Emilia-Romagna Bologna
La città delle sorprese
testo di Massimo A. Calvi – foto di Bruno ZanzotteraIn gommone su un canale dimenticato, a piedi lungo un fiume sotterraneo o inseguendo le note dei suoi cantautori, il capoluogo emiliano rivela angoli del tutto inattesi, perfino ai suoi abitanti.
(dal numero 189 di Itinerari e luoghi, aprile 2009)

LE DUE TORRI Una giovane musicista sotto le torri della Garisenda (a sinistra) e degli Asinelli (a destra).
Bologna è l’incrocio d’Italia, prima o poi ci passano tutti. In tanti si fermano, a studiare all’Alma Mater, e non se ne vanno più. Rapiti, per dirla con Guccini, da questa «volgare matrona». È una città che si può scoprire seguendo tante, differenti, suggestioni. Noi abbiamo scelto una Bologna di superficie, percorsa a tempo di musica, e una più misteriosa, sotterranea. Sotto il porfido delle strade, infatti, scorre il fiume Aposa, che scende dalle colline ed è l’unico corso d’acqua naturale in città. Sono in molti, anche fra i bolognesi, a non conoscerne l’esistenza. Per secoli Bologna ha tratto il suo sviluppo dall’acqua. Ancora oggi nella toponomastica cittadina troviamo nomi come via del Porto o via Riva Reno: tracce di un tempo non troppo lontano, in cui l’acqua le barche approdavano e ripartivano. L’acqua del Reno entra a Bologna attraverso la chiusa della Grada, vicino a porta San Felice e diventa Canale delle Moline. Il sistema dei canali artificiali fu l’intuizione strategica che anticipò al 1300 la rivoluzione industriale. L’acqua infatti divenne forza motrice per numerose macchine tessili, facendo evolvere tante attività da artigianali a industriali. Gli edifici furono sventrati, per far posto ai castelli di legno sui quali ruotavano gli aspi, si muovevano i pettini e gli orditi e tutti gli elementi di precisione che permettevano di produrre tele impalpabili di seta a soli due fili. L’ingegnoso sistema è fedelmente riprodotto nel bel museo del Patrimonio industriale. I tessuti venivano poi imbarcate nel porto cittadino, da dove raggiungevano il mare e poi Venezia. Il commercio fu fiorente fino all’affermarsi della meccanica di precisione. Questa è terra di geniacci. Industriali, piccoli imprenditori, cooperatori, professori. Terra di passione politica dalle tante anime. Bologna ha due anime: quella papalina e quella anticlericale. Il popolo, nel quattordicesimo secolo, demolì per ben cinque volte il castello di Galliera, sede del Legato Pontificio. Non andò meglio ai francesi, piantati nel fango nel loro accampamento, perché i bolognesi serrarono le chiuse. Per non parlare degli austriaci, che nonostante i cannoni piazzati sulla collina della Montagnola furono respinti dalla gente l’8 agosto 1848. All’evento è dedicata l’omonima piazza, teatro degli scontri, oggi sede del grande mercato della Piazzola.
Bologna è una città ambigua, per molti emiliana, per qualcuno romagnola. Quaranta chilometri di portici, nel solo centro storico, segnano un’alternanza di luci e ombre unica al mondo. Le volte e le colonne disegnano nello spazio la doppiezza di una città divisa fra l’essere luccicante, ridanciana, esibizionista e trasgressiva e l’essere misteriosa, studiosa, finanche cospiratrice. E’ l’anima scura, che dà la voce al sussurro dei quattro angoli del Voltone del Podestà, dove un geniale effetto acustico permette di parlarsi a distanza, dandosi le spalle. Geni, si diceva. Bologna, sede universitaria da oltre nove secoli, ne sa qualcosa. Nel 2009 ricorre il centenario del Nobel al «perito industriale» Gugliemo Marconi, che a Sasso, sui colli bolognesi, cambiò la storia del mondo inventando la radio. Un onore che fa per due, in una città così legata alla tecnica e alla musica. Già, la musica. Altri geni. Impossibile citare tutti quelli nati o adottati dalla Dotta: dal piccolo Mozart, che passò l’esame all’Accademia filarmonica, a Rossini, che legò la sua vita a Bologna, prima di lasciarla per Parigi. Più avanti furono i tempi dei cantautori e delle osterie: Guccini, Dalla, Lolli… e dopo di loro gli Stadio, gli Skiantos, i Gaznevada, Luca Carboni. E ci fermiamo qui con le citazioni da Roxy Bar, che è a pochi metri dalle Due Torri e la sera chiude presto. Fino a un decennio fa Bologna, come New York, non dormiva mai e la gente che faceva le ore piccole non era un problema di ordine pubblico. Oggi i «biasanòt» (masticanotte) non ci sono più e il suono più vivo della città ha il sapore del jazz, mentre le giovani band fanno le ruffiane con le canzonette famose. Ma Bologna è pur sempre «una ricca signora» e le concediamo, di questi tempi, un po’ di indolenza. Nonostante i fianchi sempre più molli sa ancora stupire. In cambio chiede solo di non essere più trattata come una «Parigi in minore».
Trattoria dei cantautori
Attori, musicisti, giornalisti, bolognesi o forestieri che siano, tutti, ma proprio tutti, hanno mangiato almeno una volta da Vito. Siamo nella zona conosciuta come «Cirenaica», fuori porta San Vitale, a est della città, a pochissimi passi dal numero 43 di via Paolo Fabbri, casa di Francesco Guccini, il più noto dei clienti abituali. Il locale esiste da generazioni e non è mai cambiato: sempre stessi pesanti e verdi tendaggi, luci al neon, arredamento spartano, soffitto ingiallito (rifatto a norma dopo la legge antifumo, mantenendo lo stesso color nicotina), servizio alla buona. Ma si mangia bene, a prezzi modici e l’atmosfera è autentica. Al pomeriggio ci si sfida con le carte, e qui si smazza ancora il Tarocchino bolognese, gioco vecchio di 7 secoli, complicatissimo e avvincente. Con un po’ di fortuna, quando le ore si fanno più piccole, si incontrano i «big» della canzone o gli attori in tournée che vengono a cena, a fine spettacolo. La cucina è quella classica, bolognese «di famiglia». Ricette che non cambiano mai «anche se – dicono qui – abbiamo un po’ alleggerito le porzioni e i condimenti, per adeguarci allo stile di vita di oggi». Non fidatevi: se avete il colesterolo sballato tirate innanzi, perché da Vito non si può resistere alle lasagne, ai fagioli in umido, al bollito completo di lingua, al ragù. Tanto ragù. Il locale è quello di sempre e una volta all’anno, quando suona in città, Guccini se lo prende tutto, con il suo entourage, fino a mattina: chi scrive ha avuto la ventura di essere fra i commensali del Maestrone, ed è stata una lunga e mistica notte. Vito Pagani non c’è più e il locale è oggi gestito dal figlio Paolo, con la stessa passione e lo stesso amore per il quartiere e la cucina della tradizione: «Io coi piatti ci vado in pensione. Anzi, la pensione è proprio un concetto che non mi appartiene». Una vita in Cirenaica, con orgoglio: «Noi siamo qui dal 1948, e prima c’era lo zio, dal 1928, quando l’osteria si chiamava “dello Zoppo”. Abbiamo gli stessi fornitori di settanta anni fa, il caffè è sempre quello e facciamo sempre gli stessi piatti. La Cirenaica? Quella sì che è cambiata. Una volta era un quartiere di ferrovieri, ci conoscevamo tutti, è sempre rimasta un paesone all’interno della città. Oggi è molto diversa, anche etnicamente». Anche Bologna è cambiata molto, ma «non è vero che sta morendo. Certo non è più la Bologna a cui tutti eravamo abituati e che era una figata. Era come mettere le mani nei canditi, non si dormiva mai. Arrivava uno e ti attaccava delle gran pezze alle 4 del mattino. Una volta non c’era motivo di chiudere. Oggi chiudiamo all’una di notte». Francesco Guccini sostiene che Bologna non sia emiliana: per molti è un’eresia, ben che vada un assurdo. Ma anche Paolo sostiene la tesi di una Bologna che guarda verso la Ravenna bizantina: «E’ assolutamente Romagna». E di nuovo la doppiezza bolognese: «Però – conclude Paolo – noi siamo anche celti, eliminiamo la prima vocale dopo la prima consonante: in questo senso siamo più portoghesi dei portoghesi».
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La visita
Il nostro percorso si addentra nelle vie del centro storico, intorno alla storica piazza Maggiore e alla basilica di San Petronio e all’ombra delle splendide torri bolognesi, tra cui spiccano per altezza e per fama quella degli Asinelli e la Garisenda.
Punto di partenza: piazza Otto Agosto
Punto di arrivo: via del Pratello
Durata: una giornata
Da piazza Otto Agosto (parcheggio sotterraneo, mercato il venerdì e il sabato) ci si incammina lungo via Indipendenza, passando per la statua equestre di Garibaldi, che guarda la bella facciata del teatro Arena del Sole. Proseguendo sotto i portici di sinistra si giunge a via del Monte (di Pietà) che si percorre tutta fino a via degli Albiroli, dove si gira a destra fino a via Goito per poi procedere a sinistra, attraversando via Oberdan e la piccola piazza San Martino. Dalla piazza si attraversa l’apertura a destra sotto i portici e si sbuca nell’antica zona ebraica. Percorrendo via Inferno e via dei Giudei si giunge alle due torri pendenti, simbolo della città. La Garisenda (abbassata a soli 48 metri nel 1351) e l’Asinelli (sec. XII, 97 metri, visite ore 9/18) si trovano al centro all’incrocio magico fra la via San Vitale (l’antica strada del sale che proviene da Ravenna) e Strada Maggiore (la via Emilia). Sotto le torri c’è la statua di San Petronio, il più noto dei patroni cittadini. Gli altri sono: Domenico, Floriano e Francesco. Attraversando via Rizzoli si arriva al Roxy Bar citato da Vasco Rossi in «Vita Spericolata». Camminando lungo la via si arriva in piazza Re Enzo e si entra in piazza Maggiore. Percorrendo il portico sotto il palazzo del Podestà (nel lato opposto alla basilica) si arriva alla fontana del Nettuno. Il Palazzo del Podestà (sec. XIII, ricostruito nel sec. XV) è unito al Palazzo Re Enzo (XIII) ed è dominato dalla quattrocentesca torre dell’Arengo. Circa a metà del portico si trova il Voltone del Podestà. La statua del «Gigante» (così viene chiamato il Dio dei mari dai bolognesi, è del fiammingo Jean Boulogne, detto il Giambologna. Sul fianco destro del Gigante c’è l’ingresso dell’ottocentesca Sala Borsa, oggi biblioteca. Dal pavimento di vetro si vedono gli scavi del vecchio Foro romano. La Sala Borsa è all’interno di Palazzo d’Accursio, sede del Comune e del museo Giorgio Morandi. Sulla facciata del palazzo si nota la statua di papa Gregorio XIII (1588). Al primo piano si accede dallo Scalone del XVI attribuito al Bramante. La Basilica che ospita le spoglie di San Petronio fu edificata a partire dal 1392 e non fu mai terminata. La chiesa è protetta da controlli poiché minacciata di attentati a causa di un affresco della Cappella dei Bolognini in cui il Profeta viene raffigurato all’Inferno. Nella prima cappella Carlo V divenne imperatore, mentre nella settima riposa Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone. Di fronte al palazzo comunale spicca il lungo portico del Pavaglione, sotto la facciata realizzata da Jacopo Barozzi da Vignola, per ingentilire l’ingresso del Quadrilatero: il cuore antico di Bologna, con la sua pianta romana disassata rispetto alla via Emilia, perché allineata al corso del fiume Aposa. Via Clavature e via Pescherie Vecchie sono gli ingressi di un coloratissimo mercato quotidiano, ricco di profumi e generoso di situazioni da immortalare. All’inizio di via Clavature c’è il santuario della Madonna della Vita che ospita un tesoro poco noto agli stessi bolognesi. Si tratta del Compianto sul Cristo Morto, imperdibile capolavoro dello scultore Niccolò dall’Arca (1463). Dal Quadrilatero si arriva facilmente in piazza Santo Stefano, forse la più bella della città. L’Abbazia è circondata da due lunghe ali di portici, sempre animate da studenti e suonatori di strada. Ma una volta entrati si entra in un’altra dimensione, soprattutto se lo si fa nel tardo pomeriggio, o in momenti di quiete. Si tratta di un gruppo di edifici eretti dal V al XII sec su un nucleo di sette chiese. Da piazza Santo Stefano si imbocca la riqualificata Corte Isolani, e si sbuca in Strada maggiore sotto il portico a travoni di Casa Isolani (XIII sec.). Incamminandosi a destrasi arriva al quadriportico della Chiesa dei Servi, dove si conserva una Madonna con Bambino di Cimabue (XIII). Attraversate Strada maggiore e piazza Aldrovandi, si incrocia via San Vitale e si percorre via Petroni fino a piazza Verdi: il cuore della città universitaria. Sul lato destro si affaccia La Scuderia, locale noto per la sua programmazione musicale. Domina la piazza la facciata del Teatro Comunale. Da via de’ Castagnoli si giunge a via delle Belle Arti. Proprio nell’incrocio c’è la bella bottega del liutaio Bruno Stefanini: artista molto ospitale che, se può, scambia volentieri due parole con chi gli fa visita. All’inizio della vicina via Mascarella c’è un locale di culto: la Cantina Bentivoglio (ogni sera Jazz dal vivo, tel. 051.265416). L’ambiente è decisamente da visitare, nel cuore del cinquecentesco Palazzo Bentivoglio. Proseguendo per via delle Moline, che prende il nome dal canale omonimo, del quale a un certo punto si ode lo scroscio, si imbocca via Piella. Dopo pochi passi a sinistra si può ammirare il canale scorrere a cielo aperto fra le case: uno scorcio «veneziano» davvero sorprendente attraverso la piccola finestra aperta proprio sotto i portici, meta obbligata di romantici e fotografi. Tornando verso Piazza Maggiore si raggiunge piazza Malpighi, dove, sul retro della Basilica di S. Francesco (XIII sec.), si ergono le tombe duecentesche dei primi Glossatori (studiosi di diritto romano). A pochi passi c’è via del Pratello, fulcro della movida notturna. Lungo questa via, un tempo nota come «Strada dei ladri», si affacciano numerose osterie, alcune delle quali davvero storiche (come il Cantinone o il Montesino) e nella bella stagione i dehors sono letteralmente presi d’assalto, con qualche disagio per i residenti.
La basilica sulla collina
Quando un bolognese torna da un viaggio lontano cerca con lo sguardo sui colli la basilica di San Luca. Finché non la vede non si sente arrivato a casa.
A maggio la Madonna di San Luca scende in città percorrendo l’incredibile porticato di 4 chilometri che unisce la chiesa, a Porta Saragozza, nella parte meridionale del centro storico. È un portico alto, che si inerpica lungo il pendio, attraversando l’arco del Meloncello (sec. XVIII) e offrendo un panorama unico sulla città. I bolognesi sono soliti percorrerlo a piedi la domenica per tenersi in forma, o come ex-voto per grazia ricevuta.
Le Mille voci dell’Unesco
Bill Gates voleva comprare tutto, ma lui ha detto di no. Per due volte. Giovanni Pelagalli ha dedicato tutta la vita alla sua collezione e non vuole smettere di accogliere bambini, scolaresche e appassionati nel suo museo delle «mille voci», che l’Unesco ha decretato Patrimonio dell’umanità nel 2007. In questo capannone basso c’è tutta la storia della musica incisa e trasmessa. A cominciare dalla radio di Marconi. L’Alfa e l’Omega della comunicazione moderna, dal 1760 in poi: grammofoni, organetti e piani a schede perforate, i congegni musicali meccanici del Settecento, dischi rarissimi, radio di ogni genere, le prime macchine per trasmettere immagini (la preistoria della tv), addirittura un juke-box del 1917, con tanto di dischi e tromba per amplificare. Oltre 2000 pezzi tutti perfettamente funzionanti, che Pelagalli accende e fa girare, mandando in visibilio tutti. Ma proprio tutti. Il giro comincia con un’onda radio che come un fulmine si sprigiona fra due poli di ambra grazie allo sfregamento provocato da un movimento a manovella. Il museo è in via Col di Lana 7/n (Bus 36 fermata Vittorio Veneto). Per visitarlo occorre prenotarsi telefonicamente, meglio se con largo anticipo (051.6491008, www.museopelagalli.com). L’ingresso costa solo 5 e a persona e sono privilegiati i gruppi.
Bologna d’acqua
Aposa era la compagna del re etrusco Fero, sbarcato a Ravenna e qui, nella verde pianura pedecollinare, edificò il primo insediamento. La sua amata però cadde in acqua e scomparve fra i flutti, che da allora ne presero il nome. Il villaggio gli Etruschi lo chiamarono Felsina, in onore del frutto dell’amore fra Fero e Aposa. Furono i Romani, in seguito, a battezzare Bononia questa città lungo la via Emilia. La visita alla Bologna d’acqua è un’esperienza unica: un percorso sotterraneo, agevole e guidato, fra le fondamenta della città. Strati di storia che cominciano dai piloni di legno del ponte romano sulla via Emilia, e conducono sotto all’antica sinagoga, incrociando cunicoli mai del tutto esplorati, ricchi di suggestione e di leggende. Il fume sotterraneo scorre e si gonfia con l’acqua piovana che gocciola dai tombini delle strade, regalando echi e suoni che si perdono nell’oscuro orizzonte di questa trama che, qualcuno dice, avrebbe ispirato il Sommo Poeta. La visita a questa Bologna sconosciuta si completa con i luoghi di superficie, seguendo il percorso delle acque del Reno, dalla chiusa della Grada alla vecchia zona portuale (oggi ricoperta), fino alle varie chiuse per la navigazione fuori città. O ancora riscoprendo il grande lavoro dell’architetto siciliano Tommaso Laureti, il quale progettò tutte le opere idrauliche che ancora oggi portano l’acqua dai colli a decantare ai Bagni di Mario (incredibile conserva ottagonale scavata dentro una collina sulla città) per poi arrivare limpida alla Fonte Remonda e scendere ancora fino alla Fontana del Nettuno e alla vicina Fontana Vecchia, in via Ugo Bassi. Per visitare questa Bologna d’acqua occorre prenotare una visita all’Emporio della Cultura, in piazza Maggiore, tel. 051.2690812.
Indirizzi utili
Bologna Incoming, via S. Calindri 1/c, tel. 051.6335093, www.bolognaincoming.it.














































