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	<title>Itinerari e Luoghi Online</title>
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		<title>Abruzzo-Piana di Navelli</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 15:11:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Giallo Zafferano
di Paolo Simoncelli
Dalla piana di Navelli a Rocca Calascio, da Bominaco a Peltuinum e Prata d’Ansidonia. Scopriamo un piccolo e affascinante angolo d’Abruzzo “marchiato” dal sisma, che si anima nei giorni della raccolta di uno zafferano fra i migliori al mondo.


Tra ottobre e novembre nella piana di Navelli il sorgere del sole è atteso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Giallo Zafferano</span></h3>
<p><em>di Paolo Simoncelli</em></p>
<p><strong>Dalla piana di Navelli a Rocca Calascio, da Bominaco </strong><strong>a Peltuinum e Prata d’Ansidonia. Scopriamo un piccolo e affascinante angolo d’Abruzzo “marchiato” dal sisma, che si anima nei giorni della raccolta di uno zafferano fra i migliori al mondo.</strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 458px"><img class=" " style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/2011/apertura_navelli.jpg" alt="" width="448" height="298" /><p class="wp-caption-text">La cittadella fortificata di Castel Camponeschi</p></div>
<p><span id="more-1072"></span></p>
<p>Tra ottobre e novembre nella piana di Navelli il sorgere del sole è atteso con la trepidazione che accompagna la nascita di un figlio. Il fiore dello zafferano diventa pronto per la raccolta durante la notte: i coltivatori del prezioso Crocus sativus non sanno mai cosa troveranno nei campi. Alle prime luci potrebbe materializzarsi una distesa di terra scura oppure tappetoni di fiori violacei lucidi di rugiada. In quest’ultimo caso viene attivato un tam tam che risuona nella valle, radunando in pochi minuti un esercito di raccoglitori. Bisogna fare presto. La regola numero uno prevede che la raccolta vada effettuata prima del sorgere del sole. Per due ragioni: a fiori chiusi si procede più velocemente; inoltre si impedisce ai raggi solari di deteriorare i principi attivi dello zafferano, la crocina,  che dà il colore, e il safranale, che si forma durante l’essiccazione garantendone l’aroma. Quando arrivai nella piana era notte fonda. Il paesaggio lo potevo solo immaginare ma, a giudicare dalla linea retta dell’auto che lasciata l’Aquila procedeva diritta verso est lungo la SS17 senza incontrare una curva, stavo attraversando una lunga e, per quanto mi riguarda, misteriosa pianura. La terra amara e dolce d’Abruzzo pareva spopolata e senza vita. Come se il terremoto, dopo aver fatto strage di uomini, avesse deciso di seminare la desolazione anche nei solchi della terra. Poi vidi le luci delle case, da Navelli a Civitaretenga fino a Prata d’Ansidonia. Mettevano di buon umore.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">La raccolta e i suoi riti<br />
 </span></strong>Nel tepore delle case dai camini fumanti, un bel po’ di gente appena scesa dal letto si dava da fare, tra caffettiere che borbottavano, per indossare stivali, giacche a vento e maglioni. Il freddo delle albe autunnali abbassa la temperatura sotto lo zero, ma ai raccoglitori tocca lo stesso stare per ore chini sui campi per cogliere il fiore originario dell’Asia Minore. Al mio arrivo alla Casa Verde di Gina, agriturismo consacrato da più di 40 anni alla cultura dello zafferano, c’erano già decine di tazze di caffè vuote e briciole di crostata sui tavoli: dopo aver fatto un pieno di calorie, i raccoglitori si erano riversati sui campi della piana. Al sorgere del sole, ce n’erano a decine coi cestini in mano. Li guardavo sui campi, intorno alla chiesa di Santa Maria in Cerulis, pensando che per produrre un chilo di zafferano avrebbero dovuto raccogliere 200.000 fiori! La stagione della raccolta varia di anno in anno a seconda delle condizioni climatiche. Se settembre è stato freddo e asciutto, i fiori spunteranno la terza, quarta settimana di ottobre fino ai primi di novembre; se invece è stato caldo e umido la raccolta può iniziare già ai primi di ottobre. Persino il 4, dice Gina, il giorno di San Francesco. “San Francisc, ru fiore aiu canestr”, “a San Francesco il fiore è nel canestro”, come recita un detto popolare. La speranza è quella di riempire i cesti di fiori belli, duri e carnosi. Sarebbe il meritato epilogo per un ciclo di lavorazione che inizia a marzo con l’aratura. Col solleone d’agosto invece, si procede al dissotterramento dei bulbi, alla loro selezione (quelli marci e troppo piccoli vengono scartati) e all’interramento nei campi. Tutto nella stessa giornata. Un lavoraccio. Le colonne vertebrali cigolano, le articolazioni del ginocchio gemono, la sensibilità delle dita diminuisce. Non si fa nemmeno in tempo a tirare il fiato dopo la raccolta che già bisogna radunarsi intorno al tavolo per il rito della “sfioritura”. Al centro c’è una montagna di fiori appena raccolti dai quali mani esperte estrarranno il pistillo rosso scarlatto. Mentre assisto al “rito” in un brulicare vorticoso di dita che aprono i petali in cerca del “tesoro”, osservo i tre filamenti dalla caratteristica punta a trombetta. Mano a mano che passano le ore, se ne accumulano mucchietti accanto ai gomiti inchiodati ai tavoli. Nel tardo pomeriggio, dopo essere stati sistemati con cura sui setacci da farina, verranno essiccati sulle stufe o davanti ad un buon fuoco di legno di quercia o di mandorlo, che non rilasciano odori. È con quest’ultimo, delicato procedimento pilotato da un “maestro” essiccatore &#8211; ogni famiglia ne ha uno &#8211; che il pistillo si disidrata perdendo quasi l’80% del suo peso ed è pronto per essere macinato e trasformato in polvere. Ma basta poco per rovinare tutto. Se l’essiccazione è troppo intensa infatti lo zafferano si brucia; se invece è poco efficace l’umidità eccessiva provocherà cattivo odore. Inutile dire che sullo zafferano esiste una letteratura sterminata che ne decanta qualità culinarie, medico &#8211; terapeutiche, cosmetiche, persino afrodisiache. Oltre a vantare una storia plurimillenaria, la cosa certa è che lo zafferano purissimo dell’Aquila è il migliore del mondo. Ed era considerato tale già dal Medioevo, quando se lo contendevano commercianti di tutta Europa. Un tale Jobst Findenken  si recava regolarmente da Norimbega a l’Aquila per acquistarlo, avendo poi l’accortezza di “annacquarlo” con zafferano di qualità inferiore per poi rivenderlo a peso d’oro. Ma l’inganno fu svelato e il povero Jobst, era il 27 luglio 1444, ebbe una punizione decisamente sproporzionata: bruciato vivo sul rogo insieme allo zafferano che “spacciava”. Una storiaccia.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Fascino senza confini<br />
 </span></strong>Per tirarmi su il morale affondo la forchetta in un piatto di gnocchi allo zafferano preparati in diretta da Gina e il giorno dopo, per restare in tema, ne affondo un’altra nei tortelloni al tartufo nero e naturalmente zafferano, che il trapiantato chef calabrese Lino Guarascio mi cucina alla Taverna Borgo dei Fumari, a due passi dalla “zona rossa” (area terremotata inaccessibile) di Prata d’Ansidonia. Uno cammina in un paese che pare spopolato e all’improvviso, a pochi metri da macerie e mura diroccate, proprio quando sta per andarsene, si ritrova di fronte questo raffinato tempio della gastronomia, un insieme di case secolari che Lino ha acquistato e poi ristrutturato con amore. Ogni stanza ha arredi d’epoca, travi originali e naturalmente gli antichi camini che oggi come un tempo, da qui il nome della struttura, continuano a fumare. Se cercate quello che si dice l’”anima” di un luogo, qui la troverete. Forse trasuderà dalle antiche mura, dagli stimmi dello zafferano oppure da un’amichevole conversazione con il buon Lino. «La mia idea» dice lo chef  «è quella di trasformare il borgo in un albergo diffuso; quando arriverà l’agibilità, l’interrato della casa di fronte diventerà una cantina medievale». Un ottimo progetto che fa il paio con quello di Santo Stefano di Sessanio dove, a partire dal 1999, Daniele Kihlgren, l’”imprenditore illuminato”, ha acquistato e poi ristrutturato con criteri totalmente conservativi un buon numero di case. Sono state trasformate in eleganti alloggi ma in realtà sono enclavi architettoniche sottratte alla legge del tempo. Nulla è cambiato. Sembra di sentire l’asino che gira intorno alla macina o l’eco di una ninna nanna che un’antica, giovane donna d’Abruzzo canta al suo piccolo. Non siamo molto distanti del resto dagli spazi aperti a 1200 metri di quota, intorno al maniero duecentesco di Rocca Calascio. Mi sono chiesto spesso da dove arriva il fascino di questo luogo. La risposta migliore è che ovunque cada lo sguardo non si vedono confini. Niente barriere, niente recinzioni che delimitano proprietà o ideali. È il mondo com’era e che non abbiamo più.</p>
<p>
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		<title>Germania-Monaco Di Baviera</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 17:03:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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BIONDA E SPUMEGGIANTE
di Alessandra Mattanza
Durante l’Oktoberfest, quando la birra scorre a fiumi, Monaco viene travolta da un’euforia collettiva. Ma anche negli altri giorni è una città che catalizza tendenze, musica, moda, design. E dove si vive benissimo.



«È una vera baldoria, in tendoni dove imperversa la musica e la birra scorre a fiumi in grandissimi boccali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">BIONDA E SPUMEGGIANTE</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">di Alessandra Mattanza</span></address>
<p><strong>Durante l’Oktoberfest, quando la birra scorre a fiumi, Monaco viene travolta da un’euforia collettiva. Ma anche negli altri giorni è una città che catalizza tendenze, musica, moda, design. E dove si vive benissimo.</strong></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 332px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/2011/apertura_germania205.jpg" alt="" width="322" height="480" /><p class="wp-caption-text">BALDORIA AUTUNNALE festa in un tendone. </p></div>
<p><span id="more-1047"></span></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>«È una vera baldoria, in tendoni dove imperversa la musica e la birra scorre a fiumi in grandissimi boccali traboccanti di un’incontenibile bianchissima schiuma. L’alcool fa cadere qualsiasi timidezza» dice Luisa, che all’Oktoberfest ha incontrato il suo futuro marito, Roberto. «Eppure viviamo nella stessa città, a Modena, e non ci siamo mai conosciuti!» rincara la dose lei. Ma c’è anche chi racconta di essersi svegliato su una panchina dell’Englischer Garten, senza ricordare come ci sia arrivato, mentre in alcuni padiglioni, i più frequentati da australiani e neozelandesi, che, si sa, sono amanti della sbronza facile, sono capitati episodi in cui la gente ballando sui tavoli si strappava addirittura di dosso i vestiti, in folli spogliarelli improvvisati, bloccati poi al loro culmine dalla polizia… «Ci sono la bella e spumante Weißbier, la Pils o la Helles o, ancora, la Radler, con birra mescolata a gasosa» spiega Georg entusiasta, che monacense doc, ventenne, dice di non aver mai perso un’Oktoberfest. «Mia madre mi ci ha portato addirittura al mio primo anno d’età» precisa fiero. Ma non è l’unico ad essere contagiato dalla “febbre della birra”.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Grande Oktoberfest</span></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong>L’Oktoberfest è la festa più popolare del mondo che raccoglie a Monaco di Baviera più di 6 milioni di visitatori ogni anno. «La sua storia comincia nel 1810, il 12 di ottobre, quando due ufficiali della Guardia Nazionale Bavarese persuasero il re Massimiliano a festeggiare il matrimonio di suo figlio, il principe ereditario bavarese Ludovico, con la principessa Teresa di Sachsen-Hildburghausen, con una grande corsa di cavalli nei pressi della città. La festa ebbe un successo tale che si decise di celebrare ogni anno e il posto fu chiamato Theresienwiese (“campo di Teresa”), in onore della sposa. Le corse furono presentate sui Wies’n (“i campi”) fino al 1938», racconta Maria, dell’Ufficio del Turismo di Monaco. Ammette che ogni anno in questo periodo l’intera città si trasforma, travolta da un’euforia collettiva. «La gente va al lavoro vestita nei costumi tradizionali, pronta dopo le cinque del pomeriggio a staccare», spiega lei. «Andiamo ai Wies’n!» si sente così dire in giro quasi in tono perentorio e, come stregate dalla musica di un magico pifferaio, persone di tutte le età e nazionalità si riversano numerose a Theresienwiese. Oggi l’Oktoberfest è una grande festa in tendoni con tavoli e panche di legno, dove ci si siede e si beve la birra al ritmo di bande che suonano dal vivo. Si distinguono almeno 16 grandi tende tra cui ci sono l’Hippodrom, bazzicata da vip e celebrità, la Schottenhammel-Festhalle, popolare tra i giovani, quelle più snob di Käfer e la Nymphenburg-Weinzeit, dove si beve vino. Sono immerse in un caleidoscopio di giostre di tutti i tipi, alcune più tradizionali e classiche, altre più nuove e spericolate, tante bancarelle di dolciumi e gastronomia, tra cui si distinguono i famosi cuori di panpepato su cui si può scrivere quello che si desidera. Ma la baldoria non si ferma a Theresienwiese. In questo periodo Monaco si trasforma in una festa che coinvolge i locali, le strade e… perfino la metropolitana, intasata giorno e notte da gente sorridente e alticcia, che parla le mille lingue del mondo. Ma che, non si capisce come, si ritrova a cantare gomito a gomito allo stesso tavolo, agitando boccaloni straripanti di spuma. I monacensi ammiccano e flirtano abbastanza compiaciuti, con quell’aria da “dolce vita” che ha fatto da tempo di Monaco la città più italiana della Germania. E pure gli snob più intransigenti che si muovono solo sull’onda dell’ultimo trend, i cosiddetti Schicky-Micky, cadono irrimediabilmente davanti a un paio di Lederhosen, i caratteristici pantaloni di pelle, mentre le ragazze fanno a gara per sfoggiare il Trachten più bello, il tipico costume locale.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Non solo birra</span></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong>Ma Monaco non è solo birra, crauti, würstel e stinco di maiale. Negli ultimi anni ha voluto mettersi al pari delle grandi capitali europee, diventando così un vivace e giovane polo di attrazione per nuove tendenze, musica, moda, cultura alternativa e design. Niente paura, la birra imperversa e sempre trionfa. Come nelle birrerie, nei tanto amati Biergarten, le birrerie-giardino, dove col primo sole i monacensi si riversano in massa. Ma lasciamo la parola agli stessi cittadini, fieri della qualità della vita locale. «Monaco è una città che supera il milione di abitanti, eppure per come è strutturata, in una sorta di mosaico di diversi quartieri che paiono tanti piccoli paesi, si ha come l’impressione di vivere in una piccola città, invece che in una metropoli» dice Nadja, redattrice. «A Monaco è da sempre molto facile trovare lavoro. Vi hanno sede molte multinazionali, piccole e grandi ditte e la città e i dintorni vantano anche molti miliardari, con grande concentrazione intorno al lago di Starnberg. Gli stipendi sono buoni e sicuri, più elevati perfino che in altre città della Germania, e permettono quindi una buona qualità di vita» ammette Petr, che lavora nella grande compagnia assicurativa Allianz. «Monaco vanta una efficientissima rete di mezzi pubblici. È possibile vivere senza la macchina, utilizzando la U-Bahn, la metropolitana, e la S-Bahn, la metropolitana esterna, che raggiunge anche quartieri periferici della città. Sono sempre molto puntuali e affidabili» chiarisce Isabella, madre felice di tre bambini e “nemica” dell’automobile. «Monaco ha tantissime piste ciclabili e ci si può muovere ovunque in bicicletta, è un paradiso per gli amanti delle due ruote. E tutti qui hanno una bicicletta, che “sfoderano” non appena si fa avanti la primavera» ribadisce Imke, impiegata al Patentamt, l’ufficio brevetti, che si reca spesso al lavoro sulle “due ruote”. «Monaco ha una delle più belle vite notturne d‘Europa. Il tenore di vita è alto e la gente esce quasi ogni sera. Ciò significa che qui si trovano locali pieni 7 giorni su 7, non solo il weekend. I prezzi dei ristoranti sono anche inferiori a quelli italiani» professa Jonathan, dj. «Monaco vanta il numero più alto di single d’Europa. Ciò vuol dire che, anche per chi cerca compagnia, può essere un… paradiso!» dice il barman Balthasar.</p>
<p>
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		<title>Emilia Romagna-Valle del Samoggia</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 16:50:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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LA VALLE DEL TARTUFO
di Marta Ghelma
Al confine tra le province di Modena e Bologna, la valle del Samoggia dà il meglio di sé durante la stagione autunnale. Tra abbazie, borghi e calanchi, scopriamo il fascino di un mondo antico, fatto di boschi e colline ricche di castagne, funghi e tartufi pregiati.



Al chiaro di luna, in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">LA VALLE DEL TARTUFO</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">di Marta Ghelma</span></address>
<p><strong>Al confine tra le province di Modena e Bologna, la valle del Samoggia dà il meglio di sé durante la stagione autunnale. Tra abbazie, borghi e calanchi, scopriamo il fascino di un mondo antico, fatto di boschi e colline ricche di castagne, funghi e tartufi pregiati.</strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/2011/apertura_emilia.jpg" alt="" width="480" height="320" /><p class="wp-caption-text">IDILLIO EMILIANO Paesaggio collinare sulla strada che da Savigno porta alla frazione Bortolani.</p></div>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><span id="more-1040"></span></p>
<p>Al chiaro di luna, in silenzio, a Savigno inizia la “cerca” del tartufo. E non di uno qualsiasi, bensì del re del bosco, quel Tartufo Bianco Pregiato che, ogni week-end di novembre, riempie di profumo le vie del paese in occasione della sagra ad esso dedicata. Con Gianluca Gentilini, presidente dell’Associazione Tartufai, e la sua fidata Margot, un lagotto romagnolo dal fiuto infallibile, c’inoltriamo tra salici selvatici, querce e pioppi lasciandoci alle spalle i candidi calanchi di Tiola e Maiola. È qui, tra i boschi spruzzati dalla rugiada autunnale, lungo i rii, i fossi e i canali, dove l’ambiente è più umido e chiuso, che si crea quella “magica” simbiosi tra le ife del micelio e le radici degli alberi. Grazie alla telepatia che, dopo anni di scambio reciproco, lega il cane all’uomo, Margot si destreggia tra le “bollate” incalzata, di tanto in tanto, da un affettuoso «Vai, Margottina!». Solo a Savigno, uno dei comuni più “tartufigeni” della valle del Samoggia, insieme a Castello di Serravalle e Monte San Pietro, ci sono circa duecento tartufai, un manipolo d’appassionati che, da ottobre a dicembre, parte con l’inseparabile zappetto alla ricerca di “piastrelle” (tartufo piatto) e “balotte” (tartufo a sfera). «Per mezzo dell’associazione», commenta Gianluca, «promuoviamo azioni di tutela dell’ambiente del tartufo, prendendo in affitto e gestione ettari di boschi. La “cerca” è una passione scritta nel DNA di Savigno che vogliamo tramandare e conservare libera». Nel frattempo, oltre le bancarelle che affollano la piazza, i clienti di “Amerigo” reclamano l’ospite d’onore; al richiamo dello chef: «Alberto, c’è da grattare!», il titolare della storica osteria di via Marconi s’avvicina ai tavoli per servire la tanto attesa spolverata. C’è chi aspetta con impazienza l’arrivo dell’autunno per bissare l’ebbrezza del suo uovo al tartufo bianco, chi è in coda per acquistare una balotta e chi, estasiato dalla geometria della dispensa, si perde tra vasetti di cipolline all’aceto balsamico di Modena e porzioni di ragù bolognese. Alla soglia dei settantasette anni, dal giorno in cui Amerigo e Agnese aprirono i battenti, quest’osteria resta ancora un seducente “bosco delle meraviglie”, così come l’ha immaginato lo scenografo Gino Pellegrini dipingendo la sala da pranzo al primo piano.<br />
 È il bosco, così come i vigneti, i cereseti e i terreni agricoli coltivati, a rendere questa valle di confine tra le provincie di Modena e Bologna, una vera e propria riserva di “cose buone”. Se al suo debutto, la Sagra Nazionale del Tartufo Bianco Pregiato di Savigno e dei Colli Bolognesi contava un solo banchetto ricolmo di tartufi, caldarroste e tigelle, dopo ventisette anni il paese si è trasformato in un grande stand per accogliere decine d’ambulanti e punti di ristoro. Occasione unica per fare scorta di crescentine, marroni, funghi e tartufi o imparare la ricetta del borlengo, una sorta di grossa crêpe condita con un impasto di pancetta e lardo macinati con aglio, rosmarino e una spolverata di Parmigiano Reggiano. Siamo in Emilia Romagna e anche la valle del Samoggia non delude in quanto a tradizioni gastronomiche, come il vino dei Colli Bolognesi DOC, il rinfrescante Pignoletto, fino ai pani e ai dolci ricavati dalle farine e dai cereali macinati a pietra nei vecchi mulini ad acqua delle frazioni Bortolani, Vedegheto e Rodiano. Malgrado ciò, il frate francescano che ci accompagna nella visita dell’abbazia di Monteveglio riesce a evitare i vizi di gola con un semplice guizzo d’umorismo: «lo sa, noi mangiamo ciò che passa il convento». Questua sì, ma ripagata dall’essere in un luogo incantevole, una sorta di tempio del silenzio conficcato nel cuore di un parco regionale ricamato di sentieri e verdi praterie. «Nelle giornate di cielo limpido, dal loggiato dell’abbazia, si riescono a vedere il monte Baldo, i colli Euganei, fino alle città di Modena e Bologna.», commenta il frate: «senza dubbio, il panorama più bello che potesse capitarmi».</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Tesori di cultura<br />
 </span></strong>Gente soddisfatta, orgogliosa, appagata di far parte di questo “piccolo mondo antico” legato alle tradizioni di sempre, senza rinunciare a un tocco di novità e impegno personale. È un caso emblematico quello del giovane Franco Calanca che, da restauratore di mobili antichi e appassionato di cornamusa scozzese, è rimasto uno dei pochi artigiani italiani a saper costruire e riparare strumenti musicali ad ancia. In particolare, grazie al maestro Leonardo Rosciglione, ha imparato a fabbricare le pive, una variante della cornamusa che ebbe il suo periodo di massima espansione nel XV-XVI secolo tra Emilia, Romagna e Veneto. Il suo suono, pressoché scomparso dagli anni Cinquanta, rivive durante il “Pivaraduno”, l’evento dedicato allo strumento, con le musiche tradizionali rivisitate da gruppi locali quali Le Pive nel Sacco, Lanterna Magica e Cisalpiper. Un patrimonio culturale profondo che, annualmente, riemerge per mostrare i propri tesori, proprio come quel Tuber magnatum pico che, all’arrivo dell’autunno, i samoggini attendono con fiducia.</p>
<p>
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		<title>Cipro-Sud Ovest</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 16:33:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Isola d&#8217;amore
di Marta Ghelma
Percorriamo la costa meridionale cipriota seguendo le tracce della dea Afrodite, per poi spingerci nella regione dei monti Troodos, dove ombreggiate foreste custodiscono splendidi tesori bizantini.

 


Nel film Agente 007, Licenza di uccidere, una sensuale Ursula Andress esce dall’acqua in bikini tenendo tra le mani due conchiglie giganti sotto l’occhio vigile di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Isola d&#8217;amore</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">di Marta Ghelma</span></address>
<p><strong>Percorriamo la costa meridionale cipriota seguendo le tracce della dea Afrodite, per poi spingerci nella regione dei monti Troodos, dove ombreggiate foreste custodiscono splendidi tesori bizantini.</strong></p>
<p><strong><br />
 </strong></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 263px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/aperture/apertura_cipro.jpg" alt="" width="253" height="392" /><p class="wp-caption-text">Il teatro del sito archeologico di Kourion.</p></div>
<p><span id="more-1028"></span></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Nel film Agente 007, Licenza di uccidere, una sensuale Ursula Andress esce dall’acqua in bikini tenendo tra le mani due conchiglie giganti sotto l’occhio vigile di James Bond. Cinquecento anni prima Sandro Botticelli aveva dipinto la dea Venere, nuda su una conchiglia, mentre emerge dalle acque sospinta dai venti. Eterea o sfrontata, sacra o profana, la bellezza è frutto dello stesso mito che la vuole nata dalla schiuma delle onde del mare, tra i grandi massi piantati al largo di Petra tou Romiou. La spiaggia cipriota prende il nome dall’eroe bizantino Romios che, per proteggere l’isola dagli attacchi saraceni, gettò in mare pesanti macigni provenienti dal monte Pentadattilo. Uno di questi è sacro ad Afrodite e la leggenda racconta che, nuotandoci intorno tre volte, si guadagnano dieci anni di vita. Questo tratto di costa, insieme ai Bagni di Afrodite, siti a nord, nella selvaggia penisola di Akamas, malgrado siano i luoghi più visitati dal turismo, rappresentano solo in parte l’importanza del culto riservato alla patrona di Cipro. Il legame con Afrodite, infatti, trae origine nel 1500 a.C., epoca in cui, nell’antica città di Pafos, esisteva un tempio dedicato alla dea della bellezza, moglie del primo re isolano Kinyras. La costa meridionale, che da sud di Larnaca scivola fino all’estremo ovest isolano, è costellata di siti dedicati al culto di Afrodite, testimoniati dalle figure femminili conservate al museo di Limassol, dagli scavi archeologici di Amathus, Kato Pafos, Kouklia e dai boschi sacri che si trovano intorno a Geroskipou. Nella rete della dea, infoltendo la larga schiera di amanti mitologici, sono caduti anche i Ciprioti, che l’hanno eletta icona incontrastata dell’isola.<br />
 Il marchio della bellezza, a Cipro, si trova un po’ ovunque: sui depliant turistici, nelle insegne di alberghi e ristoranti e sulle scatole dei loukoumia, i tradizionali dolci a base di gelatina ricoperti di zucchero a velo. Inoltre, il diffuso prodotto di bellezza d’origine cinese, conosciuto in Europa con il nome di cipria, deriva il suo nome proprio dalla terza isola più grande del Mediterraneo. Il toponimo Cipro, a sua volta, trarrebbe origine da cuprum, il termine latino che indica il rame, materia prima di cui l’isola abbondava già dal 2.000 a.C., con opifici che utilizzavano l’olio d’oliva come combustibile nei processi di fusione del metallo.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Bibbia a fumetti<br />
 </span></strong>La strada che da Limassol sale a Platres punta dritto al cuore dell’isola, uno scrigno di montagne ricoperte da foreste di pino nero, cedro, ginepro e cespugli di ginestra. Separata dal mare da una rete di strade tortuose, l’area dei Troodos è stata la roccaforte della fede ortodossa lungo i secoli e durante il travagliato periodo bizantino. A partire dall’anno Mille e fino al XVI secolo, le pareti delle chiese rurali sparse tra i monti si sono arricchite di accesi pigmenti che, come le strisce di un fumetto, hanno insegnato il Vangelo a generazioni di fedeli. Nel cortile della chiesa di Panagia tou Araka il giovane sacerdote mi fa cenno d’entrare: «Scusi la confusione, stiamo mettendo in ordine per la festa della Vergine, entro il 7 di settembre dev’essere tutto perfetto». Superati i calcinacci, lo spettacolo non tarda ad arrivare: sulla cupola una folla di profeti, angeli e santi è raccolta intorno alla figura del Cristo Pantocratore, mentre nell’abside la Vergine in Trono accompagna l’ascesa di Cristo al cielo. Cadenzando le parole con ampi gesti delle braccia, il pope Vassilis fornisce una spiegazione logica al mio stupore; mi confessa, infatti, che la potenza evocativa degli affreschi dei Troodos consiste nell’armonica fusione dell’arte bizantina, per definizione ieratica e astratta, con il Rinascimento italiano. In verità, a trasmettermi un ipnotico senso di pace sono l’architettura semplice della chiesa, simile a un granaio di campagna, il suono dalle campane agitate dal vento e l’odore del caffè preparato da mamma e papà, giunti dal villaggio di Lagoudhera per aiutare Vassilis. Attraversando la regione, dai distretti di Pitsilia e Marathassa fino all’area settentrionale della Solea, i custodi dei dieci edifici sacri, nove chiese e un monastero, dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’umanità, mostrano con orgoglio i loro tesori. La reliquia più preziosa, tuttavia, è celata da un drappo nero, tra i ciliegi del monastero di Panagia tou Kikkoi. Secondo la fede ortodossa, infatti, almeno una volta nella vita l’occhio dei fedeli deve indugiare sull’icona della Vergine Misericordiosa, la cui perfezione è attribuita, si tramanda, al genio artistico dell’Evangelista Luca.</p>
<p>
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		<title>Abruzzo-Pescocostanzo e Rivisondoli</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2011 11:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[racchette da neve]]></category>
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Pastorale chic
testo di Emanuela Ferro &#8211; foto di Paolo Picciotto
Natale sugli Altipiani Maggiori d’Abruzzo. A Rivisondoli, scenografico paese-presepe, e nell’antica e nobile Pescocostanzo &#8211; uno dei Borghi più Belli d’Italia &#8211; dove abili mani di artigiani hanno modellato pietra, legno, ferro, oro e filo per impreziosire chiese e palazzi e realizzare gioielli e merletti.


La neve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Pastorale chic</span></h3>
<address><span style="color: #888888;">testo di Emanuela Ferro &#8211; foto di Paolo Picciotto</span></address>
<p><strong>Natale sugli Altipiani Maggiori d’Abruzzo. A Rivisondoli, scenografico paese-presepe, e nell’antica e nobile Pescocostanzo &#8211; uno dei Borghi più Belli d’Italia &#8211; dove abili mani di artigiani hanno modellato pietra, legno, ferro, oro e filo per impreziosire chiese e palazzi e realizzare gioielli e merletti.</strong></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 300px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/2011/apertura_pescocostanzo.jpg" alt="" width="290" height="432" /><p class="wp-caption-text">Pescocostanzo: Santa Maria del Colle all’imbrunire.</p></div>
<p><span id="more-1010"></span></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>La neve ridisegna i profili di tetti e balconi, attutisce i suoni, allarga le strade, respingendo auto e rumori. I draghi alati di Palazzo Fanzago sono incappucciati di bianco e sorreggono mensole di legno e di neve. La maestria degli artigiani pescolani è tutta in questa facciata in cui s’inseguono nicchie, timpani e volute, portando in trionfo il barocco nel cuore degli scabri altopiani d’Abruzzo. Secoli di abilità manuale, estro artistico e contaminazioni culturali, che ancora si leggono tra le case di Pescocostanzo, bianche di pietra e di neve. Camminando tra le vie lastricate, alzando lo sguardo a insegne e ringhiere, cercando fastosi portali monumentali che si alternano a semplici balconcini esterni che una scala collega alla strada.</p>
<p> Scalpellini, scultori, pittori, intagliatori e fabbri hanno lavorato l’uno accanto all’altro per secoli nella basilica di Santa Maria del Colle, dove dal portale agli altari tutto parla di loro. Dal legno scolpito del pulpito e del coro a quello degli spettacolari soffitti a cassettoni, dai marmi del fonte battesimale fino ai drammatici disegni battuti nel ferro dei cancelli. Qui si battezza ancora secondo il rito ambrosiano e il gergo delle maestranze era la “lingua lombardesca”, a raccontarci di come per due secoli, tra il Quattrocento e il Seicento, gli artigiani lombardi si siano trasferiti in questo lontano borgo di montagna che coniugava benessere e amore per il bello. Un paese piccolo ma florido, che fin dal Cinquecento ebbe una commissione per la tutela edilizia e che nel 1774 fu tra i pochissimi nel Regno di Napoli ad avere le risorse per riscattarsi dal dominio feudale, acquisendo il titolo di “Comunità padrona di sé” (Universitas sui domina), di cui ancora si fregia nello stemma. E con le donne del nord arrivò la lavorazione del merletto, che divenne patrimonio di tutte e che il museo e la scuola comunale continuano a tramandare.</p>
<p> La ricchezza veniva dall’allevamento delle greggi, che oggi prosegue, regalando non più palazzi e chiese, ma sapidi prodotti della tradizione: pecorini, ricotte, caciocavalli e scamorze, realizzati con metodi tradizionali che danno a ogni forma aromi e sapori differenti.</p>
<p> Il legame tra arte e cultura pastorale si legge negli splendidi gioielli pescolani, che intrecciano fili d’oro e d’argento per comporre simboli di prosperità e fecondità da trasformare in promesse d’amore. Persino la chiesetta rupestre dell’eremo di San Michele, nascosta tra la roccia e la neve, nacque su un antico luogo di culto pagano, che si vuole dedicato a Ercole, protettore delle greggi.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">La Cortina d’Abruzzo</p>
<p> </span></strong>La calma è assoluta in questi giorni di dicembre che preludono al Natale, quando l’after-ski della “Cortina d’Abruzzo” sarà affollato dei turisti che vengono a sciare in uno dei principali comprensori dell’Italia centrale. E se per lo sci alpino i centri più attrezzati sono i vicinissimi Roccaraso e Rivisondoli, Pescocostanzo, fedele alla sua aura tra il pastorale e lo chic, è il paradiso dei fondisti, grazie agli anelli del Bosco di Sant’Antonio. La faggeta è un luogo incantato, di alberi secolari, distese candide e infinite tracce a segnare i percorsi degli animali selvatici che si spostano tra il Parco Nazionale della Maiella e quello d’Abruzzo. Basta perdersi, con gli sci da fondo o le ciaspole, uscire dai percorsi segnati, andarsene a zonzo senza meta per riascoltare ritmi che non ci appartengono più e dei quali non ci sappiamo riappropriare.</p>
<p> A pochi chilometri dalle atmosfere rinascimentali e barocche di Pescocostanzo, Rivisondoli mantiene invece i tratti medievali del borgo fortificato, eretto a sorvegliare il Piano delle Cinque Miglia. Nove chilometri che per secoli molti non riuscirono a superare, uccisi e dispersi da immani bufere capaci di decimare le bellicose truppe che attraversavano la Penisola. Le case bianche, strette e arroccate di Rivisondoli disegnano il profilo della collina, trasformando il borgo in una cartolina perfetta, che lentamente si accende all’imbrunire. Il Presepe vivente che vi si tiene ogni anno non avrebbe potuto trovare location più adatta.</p>
<p>
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		<title>Svezia-Lapponia</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 09:40:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Nella terra dei Sami
testo di Emanuela Ferro e Paolo Picciotto &#8211; foto di Paolo Picciotto
Nell’ultima area selvaggia d’Europa seguendo le millenarie vie di migrazione delle renne, sulle tracce dell’animale simbolo delle latitudini più estreme e del popolo che ad esso ha legato la sua sopravvivenza: i Sami.

Io e Nággar abbiamo gli stessi ritmi. Non riusciamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Nella terra dei Sami</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">testo di Emanuela Ferro e Paolo Picciotto &#8211; foto di Paolo Picciotto</span></address>
<p><strong>Nell’ultima area selvaggia d’Europa seguendo le millenarie vie di migrazione delle renne, sulle tracce dell’animale simbolo delle latitudini più estreme e del popolo che ad esso ha legato la sua sopravvivenza: i Sami.</strong></p>
<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 262px"><img style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 11px; margin-right: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/aperture/apertura_lapponia.jpg" alt="" width="252" height="384" /><p class="wp-caption-text">Un momento del trek con le renne.</p></div><br />
<span id="more-970"></span></p>
<p>Io e Nággar abbiamo gli stessi ritmi. Non riusciamo a resistere alle delizie del sottobosco e rimaniamo un po’ indietro: una sosta per ogni macchia di colore tra i licheni. Io preferisco i mirtilli, i più grossi, polposi e succulenti che abbia mai assaggiato: prati di mirtilli, tanti da doverli schiacciare per seguire il sentiero. Nággar invece impazzisce per i funghi e non se ne lascia sfuggire nessuno. Nággar è la mia renna. Meglio, la renna che mi è stata affidata perché mi prenda cura di lui (Nággar è un maschio, anche se per me, strenuamente attaccata all’italiano, è rimasta “she” per tutto il viaggio), durante il trekking. Ma visto che è Nággar a portare i bagagli più pesanti, a conoscere i sentieri, a cercare il punto migliore per i guadi, e soprattutto a decidere le soste golose, è stato lui a occuparsi di me, probabilmente stupito di questo nuovo inesperto pastore. Le renne hanno nomi che ne descrivono l’aspetto o il carattere: Nággar, che ti spinge col muso e dà all’uomo una confidenza non comune per questi animali piuttosto paurosi, è la renna “che ti viene vicino”, che io (cresciuta col mito di quelle di Babbo Natale), ho subito parafrasato in “renna affettuosa” anche se forse “dispettosa” sarebbe stato più adatto.<br />
 Insieme abbiamo attraversato la terra dei Sami, che noi chiamiamo Lapponia, seguendo uno dei millenari percorsi della migrazione estiva delle renne, nel cuore del Lapponia World Heritage, scelto dall’Unesco per la varietà e l’integrità dell’ambiente naturale e la continuità della presenza del popolo Sami fin dalla preistoria: una delle aree di transumanza più ampie e meglio conservate del pianeta. Si cammina su tappeti di muschio che sembrano non avere conosciuto orma umana, tra boschi e torrenti mai violati, immersi, forse per la prima volta, in una natura intatta e completamente selvaggia, nell’intraducibile wilderness. Eppure, mi racconta Anders, la nostra guida, è difficile trovare, persino nell’”ultima area selvaggia d’Europa”, luoghi dove nessuno sia già passato: tutto ciò che vive qui &#8211; uomini, animali &#8211; lascia tracce, discrete ma visibili, e ogni volta che pianti la tua tenda, sai che forse l’hanno già fatto, proprio nello stesso punto, i cacciatori dell’età della pietra, o due secoli fa gli allevatori di renne. Semplicemente ci sono modi diversi di rapportarsi con l’ambiente e in Lapponia si vedono tutti: dalle non-tracce dei Sami, che da ottomila anni vivono qui in armonia con esso, fino ai segni eclatanti e crudeli di chi ha saputo sfruttare al massimo una terra dura ma ricchissima, costruendo immense dighe e centrali idroelettriche, scavando le miniere più grandi del mondo.<br />
 Una storia che si ripete: popolazioni vissute per millenni al cospetto di una natura grandiosa e imponente, madre terra temuta e rispettata, territori rimasti intatti, ricchi e appetibili, prima o poi raggiunti da chi ormai aveva sfruttato ogni spazio e risorsa, ma aveva i mezzi economici, militari, culturali per appropriarsi di altri. I Sami non sfuggono a un copione ormai noto: pionieri, colonizzazione, privatizzazione delle terre, tasse, nuovi confini. Non hanno mai voluto combattere, quindi non sono stati sterminati, ma assorbiti e uniformati a una cultura differente questo sì. Oggi ci sono un parlamento Sami, scuole Sami, tradizioni Sami, ma per molti anni la lingua è stata messa al bando e gli unici Sami che avevano mantenuto qualche diritto come tali erano gli allevatori di renne, una minoranza rispetto all’intera popolazione indigena.<br />
 I Sami vivono in un ambiente naturale estremo, con minime fino a -40°C e massime intorno ai 30°C, dove l’inverno è un gennaio gelido e senza luce, ma anche una tiepida giornata di maggio lunga venti ore. Si sono adattati a queste difficili condizioni insieme alla renna, l’animale da cui per secoli hanno ricavato ogni sostentamento, utilizzandolo per spostarsi, nutrirsi e proteggersi dal gelo: della renna si usa tutto, pelle, corna, ossa e naturalmente ogni parte commestibile. Le renne hanno zoccoli ampi per non sprofondare, una folta pelliccia e un fiuto che le aiuta a trovare sotto lo spesso manto di neve l’unico sostentamento invernale, i licheni. Anche le femmine hanno le corna, che cadono soltanto in autunno quando ormai i cuccioli sono cresciuti e non devono più essere protetti dai predatori. Quando le corna ricrescono, la primavera successiva, sono più grandi ma mantengono forma e ramificazioni rendendo riconoscibile l’animale.<br />
 Ed è sulla vita delle renne che da sempre si calcolano le stagioni: il ciclo ha inizio a fine marzo con la migrazione verso i pascoli montani, dove a maggio nascono i piccoli, all’inizio dell’estate le mandrie vengono radunate per la marchiatura dei cuccioli e poi tornano al pascolo fino a settembre, quando ogni comunità sceglie i maschi adulti per la macellazione; l’autunno è stagione di lotte e accoppiamenti, fino all’ultimo raduno dell’anno verso dicembre, quando le renne vengono divise in gruppi più piccoli per affrontare la parte più dura dell’inverno a latitudini meno elevate.<br />
 Anche se gli allevatori ormai seguono le renne con elicotteri, pick-up e motoslitte e non si spostano più insieme alle mandrie, il corral è ancora oggi un evento importante nella vita dei Sami. Il raduno per la marchiatura (esistono migliaia di marchi, tutti diversi, formati da due parti distinte con infinite possibilità di combinazione, che permettono di individuare ogni proprietario, che sia un singolo, una famiglia, una comunità) è fondamentale per assegnare ad ogni allevatore i propri capi e poiché i rennini restano vicino alla madre è abbastanza semplice capire a chi appartengono. Più difficile è spingere l’intera mandria nel recinto, catturare gli animali col lazo e incidergli  il marchio sull’orecchio. I bambini imparano fin da piccolissimi e tradizione vuole che un piccolo Sami diventi proprietario della sua prima renna con lo spuntare del primo dente.<br />
 I corrals sono un’occasione per riunire famiglie e comunità (sijda, la struttura sociale alla base dell’organizzazione Sami), e per rivivere rituali antichi. Per un estraneo partecipare non è facile, soprattutto perché fino all’ultimo non è possibile sapere quale sarà il giorno esatto &#8211; cioè quando gli allevatori saranno riusciti a radunare tutte le mandrie sparse per i pascoli in un’area sterminata -, e neppure dove esattamente verrà costruito il recinto (soltanto per il raduno autunnale, intorno alla metà di settembre, ogni comunità si riunisce sempre nello stesso luogo). Bisogna conoscere le persone del luogo, affidarsi al passaparola, e seguire le impronte e l’odore di migliaia di renne&#8230;</p>
<p>
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		<title>Antille Francesi-Guadalupa</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 09:26:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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La farfalla dei Carabi
di Enrico Fumagalli
Posata come una farfalla sul mare trasparente delle Piccole Antille, Guadalupa apre le sue ali all’ombra degli alisei: una è alta e montuosa, ammantata di foreste; l’altra è un verde tappeto ondulato di canne da zucchero. Doppia è anche la sua anima: selvaggia e astemia da una parte, vacanziera, spensierata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">La farfalla dei Carabi</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">di Enrico Fumagalli</span></address>
<p><strong>Posata come una farfalla sul mare trasparente delle Piccole Antille, Guadalupa apre le sue ali all’ombra degli alisei: una è alta e montuosa, ammantata di foreste; l’altra è un verde tappeto ondulato di canne da zucchero. Doppia è anche la sua anima: selvaggia e astemia da una parte, vacanziera, spensierata di spiagge e di rhum dall’altra.</strong></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><img style="margin-top: 11px; margin-bottom: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/aperture/apertura_guadalupa.jpg" alt="" width="480" height="315" /><p class="wp-caption-text">CASTELLI DI CALCARE Alba sui faraglioni a Pointe des Châteaux.</p></div>
<p><span id="more-976"></span></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Leggendaria è la doppiezza di Guadalupa. Due le isole, che disegnano sul Mar dei Caraibi due ali di farfalla, due i climi, due gli stili di vita. Le isole, Grande-Terre e Basse-Terre, non si potevano pensare più diverse: ondulata di bassi campi di canna e dolce di spiagge e di anfratti trasparenti la prima, alta e nodosa di montagne selvatiche &#8211; nonostante il nome &#8211; la seconda. Quando il vulcano La Soufrière, alto come un gendarme, raduna sulla sua testa tutte le nuvole che l’aliseo sospinge dall’Atlantico, Basse-Terre è illividita da un cielo nero ingombro di pioggia. Sul profilo morbido di Grande-Terre le nuvole trascorrono leggere in un cielo limpido, disegnando sfuggenti geroglifici d’ombra sulla sabbia bianca delle spiagge. Nel suo punto più orientale Grande-Terre protende nell’oceano un uncino di rocce irte, la Pointe des Châteaux, fatta di castelli di calcare, corrosi dal vento e dal mare, crollati in epoche remote. È uno dei luoghi più magici di Grande-Terre, per il resto popolata di resort lungo le sue magnifiche spiagge meridionali, illanguidita da solari villaggi creoli e da sconfinate coltivazione di canna che danno zucchero e rhum. Solo le scogliere a nord, con la Grande Vigie e l’ardente Port d’Enfer, declamano ancora storie di mare e di vento degne d’essere ascoltate.<br />
 Di tutt’altro nerbo è l’irsuta Basse-Terre, regno di vulcani e di foreste prepotenti, alimentate &#8211; almeno sul lato est &#8211; da piogge torrenziali (oltre 10.000 millimetri l’anno sul fianco della Soufrière!), restituite a valle in bianche cascate che sembrano sgorgare dalle nuvole stesse. Il cono vulcanico è talmente battuto dai venti e dalle piogge che la vegetazione non s’innalza che di pochi decimetri con arbusti stentati immersi in fradici cuscini di muschi e spessi strati di licheni, innervati da licopodi. Sul verde acceso che ammanta il terreno e sulle rocce brune che formano ammiccanti pinnacoli spicca il rosso vivo del fiore di un ananas locale, che non fruttifica, ma punteggia la sommità del vulcano di fioriture perenni. Ai piedi del cono le antiche colate si spingono verso il mare, bordato da inattese spiagge nere, così poco frequentate da far pensare di essere all’Eden. A metà tra il mare e il vulcano si stende il regno intricato della foresta pluviale, dove svettano possenti i chataigniers (castagni), accanto agli alberi della gomma, dove le fitte foreste di felci (spettacolari quelle arborescenti) sono ravvivate dai fiori di eliconia e di zenzero, da decine di specie di orchidee. Vecchie mulattiere e nuovi sentieri consentono d’inoltrarsi in un mondo intoccato, costantemente rinnovato dalle piogge e dalle fioriture, percorso da silenzi e da sorprese, oggi protetto da un parco nazionale e censito dall’Unesco come Riserva della Biosfera.<br />
 Straordinari ambienti naturali sono anche quelli della Riserva Marina Cousteau, che protegge i magnifici fondali degli Îlets à Goyaves, e della Riserva del Grand Cul-de-Sac Marin, un vasto regno d’acque basse e di mangrovie delimitato dalla più lunga barriera corallina delle Piccole Antille; la laguna può essere esplorata in kayak senza disturbare i solitari pellicani bruni e le nutrite colonie di aironi guardabuoi che popolano a migliaia gli isolotti.<br />
 Anche le città riflettono l’anima doppia di Guadalupa: tanto animata e vivace è Pointe-à-Pitre, capitale economica, quanto sonnacchiosa è all’apparenza Basse-Terre, capitale amministrativa. In realtà poi scopri che quest’ultima è la più autentica e conserva un’identità di architetture coloniali e creole, di angoli segreti in cui si respirano atmosfere d’antan, di gente piacevole e loquace, di coloratissimi mercati. È a Basse-Terre, più che altrove, che scopri come la Francia, nel cuore delle Piccole Antille, si è data appuntamento con l’Africa, giunta con le navi dei negrieri, in un laboratorio dai cui alambicchi è scaturita la magia della cultura creola, resa ancor più esotica dalle radici amerinde e dall’innesto di un pizzico d’India. Con l’abolizione della schiavitù furono, infatti, gl’immigrati di Pondicherry, colonia francese nel sud dell’India, a prendere il posto degli schiavi nelle piantagioni. Da allora i tessuti Madras sono la “divisa” ufficiale delle donne e al ristorante, quando si è stufi di pesce e frutti di mare, si ordina un curry speziato di carne di capra.</p>
<p>
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		<title>Francia Nord-Pas de Calais</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Oct 2010 15:27:29 +0000</pubDate>
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Fuori dal Tunnel
di Marco Fioratti
L’estremo nord della Francia tra memorie di eventi bellici, dune e acque che accolgono ogni anno il popolo migratore, vestigia fiamminghe e il variegato Parc des Caps et Marais d’Opale. Mentre l’Eurotunnel palpita invisibile sotto la spiaggia di Sangatte.

Le prime squadriglie sono arrivate una sera di settembre, proprio secondo i piani. [...]]]></description>
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<h3><span style="color: #ff0000;">Fuori dal Tunnel</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">di Marco Fioratti</span></address>
<p><strong>L’estremo nord della Francia tra memorie di eventi bellici, dune e acque che accolgono ogni anno il popolo migratore, vestigia fiamminghe e il variegato Parc des Caps et Marais d’Opale. Mentre l’Eurotunnel palpita invisibile sotto la spiaggia di Sangatte.</strong></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apert_cartine_articoli/apertura_fra_calais.jpg" alt="" width="480" height="319" /><p class="wp-caption-text">PIONIERI DELLE DUNE Vegetazione pioniera sulle dune del Platier d’Oye.</p></div>
<p><span id="more-959"></span></p>
<p>Le prime squadriglie sono arrivate una sera di settembre, proprio secondo i piani. Ben rifornite decollano dal Kent a stormi ordinati in formazione a V e si avviano lungo la rotta prestabilita sorvolando, invisibili ai radar, la nuvolaglia antracite che danza sulla Manica. Calano poi improvvise alle spalle delle postazioni della contraerea tedesca che vegliano le infinite battigie di bassa marea da Calais fino alla foce dell’Aa, su cui pascolano a migliaia i cavalli di Frisia. Quando compaiono dalla cresta delle dune di Platier d’Oye e si sentono le ali fischiare sopra i tetti delle fattorie è troppo tardi. Non c’è scampo per gli olivelli spinosi che crescono fitti ai bordi degli stagni e per le loro bacche asprigne e succulente. Le ingorde oche inglesi sono una vera iattura per la vegetazione retrodunale della costa del Nord-Pas de Calais. Da una sessantina d’anni le oche selvatiche sono tornate ad essere i più grandi oggetti volanti a traversare in stormi la Manica e il Vallo Atlantico in entrambi i sensi. Prima hanno diviso i cieli con le V1, uccelli d’acciaio teleguidati che, partendo in una nuvola di fumo da rampe mobili, intraprendevano una lunga parabola che si esauriva in qualche sobborgo residenziale londinese con un botto da otto quintali di tritolo e nitrato d’ammonio. Insieme alle V2, furono le armi di punta nell’offensiva tedesca dal Nord-Pas de Calais; capolavori d’ingegneria bellica messi a servizio della follia hitleriana, sulle cui basi tecnologiche si è fondata poi l’intera epopea dell’esplorazione spaziale. In senso opposto viaggiavano i B17 e i C47 americani che sganciavano su città e campagne grappoli di bombe e battaglioni di paracadutisti. Questi ultimi potevano avere la sventura d’imbattersi cadendo in un “asparago di Rommel”, una micidiale struttura minata di legno e fili metallici distesa sui terreni più vulnerabili.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Pescatori di ortaggi<br />
 </span></strong>Oggi fortunatamente gli ortaggi che è dato trovare nelle campagne del Boulonnais o nelle paludi agricole intorno a Saint-Omer non sono più così temibili. Il cavolfiore del marais si trova più a suo agio ridotto in crema e accompagnato ai frutti di mare della Costa d’Opale, che non nelle sale di un museo d’arte bellica. I maraîchers, “pescatori di ortaggi” che navigano in bacove lungo un dedalo di canali scavati nella torba, li coltivano con cura in nove milioni di esemplari l’anno. Sono il tesoro dell’Audomarois, una terra di paludi e foreste che sfugge ad occidente verso la piana delle Fiandre, dove il paesaggio è tanto dolce quanto i toponimi sono aspri e spigolosi. Borghi fortificati, boschi e campi coltivati a perdita d’occhio fino ai polder e ai centri della costa e dell’entroterra. Ognuno col suo beffroi, orgogliosa torre simbolo delle libertà civili e comunali di questa terra fiera che ha saputo reagire alle devastazioni della guerra. Insediamenti di una regione genuina e orgogliosamente operaia che ha vestito, nutrito e riscaldato l’intera Francia negli anni del boom economico. E che a tutt’oggi riesce ad ospitare sulla sua costa il porto peschereccio e il porto industriale più importanti del paese senza intaccare la suggestione di un litorale leggendario. Boulogne-sur-Mer, che dall’alto della deliziosa cittadella osserva il brulicare intorno al mercato ittico di Quai Gambetta, e Dunkerque, folle e irriverente durante il Carnevale quanto austera e concreta il resto dell’anno, sono i limiti ideali di quest’angolo di Francia. Nel mezzo lo spettacolo della Costa d’Opale e delle imponenti falesie di gesso dei Capi Blanc et Gris-Nez, che sfidano la fama delle più celebrate dirimpettaie, le scogliere di Dover.<br />
 Le foche grigie non sono più le sole a fare la spola fra le due sponde sotto ai flutti, ora che l’Eurotunnel palpita invisibile sotto la spiaggia di Sangatte. Chissà i “borghesi di Calais”, che immortalati nel bronzo da Rodin ancora covano secolari rancori contro la perfida Albione, come hanno presa la notizia che ora l’Inghilterra è più vicina di quando il trasvolatore Blériot armeggiava da queste parti con ali di tela cerata e canne di bambù…</p>
<p>
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		<title>Austria &#8211; Waldviertel</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 15:41:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Foreste e castelli
testo di Claudio Agostoni &#8211; foto di Bruno Zanzottera
Un polmone verde a poca distanza da Vienna, ricco di prodotti tipici, ma anche di spiritualità monastica e di magia. Con centinaia di castelli, palazzi storici e abbazie dispersi in uno scenario da fiaba.

È difficile trovare in Austria una regione così ricca di proposte naturali: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Foreste e castelli</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">testo di Claudio Agostoni &#8211; foto di Bruno Zanzottera</span></address>
<p><strong>Un polmone verde a poca distanza da Vienna, ricco di prodotti tipici, ma anche di spiritualità monastica e di magia. Con centinaia di castelli, palazzi storici e abbazie dispersi in uno scenario da fiaba.</strong></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apertura_maiorca/apertura_austria.jpg" alt="" width="480" height="320" /><p class="wp-caption-text">UN MANIERO SULLA COLLINA Il castello rinascimentale di Rosenburg, uno dei tanti che punteggiano il Waldviertel.</p></div>
<p><span id="more-946"></span></p>
<p>È difficile trovare in Austria una regione così ricca di proposte naturali: dal Danubio alle Prealpi, dai colli boemi alla pianura ungherese, la Bassa Austria offre meravigliosi spettacoli naturali in ogni stagione dell’anno. Fondamentale, per individuare questa regione, è il senso da dare all’aggettivo “bassa”. Non identifica un territorio meridionale, ma è un retaggio storico, risalente a quando questa regione era un ducato del Sacro Romano Impero. Oggi è il cuore dell’Austria, anche perché nel suo territorio è situata, come un’isola, la capitale del Paese: Vienna. Un intenso rapporto di amore-odio lega, da sempre, la capitale alla sua periferia rurale. Dall’alba dei tempi quest’ultima, terra di contadini, è governata dal partito conservatore democratico, mentre nella capitale, la città degli operai, regnano sovrani i socialdemocratici. Eppure ogni fine settimana avviene una bizzarra transumanza. I viennesi vanno in campagna in cerca di natura e tranquillità. Gli abitanti della Bassa Austria convergono sulla capitale per lo shopping e per le sue offerte culturali. Le relazioni tra città e campagna sono state rafforzate, nei secoli, dal continuo andirivieni dei loro abitanti. Esemplificativo l’operato del principe Eugenio (1663-1736), condottiero austriaco famoso anche per aver fatto costruire molti castelli barocchi. Tra questi a Vienna si fece erigere lo splendido palazzo del Belvedere, da utilizzare per i suoi impegni di rappresentanza. Contemporaneamente fece ristrutturare il palazzo di Hof, splendida enclave rurale da utilizzare per la caccia e per sfarzose attività festaiole. In molti seguirono il suo esempio: lavorare a Vienna e fare il pieno di energia nella Bassa Austria. Qualche nome: Ludwig van Beethoven, Franz Schubert, Sigmund Freud… Gli anni successivi alla rivoluzione industriale portarono nella regione un business legato all’attività dei vetrai e dei soffiatori di vetro. E le 40 tappe della strada tessile del Waldviertel, la propaggine nord occidentale della Bassa Austria, danno un’idea di quello che è stato un capitolo centrale della storia industriale regionale, una fase storica che ha lasciato come eredità i musei tessili di Gross Siegharts, Weitra e Waidhofen. </p>
<p> È questa solo una delle tante proposte del Waldviertel, una regione che oggi costituisce il più esteso e il più agricolo Bundesland austriaco.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Terra da scoprire</p>
<p> </span></strong> Percorrendolo si scopre che è conosciuto prevalentemente da turisti locali. Al massimo da qualche tedesco. Eppure è una regione pregna di fascino e di magia, come testimoniano i bizzarri reperti disseminati nella campagna intorno al borgo di Gross Gerungs. E ricca di centinaia tra castelli, palazzi storici, rovine ed abbazie. Una quantità di reperti storici che fa da contraltare alla povertà che negli ultimi decenni ha segnato questa terra. Attività industriali pressoché inesistenti e un’agricoltura basata quasi esclusivamente sulla coltivazione della patata, che qui è stata introdotta su larga scala subito dopo essere stata importata dalle Americhe. Due fattori che hanno reso questa regione terra d’emigranti. Un isolamento, legato anche all’essere regione di frontiera, che ha contribuito a fare del Niederösterreich la Scozia dell’Austria. Ovvero il “meridione” economico del proprio Paese. Dopo la caduta della Cortina di Ferro negli anni Novanta, le relazioni con i Paesi dell’Est europeo si sono intensificate. Il Waldviertel, e nel suo insieme la Bassa Austria, non sono più l’angolo estremo dell’Europa occidentale, ma il cuore dell’Europa unita. Il suo nuovo tesoro potrebbe essere il turismo. E il fatto che sia terra vergine per i turisti europei non fa che accrescerne il fascino.</p>
<p>
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		<title>Slovenia-Bled</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 15:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Il Lago simbolo
testo di Anna Brianese e Alberto Campanile – foto di Alberto Campanile

Quello di Bled, piccolo villaggio al limitare del parco nazionale del Triglav, è il lago più famoso di Slovenia. Al centro di un territorio intatto, ricco di meraviglie naturalistiche e di monumenti leggendari.

È un minuscolo fazzoletto verde a forma di lacrima, un [...]]]></description>
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<p><br class="spacer_" /></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Il Lago simbolo</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">testo di Anna Brianese e Alberto Campanile – foto di Alberto Campanile</span></address>
<p><a href="http://www.alpine-pearls.com"><img class="alignright" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/2010/06/logoalp.gif" alt="" width="170" height="51" /></a></p>
<p><strong>Quello di Bled, piccolo villaggio al limitare del parco nazionale del Triglav, è il lago più famoso di Slovenia. Al centro di un territorio intatto, ricco di meraviglie naturalistiche e di monumenti leggendari.</strong></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 394px"><img class=" " style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apertura_maiorca/apertura_slovenia.jpg" alt="" width="384" height="288" /><p class="wp-caption-text">Il lago di Bled</p></div>
<p><span id="more-928"></span></p>
<p>È un minuscolo fazzoletto verde a forma di lacrima, un batuffolo d’alberi incastonato nell’azzurro del lago. Una cornice di montagne e un castello arroccato su un erto sperone roccioso fanno da cornice alla Blejski Otok, l’unica isola della Slovenia. È un paesaggio idilliaco, da cartolina, tra i più celebri e rappresentati nei cataloghi sloveni. Quest’angolo felice della regione Gorenjska affascinò il maresciallo Tito, che più volte accolse politici ed eminenti esponenti della vita culturale a Villa Bled; ma incantò anche teste coronate e scrittori illustri, come Arthur Miller e Agatha Christie. France Prešeren, uno dei più importanti poeti romantici d’Europa, vissuto nella prima metà dell’Ottocento, scrisse: «di Carniola provincia, posti belli sono tanti, ma nessun così degno da portar sul viso il volto del paradiso».<br />
 A dominare la scena è il Castello, residenza dei vescovi di Bressanone per circa otto secoli, eretto nel IX secolo e in buona parte ricostruito nel XVI secolo dopo i pesanti danni causati da un terremoto e dalla rivolta popolare del 1511. Oggi il maniero è il fulcro dell’attività culturale del paese; d’estate, nel cortile superiore si tengono concerti di musica classica, mentre tutto l’anno sono aperti alcuni negozi, un ristorante raffinato e un museo, che illustra la storia del lago dalla preistoria fino al secolo scorso. Dal Castello, appollaiato su una rupe alta ben 124 metri, si ha una vista superba, in particolare la sera con gli edifici illuminati.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Il lago intorno alla chiesa<br />
 </span></strong>In autunno, quando l’aria è più fresca, le nebbie mattutine spesso nascondono la superficie del lago, ma non le montagne. Arroccato sulla sommità del colle dell’isola di Bled, il campanile della chiesetta dell’Assunta svetta al di sopra delle brume. Il paesaggio è affascinante, da favola. Torna alla mente un’antica leggenda: un tempo la cappella della Madonna sorgeva tra i prati, gli uomini non si preoccuparono di proteggerla con un recinto, perciò gli animali potevano accedere liberamente al luogo sacro. Per punizione, Dio allagò i pascoli: nacque così l’isola. In realtà, il primo edificio cristiano dell’isola fu eretto nel IX secolo, in un luogo già abitato dagli slavi nel VII secolo a.C. e, prima ancora, dall’uomo del Neolitico. Il Santuario dell’Assunta, il Marijino vnebovzetje per gli sloveni, si raggiunge in pletna, tradizionale imbarcazione a remi dal fondo piatto. Dall’approdo sul versante meridionale dell’Isola di Bled, una scalinata di 99 gradini porta allo slanciato campanile gotico e alla chiesa.<br />
 I turisti salgono numerosi per ammirare il settecentesco altar maggiore con le statue di Enrico II e Cunegonda e alcuni frammenti di affreschi quattrocenteschi, ma anche per suonare la “campana dei desideri”. Secondo la leggenda, nella prima metà del Cinquecento, Polissena, vedova di un giovane ucciso dai briganti e poi gettato nel lago, fece fondere dei gioielli per fare una piccola campana per la chiesetta dell’isola. Una tempesta fece affondare l’imbarcazione che trasportava il dono destinato alla Vergine; allora la donna alienò tutte le sue proprietà, prese i voti e si ritirò in convento. Venuto a conoscenza dell’accaduto il Papa fece consacrare una nuova campana che donò a Bled. Si dice che chi la suona veda esauditi i propri desideri: pochi ci credono, ma tutti tirano per tre volte la corda che scende nella chiesa.<br />
 La fortuna di Bled è legata alla generosità della natura, che oltre alla bellezza del paesaggio fece sgorgare una preziosa sorgente termale dal fondo del lago. Nel Seicento lo storico Janez Vajkard Valvasor, nel volume Gloria del ducato Carniolano, sottolinea le proprietà benefiche delle acque locali. Nel Settecento le loro proprietà erano già ampiamente apprezzate, nonostante il discutibile, e fortunatamente mai portato a termine, progetto di Ignac Novak che propose di prosciugare il lago per ottenere argilla e terreni coltivabili. Il turismo s’intensificò nella seconda metà dell’Ottocento, grazie a un medico svizzero, Arnold Rikli. Fu lui a esaltare la bellezza e la salubrità del luogo e a iniziare la costruzione di un impianto balneare e a far apprezzare a un sempre più vasto pubblico le proprietà delle acque termali, ancora consigliate alle persone obese o ai malati affetti da disturbi del sonno o di patologie senili. Ma non è tutto, l’illustre medico elvetico intuì le grandi potenzialità turistiche di Bled, che condensò nello slogan: «l’acqua è naturalmente utile, ma più di essa l’aria è ancor più la luce».</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Una natura spettacolare<br />
 </span></strong>Con la costruzione della linea ferroviaria Tarvisio-Lubiana, Bled attira sempre più turisti, tanto da rientrare, all’inizio del Novecento, nella lista delle località turistiche più importanti dell’impero austro-ungarico. Il segreto del successo è legato alla mitezza del clima, al paesaggio, alle particolarità naturalistiche. Il lago si trova al margine orientale del parco nazionale del Triglav, l’unico della Slovenia. La sua esplorazione può cominciare dalla sede di Bled, con la visita alla piccola mostra sull’ecologia del territorio e la possibilità di intraprendere un viaggio virtuale nell’area protetta. Inizialmente il parco comprendeva solo la valle dei Laghi del Triglav, oggi abbraccia un quadrilatero di circa 84.000 ettari, compresi tra il fiume Sava a nord-est e il Soca a sud-ovest. Un territorio di boschi, valli selvagge, laghi solitari, cime austere, di ghiacciai e di forre profonde di straordinaria bellezza. Come la gola di Vintgar, scavata dal fiume Radovna, tra Hom e Boršt. Fu scoperta verso la fine dell’Ottocento da Jakob Zumer, allora primo cittadino di Gorje, e da Benedikt Lergetporer, fotografo: restarono affascinati da questo canyon selvaggio. Oggi la sua visita è agevolata da ponti e passerelle che consentono di scoprire in sicurezza un mondo di pozze azzurre, di pareti di roccia alte e verticali, di gorghi e di cascate. Il territorio stupisce anche nel sottosuolo: la grotta posta sotto lo sperone roccioso del Babji Zob (il dente della donnaccia), al margine dell’altopiano della Jelovica, si sviluppa per circa cinquecento metri, tra cunicoli e sale “decorate” da stalattiti, da stalagmiti e da singolari cristalli di calcite, piuttosto rari negli ipogei sloveni. La grotta era già famosa e frequentata nell’Ottocento, negli anni in cui Bled cominciava ad essere apprezzata dalla crema dell’aristocrazia europea.</p>
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