Ungheria-Ciclopista del Tibisco
Tibisco sacro
testo di Marco Fioratti – foto di Rino GomieroSeguendo il Tibisco, fiume sacro per gli ungheresi, attraverso le terre dove nasce il Tokaj e la puszta di Hortobágy, fino alle grandi pianure meridionali. Una lunga cavalcata sugli argini del grande fiume, sulle orme di una leggendaria conquista.
(dallo speciale In Bici, 2005)

TERRE DA CICOGNE La ciclabile sfila sull’argine dopo Abádszálok. Lunghi filari di salici e boschi rivieraschi accompagnano ampi tratti del percorso e la cicogna nera non è un avvistamento così raro
Il principe Árpád cavalca alla guida dei sette capi delle tribù magiare sulla cresta del Passo di Verecke. Sotto al suo sguardo, incastonata fra le vette e i faggeti dei monti Szolyva, si stendono la valle di Latorc e le immense piane del Tibisco, dove fra altari pagani in fiamme, i guerrieri ungari piegano l’ultima resistenza delle tribù slave in rotta.
La moglie di Árpád, su un carro trainato da quattro buoi, apre la via alle salmerie, mentre nel mezzo di un sabba di vestali discinte, lo sciamano sacrifica al pantheon magiaro uno stallone bianco.
La conquista del bacino carpatico da parte dei magiari è il tema della rappresentazione spettacolare e dal fascino un po’ rétro che Árpád Feszty dà nel suo ciclorama al centro del parco storico di Ópusztaszer, vero Vittoriale magiaro. Proprio ad Ópusztaszer, oltre undici secoli fa, i capi delle sette tribù ungare si riunirono in una dieta, a sancire la definitiva occupazione del bacino del Tibisco, dopo la lunga e vittoriosa marcia verso occidente dalle steppe dell’Asia centrale. E qui ebbe luogo fra i sette capitribù l’honfoglalás, la mistica spartizione di un territorio immenso, che si estendeva ben oltre gli angusti e dolorosi confini dell’Ungheria di oggi, fino all’assolata Vojvodina e alle vallate transilvane.
Con le acque del Tibisco ogni magiaro ha ricevuto idealmente il battesimo della propria identità etnica. È nella leggenda incarnata dal grande fiume che si riconduce all’unità di un’origine comune lo straordinario mosaico etnografico e culturale delle genti che oggi vivono sulle sue sponde. Per centinaia di chilometri il Tibisco diventa tutt’uno con l’Ungheria raccogliendo rivoli di un’umanità multiforme. Regioni e luoghi dai nomi leggendari sfilano senza fretta sotto le ruote, senza mai perdere di vista il grande fiume che sfila sommesso fra lussureggianti cortine di salici. La regione di Rétköz dove vegliati dalle cicogne sonnecchiano bonari sotto agli ontani, zigani dalla pelle scura come la terra che frigge sotto alle stoppie. La valle del Bodrog e l’austera compostezza dell’Ungheria calvinista che si è formata sui banchi dei collegi di Sárospatak. Il monte Calvo di Tokaj, un Col Ventoux per poeti dell’etile, sotto al quale viticoltori magiari, commercianti greci e colonie di funghi Botyris cynerea da secoli si affannano col solo scopo d’inebriare il mondo con le fragranze di una bottiglia di Aszú 6-puttonyos. Le immense piane di Hortobágy, dove torme di pecore racka vagano come relitti alla deriva in un mare d’erbe e le otarde danzano ancora nel vento della steppa. I dedali di canali e lagune del Tisza-Tó, una riviera d’acqua dolce in cui gli ungheresi, guidati per vent’anni da un ammiraglio senza flotta, tentano ritagliando spiagge fra i giuncheti di annegare il rimpianto di non avere più sbocchi sul mare. E ancora il grande Sud, terra di gioielli Sezessionstil, vati nazionali e letali grappe alla paprika.
È il Tibisco, ben più del Danubio e delle sue mollezze asburgiche, a incarnare la vera anima del popolo ungherese. Come fecero un tempo le genti che oggi vivono sulle sue sponde, il Tibisco erompe violento dai bastioni di pietra dell’Ucraina Carpatica, lambisce urlando i dolci versanti boscosi delle colline di Zemplen, e trova pace attardandosi in anse e meandri solo dove l’orizzonte si adagia sulla grandiosa vastità della puszta. Il fiume celebrato dal poeta Sándor Petõfi racconta ancora a chi cavalca i suoi argini la saga della conquista del Far West pannonico. Un’epopea della frontiera tutta ungherese, dove i pionieri sono principi asiatici dal sangue unno e i cowboys csikos dalle tuniche viola che pascono le loro mandrie ai confini dell’Europa.




























