e di Sant Josep, si trova la maggior concentrazione di monumenti, non a caso proprio sul lato del Raval. Meritano una citazione la chiesa barocca di Bethlem, voluta dai Gesuiti tra la fine del 1600 e l’inizio del ’700 e il severo Palazzo de La Virreina, costruito sul finire del XVIII secolo per il viceré del Perù, che svolge le funzioni di Istituto di Cultura e ospita i giganti simbolo della città (Jaume e Violant). Poco oltre si apre il famoso mercato della Boquería, una delle più celebri istituzioni cittadine, nato nel 1840 sulle rovine del Convento dei Carmelitani bruciato nel 1835. Considerarlo solo un’attrazione turistica sarebbe un grave errore, perché è tuttora il mercato più fornito della città vecchia, a cui si perdona volentieri l’occhiolino strizzato al cliente di passaggio. Scendendo ancora di qualche passo si potrà ammirare la più bella vetrina modernista del viale: l’antica Casa Figueras del 1902, ancora più attraente per la rinomata pasticceria che ne occupa il locale.
Dopo aver gettato uno sguardo al celebre mosaico di Miró, posato nel 1976 in pla de l’Os, o pla de la Boquería (nel bel mezzo della Rambla) e alla facciata dell’ancor più celebre Teatro del Liceu, con un repentino cambio di direzione rientriamo nel quartiere attraverso carrer de Sant Pau, per sbucare nella nuovissima Rambla del Raval. Un gigantesco varco che per la sua forma ricorda uno stadio dell’antica Grecia, aperto tra “i vicoli abbandonati alla loro storia inutile, (…) per interpretare il ruolo di vetrina olimpica”. Un intervento necessario, ancora in espansione, che ha cancellato l’atmosfera di un desiderato arrivo a Casa Leopoldo lungo l’angusta carrer Sant Rafael, ma ha restituito una speranza perduta da tempo a uomini e mura superstiti. Seguendo di nuovo carrer de Sant Pau, in pochi passi si arriva all’omonima chiesa (Sant Pau del Camp), forse il più importante monumento romanico di Barcellona. L’edificio, a pianta greca, fu ricostruito nel XII secolo su quello già esistente nel 912 e si presenta con una facciata semplice quanto nobile, in cui emergono la figura del Cristo tra i santi Pietro e Paolo, i simboli dei quattro evangelisti e due colonne visigote. Ancora più suggestivo è il piccolo chiostro duecentesco arricchito da archi trilobati: un’oasi medievale sopravvissuta intatta nella sua funzione. Intorno alla chiesa, invece, la realtà ha subito profondi cambiamenti e oggi una sola ciminiera a lato di un ampio spazio verde modellato negli anni Novanta, ricorda il passato industriale del Raval, di cui carrer de les Tapies era uno dei simboli più angoscianti.
Presa la parallela carrer Nou de la Rambla si punta ancora con decisione verso il centro, attraversando una delle zone più “intatte” del Raval, fino a trovare l’austero Palazzo Güell che c’introduce alla geniale figura del suo autore, Antoni Gaudí. Si tratta di un’opera giovanile, concepita tra il 1886 e il 1890, che pur non avendo le linee sinuose e accattivanti dei lavori della maturità evidenzia già i temi ispiratori della sua arte: la natura, il gotico e la fede. Alcuni elementi sono di un’originalità assoluta, come il doppio ingresso per le carrozze, le colonne del sotterraneo, le decorazioni della sala da visita. Ma il capolavoro del palazzo, almeno da un punto di vista cromatico, è lo splendido insieme di venti camini che popolano il tetto intorno a una cupola conica. “Un bosco della fantasia”, un esperimento in cui Gaudí ha fatto uso di vari materiali, dal marmo ai frammenti di ceramica, il famoso “Trencadis”, una tecnica che diverrà uno dei suoi cavalli di battaglia nella gara tutta modernista per il rinnovo funzionale dell’arte.
Sbucati di nuovo sulla Rambla non resta che percorrerne l’ultimo tratto, denominato di Santa Monica, in cui il viale s’allarga quasi a formare un delta in cui abbraccia gli ultimi edifici, il Centre d’Art Santa Monica e le Darsene Reali, museo dedicato alla vera grande fonte di ricchezza che la città ha sempre avuto: il mare.

UNA GIORNATA CON PEPE CARVALHO
Nel Raval alla ricerca dei sapori cari all’ispettore buongustaio.
Nota:
scegliere i locali giusti non è banale, perché “c’è un prima e un dopo nell’offerta gastronomica di Barcellona, un prima e un dopo che ha a che vedere con i giochi olimpici”, cosa che spiega un itinerario di locali collaudati, dove la sorpresa sarà un piacere riservato interamente alle specialità dei menù.

Ore 9 e dintorni, colazione in fattoria. È possibile alla Granja M. Viader, in carrer D’en Xuclá, una viuzza nascosta all’ombra della chiesa di Bethlem. Il locale, semplice e accogliente, offre da oltre 130 anni latte e derivati di ottima qualità e può vantarsi di una piccola e gustosa “invenzione”: quella del cacaolat, presentato per la prima volta nel 1931. Altro ambiente caratteristico al n° 63 di carrer del Carme è il Bar Muy Buenas, che dietro l’elegante portone in stile floreale nasconde un arredo più eclettico e una clientela altrettanto anticonformista, mentre più squisitamente culturale è l’invito della Granja de Gavá al 37 di carrer Joaquim Costa.
Se preferite rinforzare il vostro contatto alimentare e cimentarvi in una picada a base di tapas (razioncine di piatti caldi o freddi d’ogni genere: olive, pesce, frittate, crostini ecc.), allora la scelta si fa davvero imbarazzante, perché trattandosi della più celebre usanza iberica, l’offerta è praticamente sterminata. La soluzione potrebbe essere quella di tuffarsi nella Boquería, il mercato per eccellenza di Barcellona, e appollaiarsi ad uno dei banconi che offrono la vera cucina popolare, magari prima di comprare gli ingredienti “di un menù (…) che la memoria gli dettava implacabile: olive ripiene, baccalà bagnato, peperoni, un tacchino, prosciutto, salsiccia, prugne candite, albicocche secche, pinoli, lo smantellamento di una ricetta che custodiva segreta in qualche piega del cervello”.
Se ne avete la possibilità, potendo fare uso di una cucina, perché non provare al momento le ricette che l’ispettore ci dispensa in abbondanza nelle sue avventure e che ha addirittura riunito in un libro (Le ricette di Pepe Carvalho). Si possono tentare idee semplici come “…dei filettini di branzino crudo macerati nell’olio al dragoncello…”, o cimentarsi nella riproduzione di piatti tradizionali come le atascaburras di Cartagena alla maniera della nonna di Carvalho, che “… si fanno lessando patate, baccalà, aglio e peperoni. Si pesta poi il tutto nel mortaio, con aglio più o meno abbondante a seconda della natura più o meno atavicamente spagnola dei commensali, e si lega l’impasto – denso come colla da tappezziere – con olio e limone, e dovrà avere l’aspetto di un purè rossiccio, dal sapore aspro e aggressivo, con il bouquet finale del baccalà riconcentrato”. Senza strumenti del mestiere, però, è d’obbligo affidarsi ad un “ristorante onesto” come Casa Leopoldo, dove l’ispettore era stato iniziato dal padre ai piaceri della cucina e si sentiva a suo agio nell’ambiente familiare. Quando vi portava a pranzare i suoi clienti era solito lasciare l’iniziativa gastronomica al ristoratore, come quella volta in cui l’ospite, non senza sorpresa, si trovò “davanti allo spiegamento pantagruelico di vassoi pieni di scampi all’aglio, seppie e polipetti microscopici, anguillette con prosciutto d’anitra e fette di kiwi, mezze aragoste e gamberoni, un enorme rombo cotto prima alla piastra e poi passato al forno”. Una scelta antitetica, ma altrettanto valida per un buon pranzo, può essere rappresentata dal Silenus, che propone un numero limitato di piatti ispirati ad una cucina più creativa, annunciata in un menù d’Arcadia e servita in un ambiente da bistrot.
L’ora del tè, o un regalo a qualche persona cara, potrebbero essere un buon pretesto per mettere piede nella splendida vetrina modernista della pasticceria Escribá, ospitata nell’antica Casa Figueras e proiettata degnamente sul palcoscenico della Rambla. Troverete uno scrigno di prodotti eccellenti, a cominciare dalla cioccolata, tutti confezionati con eleganza d’altri tempi. Sempre in tema di regali, o di piaceri, perché non concedersi il lusso di acquistare “un’essenza” unica, personalizzata, prendendo “lezioni da un amico di plaça del Bonsuccés. Ha una torrefazione che si chiama la Portòrriqueña e mi ha preparato una miscela di otto etti di caffè colombiano di prima qualità e due etti di tostato dominicano”.
Mangiare a qualsiasi ora non è certo un problema, per questo ci sono una serie di locali non particolarmente specializzati, che nella mattinata si travestono da bar per poi improvvisarsi ristoranti e, a notte fonda, rivelare la loro vera vocazione di taverne per nottambuli. Esempio per tutti l’Oveja negra nella breve ma animatissima carrer de les Sitges. Una serata che si rispetti, però, non può iniziare senza un perfetto aperitivo e per questo a pochi metri di distanza s’incontra il Caribbean Club, ormai una succursale del più celebre Boadas, il primogenito spagnolo dei cocktail bar, più volte citato dal nostro autore nei suoi racconti. “Per Carvalho la rotta della Barcellona dei cocktails era un sentiero che cominciava dal Boadas, accanto alle Ramblas, con la sua padrona lunare e il suo sfondo da disegno di Opisso dietro le bottiglie, come un paesaggio-memoria di una città che era ormai definitiva memoria”.
Non rimane che coronare la giornata sedendosi ad una tavola degna di questo nome, un luogo capace di mutare i sentimenti, come avvenne a Charo in un momento della sua tormentata relazione con Carvalho. “Appena le propose di pranzare in un ristorante, la tristezza divenne allegria e si diedero appuntamento a Casa Isidro, in calle de les Flors, al confine con le rondas, a pochi metri dalla sorpresa romanica della chiesa di Sant Pau del Camp”. Una scelta senza dubbio felice, questo piccolo ristorante di grande fama che “sublima l’antica cucina di mercato” e cura i particolari ricorrendo persino all’opera di Joan Miró per il suo menù. “Charo era una donna matura e bella. Maturava con una dignità grave, e qualcosa di simile alla tenerezza venne interrotta dalla saggia introduzione al menù fatta da Isidro e Monserrat, i coniugi che gestivano il ristorante (…). Al – cos’avete di nuovo – che Carvalho pronunciò con una semplice formula, risposero senza batter ciglio, foie-gras d’oca alla crema di lenticchie verdi, gli antipasti di foie-gras, i duroni alla crema di limone verde, il baccalà gratinato aromatizzato con l’aglio, i farcellets di cavolo ripieni d’aragosta al profumo di zafferano, il branzino alla ciboulette, la sogliola con le more, il riz de veau alla crema di limone verde e fermarono la loro esposizione di novità senza turbarsi, senza prendere coscienza della profonda emozione suscitata nell’animo di Carvalho, sdegnato da così tante possibilità dall’obbligo di scegliere. Di tutto un po’ disse ironicamente. (…) Non vivrò abbastanza per assaggiare tutto”.

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Un catalano autentico
Manuel Vázquez Montalbán (Barcellona 1939, Bangkok 2003) prima che giornalista, poeta e scrittore è stato un formidabile amante della vita, passione celata sotto i tratti seri e melanconici di catalano autentico. Un intellettuale onesto, profondamente antifranchista, che ha pagato in prima persona per le radici del suo pensiero e che, cambiati i tempi, non è salito sul carro dei vincitori. Più di altri ha diffuso un’immagine inedita e non trionfale della sua terra, contribuendo a fare di Barcellona una città letteraria, un’ambizione frustrata e frustrante da sempre, perché, come egli stesso diceva,“ai barcellonesi di oggi, come a quelli di ieri e a quelli di domani, rimane la sensazione di vivere in una città che non è mai riuscita a ben maritarsi del tutto”.
Tra le sue opere (www.vespito.net/mvm è la “página web oficiosa” di Montalbán) ricordiamo le Ricette immorali (1981), E Dio entrò all’Avana (1990), Pamphlet dal pianeta delle scimmie (1994), la biografia Io, Franco (1992) e la produzione poetica inaugurata con Un’educazione sentimentale (1967). Ma il personaggio che lo ha reso celebre e nel quale s’identificava completamente è l’ispettore Pepe Carvalho, che ha debuttato nel 1972 in Io ho ucciso Kennedy e che lo ha accompagnato in un viaggio ininterrotto, proseguito con Un delitto per Pepe Carvalho (1982), Gli uccelli di Bangkok (1983), La solitudine del manager (1983), Il centravanti è stato assassinato verso sera (1988), Il labirinto greco (1991) e così via, fino a Quartetto di Buenos Aires (1997) e L’uomo della mia vita (2000).
Personaggio solitario e stravagante, l’ispettore vive un rapporto ossessivo con la cultura, che lo porta a scegliere con cura i libri non da leggere, ma da bruciare, perché “Ci avevo creduto troppo in tempi passati, e non mi hanno insegnato né a vivere né a invecchiare”, finendo così per sublimare le sue passioni nella gastronomia, vissuta in bilico tra un innato istinto alla creatività e un’altrettanto “naturale inclinazione a lanciarsi ad occhi chiusi sulla prima Paella…”.

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Indirizzi utili
Turismo Spagnolo, www.turismospagnolo.it; via Broletto 30, Milano, tel. 02.72004617, milan@tourspain.es; piazza di Spagna 55, Roma, tel. 06.6783106.