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Note e salsedine

testo di Emanuela Ferro – foto di Paolo Picciotto

Protetto da mura medievali e dominato dalla spettacolare invenzione barocca della chiesa dei Corallini, il borgo della musica è uno straordinario terrazzo affacciato sul blu del Mediterraneo.

(dal numero 170 di Itinerari e luoghi, luglio 2007)


DAL MOLO Vista del borgo dominato da San Giovanni Battista.

Seduta su un gradino osservo comporsi l’inquadratura perfetta: una scalinata tra case pastello che scende in picchiata al mare, una donna alla finestra che fa scorrere un’infilata di lenzuola bianche, due anziani con cappello e giornale che si fermano a commentare le notizie e la solita barca a vela che per un attimo occupa il centro della scena. Poiché sono nel posto giusto al momento giusto non ho la macchina fotografica: un attimo dopo i panni sono stati ritirati, l’ombra ha raggiunto i vecchietti e la barca chissà, avrà già doppiato capo Berta. E comunque una foto non mi restituirebbe che un pallido ricordo. Mancherebbe l’aroma stuzzicante che dalle finestre aperte invade il vicolo in questo mezzogiorno di fine estate e soprattutto la colonna sonora: né suonerie polifoniche di telefonini né clacson impazienti, ma la musica dei ragazzi dell’Accademia estiva che, a palazzo Morchio, provano per il concerto di questa sera. Altri si esercitano nell’oratorio di Santa Caterina, il coro è nelle sale del castello: non c’è un solo angolo di Cervo dove non si respirino note e salsedine. Pochi minuti ancora e i carruggi risuoneranno di risate e chiacchiere multilingue, quando i giovani musicisti sciameranno per il paese con i loro strumenti, ritrovandosi ai tavolini all’aperto affacciati sul bastione e il mare o sul muretto davanti al sagrato della parrocchiale di San Giovanni Battista, dove si è appena concluso il Festival Internazionale di Musica da Camera che ogni estate, da oltre quarant’anni, trasforma Cervo in un palcoscenico d’eccezione per i nomi più prestigiosi della scena internazionale.
Non c’è quinta più scenografica della facciata barocca della chiesa dei Corallini. Nei suoi nomi, e nella sua fastosa eleganza, un unicum negli scabri borghi di Liguria, c’è la storia del Cervo, arroccato castello medievale che in cambio di vite e fatiche ebbe dal mare qualche ricchezza. La nuova parrocchiale fu inaugurata nel 1734 e dedicata al patrono dei cavalieri di Malta che nel Duecento avevano governato il feudo, facendo del castello un ospedale per i pellegrini. È la chiesa dei Corallini perché si dice che altro non sia che uno spettacolare ex-voto innalzato con i proventi della pesca del corallo e con le braccia dei pescatori. Nei registri parrocchiali sono scrupolosamente annotati i ricavati delle vendite e, alla fine del Seicento, quando si era arrivati allo sforzo finale, le “cale della domenica” e le “cale per la chiesa”, totalmente dedicate all’elemosina del corallo; una tragica leggenda racconta di un’ultima sortita per raccogliere il necessario a terminare i lavori e di un “banco delle vedove” perché nessuno si salvò dalla spaventosa tempesta che colpì la flottiglia cervese. Se i pescatori si barcamenavano tra estati in mare e inverni negli orti, e i più pavidi, o prudenti, andavano a Genova a fare i rumentari, il corallo portava ricchezza ai ricchi del Cervo, che costruirono i signorili palazzi affrescati nascosti tra i vicoli medievali, e il più ricco dei ricchi era Giovanni Battista Viale Ferrari, che arrivò a “fare il capitale” per sedici coralline in una sola stagione.
Mentre intorno cresceva la Riviera dei condomini e del cemento, Cervo è rimasto miracolosamente intatto, aggrappato alla sua chiesa e alla roccia in cui nel Medioevo scalpellarono gli scalini che salivano al castello. Con la spiaggia di ciottoli e scogli, paradiso di bimbi cercatori di granchi più che di sdraio e ombrelloni, con gli ulivi che nei secoli sono stati la ricchezza certa di queste terre in cui l’olio era moneta quanto l’oro, con quanto resta del lucus Bormani, il bosco sacro che gli antichi Liguri avevano dedicato al dio Borman, l’Apollo locale.
Qui non ci sono “spostamenti a monte” e “alte velocità”: caracollando sull’unico binario, il treno esce dalla galleria e avanza sospeso tra mare e borgo e Cervo è ancora lo stesso del mio primo ricordo, gita della seconda elementare, prima che la sua meravigliosa pineta fosse violata dal fuoco. Forse negli orti non si coltivano più i pomodori che Pietro Citati vagheggiava alcuni mesi fa in un articolo su “La Repubblica”, in cui ricordava le sue vacanze a Cervo da bambino e il mitico condiggion dell’unico barbiere del paese, ma dal sagrato dei Corallini continua a intravedersi il profilo sfumato della Corsica, che le barche dovevano superare per raggiungere i banchi al largo delle coste di Sardegna. E ancora le case nascondono torri e terrazze, e poi ci sono gli archi, le scalinate, le aperture improvvise, gli acciottolati a schiena d’asino, i viottoli verticali e quelli che seguono sinuosi il bastione: bellezza e musica, anche nel nuovo millennio.