Spettacolo Sinis

testo di Federica Botta – foto di Alessandro De Rossi, Giorgio Mesturini, Marco Tenucci


Candide spiagge di quarzo, rosse falesie d’arenaria che precipitano in un mare cristallino, lagune costiere gremite di fenicotteri, isole-scoglio a portata di kayak, dove nidificano berte e gabbiani. Scopriamo l’Area Marina Protetta Penisola del Sinis-Isola di Mal di Ventre.


Una macchia rosa brillante galleggia morbida, quasi spumosa, sull’acqua, una leziosa piuma fucsia dondola leggera sulla superficie della laguna salmastra: il più improbabile, il più inaspettato colore che la natura possa regalare, così insolito da sembrare quasi finto, sintetico. Poi un fruscio d’ali possente, come una folata di vento, e sull’acqua calma si riflette la sagoma curiosa di quel bizzarro trampoliere che pare uscito dalla penna di un fumettista. In una lunga fila i fenicotteri sfilano sulla nostra testa verso i lidi di riposo notturno. A guardarli in volo è impossibile non notare le comiche sproporzioni: il buffo becco ad uncino, le lunghe zampe vermiglie e l’incredibile colore rosa delle ali. Nella luce calda del tramonto, con la salsedine e le alghe verdi brillanti che disegnano arabeschi sullo stagno, con le nuvole stirate dal Maestrale su un cielo di smalto, la scena assume l’aria tragica e maestosa dei panorami d’Africa. Quindi lo stormo di flamenco atterra scomposto e vagamente goffo, riportandoci ancora un accenno del sorprendente sense of humour della Natura. Alcuni infilano subito la testa sott’acqua per “filtrare” ancora un po’, ma i più la nascondono sotto l’ala per dormire, piegando il collo come fosse di gomma, pon-pon rosa a dondolare su un trespolo fucsia. Ci avviciniamo con la canoa per raccogliere la nostra “sciccosa” piuma, pagaiando piano per non spaventare lo stormo, che semplicemente continua a farsi i fatti suoi, sempre alla stessa distanza, un passo più in là ad ogni remata verso di loro.
Spostarsi in kayak da mare per fare birdwatching regala un punto di vista diverso e non solo perché si è seduti bassi sull’acqua: si è più fragili, quasi indifesi, meno predatori e un po’ più preda. Portarsi sottovento è talvolta faticoso, cercare di star fermi per studiare col binocolo è una piccola impresa. Eppure gli animali non riconoscono come fatalmente pericoloso quello strano animale che galleggia instabile agitando lunghe braccia e per una volta ci concedono fiducia o per lo meno il beneficio del dubbio. Nell’acqua cristallina, impalpabile, eterea delle coste di sabbia bianca del Sinis può accadere persino che l’ombra dello scafo faccia da rifugio alle piccole sardine, che “fanno il pallone” per difendersi dall’attacco di un cormorano. Un piccolo documentario in diretta, con l’incredibile uccello marino che nuota come un siluro verso di noi e infrange lo scudo di pesci in un caos di fughe e di salti sull’acqua. Mai come quando si pagaia in mare capita così frequentemente di ammirare i balzi disordinati delle alici che ti scappano di fronte all’improvviso, lasciando soltanto decine di cerchietti concentrici sulla superficie, gli spruzzi rumorosi dei muggini, di cui si riesce a vedere solo la pinna caudale, o le falcate lunghe a ripetizione delle aguglie, che invece si lasciano ammirare, se riesci a indovinarne la traiettoria. Ma il più bello di tutti, il salto più lungo e leggiadro, è sicuramente quello del pesce volante, sempre più frequente con il riscaldamento dei nostri mari, eppure ancora raro e misterioso.
Di tanto in tanto, continuando a pagaiare lungo la costa del Sinis le spiagge lasciano il posto alle ripide falesie di calcare rosso. Ad ogni ondata, in un tripudio di bolle, l’aria che esce dalle camere sommerse delle grotte ci sorprende con gorgoglii e concerti di “bassi”. Un rimbombo minaccioso e diverso dal solito ci blocca all’ingresso di una cavità, mentre ci stiamo spingendo all’interno per ammirare le stalattiti di calcare. Il tempo di acquattarci sullo scafo e un volo di colombi ci passa sulla testa come un solo grande uccello, col rombo di una raffica di mitra. Questi piccoli fiordi tra le pareti ripide sono un paradiso per la nidificazione del piccione selvatico, che tenta di ripararsi dalle picchiate acrobatiche del falco pellegrino. Formare uno stormo compatto e rumoroso è un’arma per provare a spaventare il predatore… una tecnica che con noi ha funzionato benissimo. Anche i gabbiani nidificano sulle pareti inaccessibili e sugli scogli isolati della penisola e pure loro non sono per nulla intimoriti dallo strano binomio uomo-kayak.
A terra, sul promontorio di Turr’e Seu, ci aspettano animali più miti: il wildwatching delle testuggini è sicuramente meno avventuroso. Per scovare un animale tra le siepi spinose ci vuole occhio e pazienza, ma per lo meno non si rischia di passare dalla parte della preda! Con la scusa di controllare sulla guida naturalistica l’identificazione di un passeraceo, in piedi sullo strapiombo della falesia che precipita in mare, tiriamo fuori la piuma di fenicottero che avevamo riposto con cura tra le pagine. La solleviamo verso il cielo per ammirare il suo incredibile fucsia… ma il nostro “pezzetto” d’Africa non ha nessuna intenzione di restare chiuso dentro un libro: coglie il soffio amico del Maestrale e vola via, a farsi ammirare da qualcun altro.
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L’itinerario

Ognuna delle quattro tappe (tre in kayak da mare e una a piedi) può essere “svincolata” dalle altre. Per questo motivo forniamo sempre le indicazioni per tornare al parcheggio dell’auto.

Prima tappa: Capo Mannu
Punto di partenza: Su Pallosu
Punto di arrivo: S’Arena Scoada
Tempo: 4/5 ore (in base al vento)


Capo Mannu è l’estrema punta settentrionale della Penisola del Sinis, appena fuori in realtà dall’inizio dell’Area Protetta, nel territorio comunale di Riola Sardo e si raggiunge seguendo le indicazioni per Putzu Idu. Dopo aver parcheggiato di fronte all’Hotel Su Pallosu, si può scendere alla spiaggia della Cala Su Pallosu, sul lato a nord, verso l’abitato di Mandriola e la torre aragonese Sa Rocca Tunda, indicata dalla segnaletica turistica, dove attraccano anche i piccoli pescherecci. I paesaggi sono estremamente selvaggi, dominati da falesie scoscese e dalle rovine di numerose torri d’avvistamento spagnole. Pagaiando verso sud in direzione del promontorio, su cui svetta il faro, s’incontrano alcune isolette basse e rocciose dove nidificano i gabbiani. Sfilarvi a fianco in kayak è una piccola scuola di natura: i pulcini grigi, che non sanno ancora volare, si rifugiano goffi tra gli scogli o in acqua mentre tutto lo stormo mette in atto manovre difensive con voli acrobatici e grida di minaccia. Uno di questi isolotti è collegato alla falesia da un cordone di rocce affioranti, che racchiudono uno specchio d’acqua tranquillo e limpido come un atollo corallino, di fronte alla spiaggia Sa Mesa Longa.
Di qui in avanti, per doppiare il Capo, sarà un susseguirsi di falesie ripidissime e taglienti, color ocra, bianche, verdi e persino viola, splendide, ma senza approdi fino a che non si supera il promontorio. Il vento dominante è un Maestrale da nordovest per cui, pagaiando attorno al Capo in senso antiorario, lo si avrà contrario alla partenza, ma alle spalle nel momento più faticoso, quando si è più esposti e le onde sono più alte. Giunti nelle acque riparate di Porto Mandriola si scende alla lunga e idilliaca spiaggia bianca di S’Arena Scoada. Attraversando l’asfalto con le canoe a mano si può entrare nel grande, abbacinante e salatissimo Stagno di Sale Porcus, il sito per eccellenza per l’avvistamento dei fenicotteri. Dalla spiaggia, al suo estremo nord, di forte all’Hotel Lepori, è possibile tornare a piedi a riprendere l’auto con 1.7 km di passeggiata lungo l’asfalto bordato di palme.


Seconda tappa: le spiagge di quarzo
Punto di partenza: Mari Ermi
Punto di arrivo: Maimoni
Tempo: 4/6 ore (in base al vento)


Sfilare lungo tutto il litorale della Penisola del Sinis, pagaiando da nord a sud per sfruttare la spinta del Maestrale, permette di godersi fino all’ultimo lo spettacolo delle sabbie di quarzo bianco, granelli candidi e quasi trasparenti, velati d’azzurro per il riflesso del cielo e del mare. Dall’acqua eterea su cui si rema si possono ammirare i bassi fondali, talvolta rocciosi, con tutta la loro colorita popolazione di pesci, molluschi e crostacei. Un sottile cordone di dune ocra separa il candore della spiaggia da quello accecante degli stagni, screziato dal verde o dal viola-bordeaux delle alghe. Dalla strada asfaltata tra San Salvatore e Putzu Idu uno sterrato ben indicato e facilmente transitabile conduce a Mari Ermi, dove si può parcheggiare per iniziare l’escursione in canoa. La carrareccia sabbiosa procede parallela alle spiagge, oltrepassando Su Bardoni, is Arutas, Su Stricaoru, Sa Benda, fino a Maimoni, per cui è possibile, se accompagnati, interrompere la pagaiata lungo tutto l’arenile. Un’altra strada sterrata, più breve, conduce, dall’asfalto tra San Giovanni di Sinis e San Salvatore, a Maimoni, per favorire il recupero della canoa. Le lunghe spiagge sono disseminate di bar e taverne per cui è possibile fare rifornimento d’acqua e viveri quasi ovunque, se si vuole affrontare l’impegnativa risalita verso nord, controcorrente, in kayak.


Terza tappa: l’Oasi di Turr’e Seu
Punto di partenza e arrivo: Centro Esperienze di Seu
Tempo: 1 ora


L’escursione nel Parco Comunale di Seu è un’esperienza di wildwatching tranquilla ma non per questo avara di sorprese. L’area dell’Oasi è famosa per l’elevato numero di testuggini (le tartarughe terrestri) che la popolano e vi si riproducono. Un’infinità d’inequivocabili impronte dimostrano anche al visitatore più distratto la presenza dell’animale: due strisce parallele, come di un cingolato giocattolo, sono le orme delle zampe, divise dalla traccia della coda, mentre qua e là i gusci spezzati di numerosissime uova ci ricordano che siamo arrivati troppo tardi per ammirare i piccoli appena nati. L’incontro col simpatico rettile, che si porta a spasso il suo carapace mentre bruca tra i cespugli, non è affatto insolito.
Dal Centro Esperienze (a poca distanza da Maimoni, fine seconda tappa) un sentiero tra cespugli spinosi s’inoltra sul promontorio. La Turr’e Seu, che s’intravede in lontananza, è il limite verso il mare, oltre c’è solo la falesia a picco sulle onde, rifugio e nido di gheppi, grillai, falchi pellegrini e pare anche qualche coppia di falco della Regina. Il sentiero che devia a sinistra, passando giusto lungo il bordo scosceso della costa, conduce alla spiaggia di Funtana Meiga dove si conserva un’incantevole casa di pescatori in canna palustre (il falasco) e si scorgono notevoli accumuli di posidonia.


Quarta tappa: Capo San Marco
Punto di partenza: San Giovanni di Sinis
Punto di arrivo: Laguna di Mistras
Tempo: 2.30/3.30 ore (in base al vento)


Capo San Marco è l’estrema punta meridionale del Sinis e racchiude sul promontorio alcuni dei paesaggi più caratteristici dell’Area Marina Protetta. La partenza in canoa è dalla piccola spiaggia alla sinistra di San Giovanni di Sinis, dove ha sede il Centro Visite dell’Area Marina Protetta, una sala attrezzata con ricostruzioni di fondali e litorali che illustrano le diverse conformazioni geologiche della penisola. La Basilica di San Giovanni del IV secolo, giusto qualche metro indietro verso il paese, è considerata la chiesa paleocristiana più antica della Sardegna ed è famosa soprattutto per le raffigurazioni delle danze campestri dei suoi bassorilievi. L’ideale è parcheggiare di fronte alla fila di ristoranti-bar sulla spiaggia, attraversare il tracciato del Trenino Verde, che visita il Capo, e scendere per i pochi metri di sabbia, col kayak a mano, sul lato di “Mare Vivo”. Il vento dominante (da nordovest) nel pomeriggio può montare piuttosto teso, per cui, per doppiare il Capo, è consigliabile partire la mattina e pagaiare dapprima verso sud sul lato esposto, risalendo controvento lungo il lato più protetto. La spiaggia di fronte ai resti della necropoli fenicio-romana, subito prima della falesia su cui si erge il tempio, il nuraghe San Marco e il faro, è l’ultimo approdo prima di svoltare nel Mare Morto.
La piccola baia della Caletta, subito all’ingresso del Golfo di Oristano, sfoggia acque cristalline e fondali tropicali, con incantevoli secche di sabbia bianca e approdi tranquilli, protetti dalle onde e dal vento, sino a Torre Vecchia. Solo dopo la panoramica sul sito archeologico della città fenicio-romana di Tharros, di cui sono ben visibili le abitazioni patrizie e le due inconfondibili colonne del tempio, il mare si tinge del verde vivo delle acque chiuse. I circa 7 km della lunga spiaggia di sabbia, fine e dorata, di Pizzinnu Morto o Su Siccu chiudono sulla sinistra la Laguna di Mistras, navigabile in kayak solo fuori dai mesi estivi. Il grande stagno è un paradiso per i fenicotteri, ma anche per tutti gli altri innumerevoli abitanti delle zone umide, dagli eleganti aironi al volteggiante falco di palude, dai frenetici limicoli ai coloratissimi gruccioni. All’attracco delle piccole barche di pescatori, all’inizio della spiaggia, è possibile scendere a terra per ritornare al parcheggio dell’auto in pochi minuti a piedi, approfittando per dare uno sguardo alle ultime case tradizionali in falasco, miracolosamente conservate dall’invasione di cemento che ha purtroppo deturpato i centri abitati della zona.
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Area Marina Protetta Penisola del Sinis-Isola di Mal di Ventre
Sede legale: Comune di Cabras (Ente Gestore), piazza Eleonora 1, 09072 Cabras (Or), tel. 0783.3971, www.areamarinasinis.it; Uffici A.M.P., via Tharros 121, tel. 0783.290071, fax 0783.391097; Centro Visite San Giovanni di Sinis, tel. 0783.371006; Centro Esperienze di Seu, tel. 0783.290071.
Istituzione: istituita in base alla Legge 979 del 1982 (integrata dalla Legge 394 del 1991) con Decreto Ministeriale del 12.12.1997 modificato con D.M. del 6.9.1999 e D.M. del 17.7.2003 (pubblicato su G.U. n. 262 dell’11.11.2003).
Superficie: il territorio di protezione dell’Area Marina si estende dalla spiaggia di Su Siccu a sud, prima del promontorio di Capo San Marco, all’ingresso della Laguna di Mistras, fino a Porto Suedda a nord, comprendendo l’isola di Malu Ventu (Mal di Ventre) e lo scoglio Il Catalano, per una superficie totale di oltre 25.000 ettari.
Fasce di tutela: come tutte le aree protette è divisa in varie fasce a diversa intensità di tutela: nelle due Zone A, cioè la fascia di mare a ovest del promontorio di Cala Maestra dell’isola di Malu Ventu e lo spazio marino intorno allo scoglio Il Catalano, è permesso l’accesso per scopo di soccorso, ricerca scientifica e sorveglianza; nella Zona B, tutta la fascia costiera a nord e a ovest dell’isola e l’area di mare antistante il promontorio di Seu e la spiaggia di Maimoni, fino a Sa Benda, la pesca professionale, sportiva o turistica, le immersioni, la navigazione a vela, a remi e a motore, l’ancoraggio e l’ormeggio sono disciplinati e autorizzati da regolamento e modalità stabilite dall’Ente Gestore; nella Zona C, il restante tratto di mare dell’Area Marina, la navigazione a vela o a remi, le visite e immersioni subacquee sono libere, la navigazione a motore e la pesca sono regolamentate dell’Ente Gestore.


L’AMBIENTE
I fondali
La varietà morfologica dei fondali favorisce un’estrema ricchezza di specie e di paesaggi subacquei: formazioni a posidonia, precoralligeno e coralligeno, in diverse forme e colori. Nella piattaforma continentale antistante la penisola del Sinis, una dorsale collega l’isola di Mal di Ventre, con grandi blocchi granitici e anfratti, allo scoglio del Catalano, con profonde falesie di rocce basaltiche e piccole grotte. Dagli 80/100 metri, verso la costa, alle minori profondità costiere si individuano antiche linee di spiaggia corrispondenti alle pause delle oscillazioni del livello del mare avvenute fino a circa 10mila anni fa (trasgressione marina versiliana) delle quali solamente quelle del periodo “preromano” sono ben conservate.


Il posidonieto
La presenza della prateria di posidonia (Posidonia oceanica), e il suo mantenimento con tutte le sue funzioni, rappresenta uno dei presupposti ecologici sui quali si basa l’istituzione dell’Area Marina Protetta. Questa vera e propria pianta marina dà origine al posidonieto, un habitat esclusivo del Mare Mediterraneo. Qui sono assicurate condizioni di vivibilità soprattutto per la fauna marina, grazie anche alla capacità di produrre, per fotosintesi clorofilliana, circa 14 litri d’ossigeno al giorno per metro quadro. Tra le fronde è possibile osservare, fissata al fondo sabbioso-limoso, la nacchera di mare (Pinna nobilis), un mollusco bivalve dalle notevoli dimensioni, protetto e intoccabile. La posidonia è una specie dai ritmi di crescita molto lenti e il suo arretramento, causato dalla pesca a strascico praticata un tempo o dalla spedatura delle ancore da diporto, mette a rischio l’equilibrio dell’ecosistema marino. La posidonia, infatti, gioca un ruolo fondamentale nella stabilità dei litorali, perché limita l’erosione di tutte le unità fisiografiche che hanno un ruolo nel bilancio sedimentario di una spiaggia (bacino idrografico a monte, rete idrografica, stagni, lagune, campi dunali, retrospiaggia, spiaggia emersa, linea di battigia, spiaggia sommersa).


Le spiagge
L’Area Marina Protetta conta più di 25 km di spiagge incastonate tra rocce e scogli affioranti. Il litorale della parte settentrionale del Golfo di Oristano è noto come Mare Morto: l’arenile sabbioso di questo tratto è legato agli apporti terrigeni d’origine fluviale del Tirso, che sfocia proprio al centro. La sua sabbia più fine, con maggior percentuale di componente organogena (gusci), è spesso ricoperta da “banquette” di posidonia spiaggiata, protezione naturale all’azione erosiva delle mareggiate e dei venti di Scirocco e Libeccio. Verso l’interno, il cordone sabbioso è interrotto da affioramenti di roccia (arenaria) e da formazioni alluvionali (argille e limi) in cui si incastonano lo stagno di Cabras, la laguna di Mistras e la cornice di paludi temporanee. Alla base della scogliera di Capo San Marco, la Caletta offre un naturale ridosso dai forti venti di Maestrale e segna il passaggio dal “mare morto” al “mare vivo”. E’ caratterizzata da sabbia organogena che si spinge, sott’acqua, verso il limite superiore di un’estesa prateria di posidonia.
Verso San Giovanni di Sinis gli affioramenti rocciosi lungo la fascia costiera corrispondono alla fase di deposizione marina chiamata “tirreniana”. Sugli scogli e sulle rocce affioranti, minuscoli frammenti di conchiglie o interi gusci di organismi marini sono cementati a formare una roccia generalmente ricoperta da un crostone carbonatico, dal colore rossastro, che segna l’emersione, circa 120mila anni fa, di quello che un tempo fu il deposito marino. Nei fondali sabbiosi chiari, spesso rimaneggiati dal mare che frange sottocosta e dalle correnti che determinano differenze stagionali, i popolamenti vegetali e animali sono stagionali e instabili. Al contrario, nelle zone rocciose i popolamenti (soprattutto algali) sono più stabili e idonei per una ricca fauna marina.
Funtana Meiga è il nome di un largo ed esteso campo dunale (cumuli di sabbia) nel quale specie vegetali adatte (psammofile) si sviluppano fino quasi in riva al mare. La sabbia trae origine prevalentemente dallo sgretolamento della roccia arenacea e da gusci e frammenti di conchiglie (organogena). In alcuni tratti l’arenile s’interrompe per l’affioramento di arenarie stratificate (sabbia cristallizzata) che si sostituiscono alla sabbia anche nel fondale marino antistante (fondali rocciosi). Nella parte più a nord sono evidenti le diverse fasi geologiche: sono i calcari laminati del Sinis, le arenarie eoliche incrociate e stratificate e i paleosuoli riconoscibili per il colore rossastro.
Le spiagge di is Arutas, Maimoni, S’Archeddu ‘e sa Canna e Su Crastu Biancu sono depositi di candida sabbia quarzosa preistorica, granuli di quarzo bianco levigati dal mare, originariamente prodotti dall’erosione delle rocce granitiche dell’isola Mal di Ventre. Le rocce, nella riva e sotto costa, sono la traccia di un antico livello del mare e affiorano lungo quasi tutto il litorale. Le perle della costa sono delimitate a nord da Porto Suedda e a sud da Su Crastu Biancu, entrambe di arenaria, con fondali ricoperti da estese praterie a posidonia, ora rocciosi o sabbiosi, ciottolosi, bianchi per la luminosità della caratteristica sabbia di quarzo od ocra per le rocce d’arenaria che raccordano la spiaggia emersa con quella sommersa. Il pregio ambientale è completato da una cinta di dune di retrospiaggia con un corteggio floristico che mantiene intatta la sua varietà di specie vegetali rare o comunque poco diffuse altrove. Alle spalle, gli stagni retrodunali di Mari Ermi delimitano il litorale dall’entroterra.


Gli stagni retrodunali e le zone umide
Gli stagni del Sinis si sono formati dall’isolamento di tratti di mare per la formazione di cordoni sabbiosi paralleli alla costa, dovuti all’accumulo progressivo di detriti e sedimenti trasportati da antichissimi fiumi. Lo Stagno di Cabras con circa 2200 ettari (il 20 per cento dell’intero territorio comunale) è la Zona Umida che più di ogni altra s’identifica con tutta la vita, l’economia e la cultura dell’area. Gli stagni e lagune sono paragonabili a grandi “macchine idrauliche” che regolano milioni di metri cubi d’acqua dolce all’anno. Miscelandosi con quella del mare attraverso i canali principali, l’acqua dolce favorisce la risalita (montata) dei pesci attraverso la Peschiera Pontis. Lo Stagno di Cabras è riconosciuto come Sito d’Importanza Comunitaria (SIC) ai sensi della Direttiva Habitat e come Zona di Protezione Speciale (ZPS) ai sensi della Direttiva Uccelli.
La Laguna di Mistras, estesa circa 600 ettari, possiede acque molto più salate, non di rado sovrasalate, perché collegata direttamente col mare, senza apporti significativi d’acqua dolce. L’elevata salinità delle acque consente la vita solo a specie ittiche steno-aline (poco tolleranti alle variazioni di salinità) e si fa sentire sia sulla vegetazione acquatica (limitata a pochissime specie) che nella vegetazione delle praterie umide alofile, amanti del sale. La Laguna di Mistras è riconosciuta come Sito d’Importanza Comunitaria (SIC) ai sensi della Direttiva Habitat e come Zona di Protezione Speciale (ZPS) ai sensi della Direttiva Uccelli, nonché come Zona Umida di Importanza Internazionale ai sensi della Convenzione Internazionale di Ramsar (1971).
Tra la strada che conduce a Riola e la riva dello stagno di Mar’e Pontis (così chiamano i locali lo stagno di Cabras), vi è una zona estesa per più di 300 ettari che rappresenta la transizione dallo stagno verso il sistema agricolo attraverso le paludi. E’ il complesso di Mar ‘e Pauli entro il quale si trova Pauli ‘e Sali. La depressione è alimentata dall’acqua dello Stagno di Cabras e dagli apporti meteorici che provengono dal comparto agricolo. Pauli ‘e Sali è la più estesa delle paludi temporanee satelliti del comprensorio ad est dello Stagno di Cabras ed è ricompresa nella Zona di Protezione Speciale (ZPS) ai sensi della Direttiva Uccelli. In questo biotopo, osservando la vegetazione, si possono riconoscere tutte le caratteristiche delle paludi temporanee. Le diverse specie associandosi in formazioni caratteristiche definiscono diversi habitat: Vegetazione acquatica, Canneto, Rive, Praterie umide, Canali oltre alle Siepi a cornice dei Campi coltivati.
La vegetazione. Secondo i livelli raggiunti dall’acqua e a seconda della concentrazione salina, lo sviluppo della vegetazione assume caratteristiche differenti man mano che ci si allontana dall’acqua. Lo Scirpeto (Scirpetum maritimi), dominato dallo scirpo, è piuttosto diffuso nelle fasce dove l’acqua oscilla stagionalmente. Il Fragmiteto o Canneto (Phragmitetum communis) è invece un’associazione meno tollerante al sale, costituita dalla sola canna di palude (Phragmites communis), diffusa lungo le rive ove l’acqua ristagna per lungo tempo. Il Limonieto (Limonietum qreci-divaricati) è un’associazione vegetale dominata dalla statice o semprevivo (Limonium spp., L. vulgaris) i quali si insediano su substrati sabbiosi o argillosi soggetti ad un prolungato prosciugamento. Infine il Giuncheto (Juncetum maritimi), abbastanza diffuso soprattutto ai bordi dei “pauli”, forma popolamenti chiusi dominati da Juncus maritimus e poche altre specie come il giunco (Juncus acutus), la salicornia (Salicornia fruticosa) e la cressa (Cressa cretica).
L’avifauna. Negli ecosistemi di transizione, come gli stagni e le lagune, non è difficile avvistare soprattutto uccelli: cavaliere d’Italia, avocetta, pernice di mare, piviere dorato, combattente, gabbiani, beccapesci, sterna comune, fraticello, mignattino. Frequentano le zone umide anche il tarabusino, l’airone rosso e il bianco maggiore, la garzetta, il porciglione, la gallinella d’acqua e il pollo sultano. Tutti approfittano dell’intricata vegetazione per proteggersi dai predatori, come il falco di palude.


Le isole
Mal di Ventre ha una superficie di 85 ettari, una lunghezza massima di 2.5 km, una larghezza di 800 metri e dista 5 miglia nautiche (circa 8 km) dalla costa. E’ l’unico residuo di un esteso affioramento granitico che in tempi remotissimi lambiva tutta la costa occidentale della Sardegna. Il paesaggio è quello tipico delle rocce intrusive granitiche che l’azione erosiva delle forze della natura “lavora” e modella, andando a ricostituire la sabbia della costa. Il fondale è quasi completamente roccioso, con blocchi e massi arrotondati e rare, piccole spiagge sottomarine di sabbie quarzose. Il passaggio dei popoli antichi è testimoniato da alcuni ruderi e dai resti di muraglie, argini e pozzi che venivano utilizzati per la raccolta dell’acqua. Il forte vento di Maestrale, da cui potrebbe esser derivato il nome Malu Entu, poi alterato in Mal di Ventre, aggredisce le rare specie vegetali che popolano l’isola, come la Nananthea perpusilla, endemica, ma anche il lentisco, le tamerici o la tifa. Uccelli migratori terrestri come la tortora, ma anche specie marine come il marangone dal ciuffo, il gabbiano corso e quello reale mediterraneo nidificano sull’isola, mentre tra l’erba e gli scogli si rifugia una fauna estremamente interessante che comprende aracnidi come la vedova nera, insetti, anfibi, rettili (testuggine marginata) e piccoli mammiferi (coniglio selvatico).
Lo Scoglio Catalano è un “dicco” vulcanico che prende origine da emissioni di lava basaltica dal colore quasi nero. Posizionato circa 12 miglia ad ovest di Capo San Marco, ha forma circolare, diametro di 700 metri e un’altezza massima di 12 metri sul livello del mare. Nella parte rivolta a sud sono presenti diverse secche che in alcuni punti affiorano come scogli. Nei fondali rocciosi antistanti tutto lo scoglio sono presenti formazioni create dall’attività vulcanica: pareti subverticali dal fondo, isolati filoni allungati verso nord, basalti colonnari con canaloni, archi, grotte e tunnel. Negli anfratti rocciosi che si alternano alle praterie di posidonia sono presenti cernie, Parazoanthus, spugne e crostacei, alcionari e il fragilissimo corallo rosso. Le isole sono qualificate come Sito d’Interesse Comunitario (SIC) ai sensi della Direttiva Habitat e Zona di Protezione Speciale (ZPS) ai sensi della Direttiva Uccelli.


Un mare di attività
NaturaWentura Sea&Trekk, InfoPoint lungomare Mandriola, S. Vero Milis, tel. 0783.52197, 329.6120372, 347.
0052059, www.capomannu.it: escursioni in mare nell’Area Marina Protetta e a terra in mtb o fuoristrada, kitesurf e windsurf school, affitto kayak. 9511 DivingTeam, Marina di Putzu Idu, tel. 335.6059412, www.9511divingteam.com: immersioni e corsi sub Padi. Soc.Coop. Penisola del Sinis, tel. 0783.370019: il trenino di Tharros esplora il promontorio di Capo S. Marco con partenza dalla piazza di S. Giovanni di Sinis, di fronte al Centro Visite dell’A.M.P. Nuovo Consorzio Cooperative Pontis, via dei Mestieri, zona artigianale di Cabras, tel. 0783.392585: visita alla Peschiera Pontis, per scoprire le tecniche di pesca dentro gli stagni chiusi con le reti a circuizione e per visitare la piccola esposizione della ben restaurata peschiera.


Prodotti tipici
La bottarga, cioè uova di muggine essiccate e salate, utilizzate come condimento a crudo per gli spaghetti oppure per la fregola (pasta grezza, ruvida di grano duro) con le arselle. Le norme igieniche impongono la vendita dentro sacchetti di plastica sottovuoto, ma se riuscite a trovare delle pezzature fresche, non ancora imbustate e le avvolgete nella carta del pane, la bottarga seccando si conserverà per mesi e il sapore si moltiplicherà. Da provare almeno una volta, nonostante il prezzo quasi proibitivo e forse un po’ “montato”, ‘sa merca, sempre muggine, salato e poi bollito in pezzi dentro un involucro di canne palustri, con erbe aromatiche come il timo o il mirto. Deve essere ordinato perché la salatura varia a seconda dei giorni di conservazione che si vuole ottenere e del momento della consumazione. L’Oro di Cabras, Fratelli Manca, via Cima 5, Cabras, tel. 0783.290848; Tradizioni Nostrane, di Giovanni Spanu, via Carducci 20, Cabras, tel. 0783.391161. I vini del Sinis stanno ottenendo premi sempre più ambiti nelle manifestazioni internazionali. La Cantina Contini (sopra), via Genova, Cabras, tel. 0783.290806, www.vinicontini.it, dal 1898 produce l’immancabile Vernaccia di Oristano, ma anche il Nieddera, un rosso ad indicazione geografica tipica Valle del Tirso, che ha ottenuto il Diploma Gran Menzione al 38° VinItaly del 2000, il Karmis, Bianco d.o.p. della Valle del Tirso, ottimi Cannonau, Isola dei Nuraghi e Vermentino. Anche i liquori hanno un posto d’onore, soprattutto il finocchietto sardo, ottenuto col finocchio selvatico, il limone del Campidano e ovviamente il mirto. Lucio&Nunzia, via Umberto I, Riola Sardo, tel. 0783.411688, www.lucioenunzialiquori.com.
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Indirizzi utili
Ente Provinciale per il Turismo di Oristano, Ufficio Informazioni, piazza Eleonora 19, tel. 0783.3683210, 0783.36831; Provincia di Oristano, Assessorato alla Cultura, via Carboni 5, tel. 0783.7931, www.provincia.or.it. Comune di Cabras: Sede AMP, piazza Eleonora 1; Uffici, via Tharros c/o Museo Civico, tel. 0783.3971, fax 0783.391097.