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	<title>Itinerari e Luoghi Online &#187; area protetta</title>
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		<title>Cipro-Sud Ovest</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 16:33:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Isola d&#8217;amore
di Marta Ghelma
Percorriamo la costa meridionale cipriota seguendo le tracce della dea Afrodite, per poi spingerci nella regione dei monti Troodos, dove ombreggiate foreste custodiscono splendidi tesori bizantini.

 


Nel film Agente 007, Licenza di uccidere, una sensuale Ursula Andress esce dall’acqua in bikini tenendo tra le mani due conchiglie giganti sotto l’occhio vigile di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Isola d&#8217;amore</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">di Marta Ghelma</span></address>
<p><strong>Percorriamo la costa meridionale cipriota seguendo le tracce della dea Afrodite, per poi spingerci nella regione dei monti Troodos, dove ombreggiate foreste custodiscono splendidi tesori bizantini.</strong></p>
<p><strong><br />
 </strong></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 263px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/aperture/apertura_cipro.jpg" alt="" width="253" height="392" /><p class="wp-caption-text">Il teatro del sito archeologico di Kourion.</p></div>
<p><span id="more-1028"></span></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Nel film Agente 007, Licenza di uccidere, una sensuale Ursula Andress esce dall’acqua in bikini tenendo tra le mani due conchiglie giganti sotto l’occhio vigile di James Bond. Cinquecento anni prima Sandro Botticelli aveva dipinto la dea Venere, nuda su una conchiglia, mentre emerge dalle acque sospinta dai venti. Eterea o sfrontata, sacra o profana, la bellezza è frutto dello stesso mito che la vuole nata dalla schiuma delle onde del mare, tra i grandi massi piantati al largo di Petra tou Romiou. La spiaggia cipriota prende il nome dall’eroe bizantino Romios che, per proteggere l’isola dagli attacchi saraceni, gettò in mare pesanti macigni provenienti dal monte Pentadattilo. Uno di questi è sacro ad Afrodite e la leggenda racconta che, nuotandoci intorno tre volte, si guadagnano dieci anni di vita. Questo tratto di costa, insieme ai Bagni di Afrodite, siti a nord, nella selvaggia penisola di Akamas, malgrado siano i luoghi più visitati dal turismo, rappresentano solo in parte l’importanza del culto riservato alla patrona di Cipro. Il legame con Afrodite, infatti, trae origine nel 1500 a.C., epoca in cui, nell’antica città di Pafos, esisteva un tempio dedicato alla dea della bellezza, moglie del primo re isolano Kinyras. La costa meridionale, che da sud di Larnaca scivola fino all’estremo ovest isolano, è costellata di siti dedicati al culto di Afrodite, testimoniati dalle figure femminili conservate al museo di Limassol, dagli scavi archeologici di Amathus, Kato Pafos, Kouklia e dai boschi sacri che si trovano intorno a Geroskipou. Nella rete della dea, infoltendo la larga schiera di amanti mitologici, sono caduti anche i Ciprioti, che l’hanno eletta icona incontrastata dell’isola.<br />
 Il marchio della bellezza, a Cipro, si trova un po’ ovunque: sui depliant turistici, nelle insegne di alberghi e ristoranti e sulle scatole dei loukoumia, i tradizionali dolci a base di gelatina ricoperti di zucchero a velo. Inoltre, il diffuso prodotto di bellezza d’origine cinese, conosciuto in Europa con il nome di cipria, deriva il suo nome proprio dalla terza isola più grande del Mediterraneo. Il toponimo Cipro, a sua volta, trarrebbe origine da cuprum, il termine latino che indica il rame, materia prima di cui l’isola abbondava già dal 2.000 a.C., con opifici che utilizzavano l’olio d’oliva come combustibile nei processi di fusione del metallo.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Bibbia a fumetti<br />
 </span></strong>La strada che da Limassol sale a Platres punta dritto al cuore dell’isola, uno scrigno di montagne ricoperte da foreste di pino nero, cedro, ginepro e cespugli di ginestra. Separata dal mare da una rete di strade tortuose, l’area dei Troodos è stata la roccaforte della fede ortodossa lungo i secoli e durante il travagliato periodo bizantino. A partire dall’anno Mille e fino al XVI secolo, le pareti delle chiese rurali sparse tra i monti si sono arricchite di accesi pigmenti che, come le strisce di un fumetto, hanno insegnato il Vangelo a generazioni di fedeli. Nel cortile della chiesa di Panagia tou Araka il giovane sacerdote mi fa cenno d’entrare: «Scusi la confusione, stiamo mettendo in ordine per la festa della Vergine, entro il 7 di settembre dev’essere tutto perfetto». Superati i calcinacci, lo spettacolo non tarda ad arrivare: sulla cupola una folla di profeti, angeli e santi è raccolta intorno alla figura del Cristo Pantocratore, mentre nell’abside la Vergine in Trono accompagna l’ascesa di Cristo al cielo. Cadenzando le parole con ampi gesti delle braccia, il pope Vassilis fornisce una spiegazione logica al mio stupore; mi confessa, infatti, che la potenza evocativa degli affreschi dei Troodos consiste nell’armonica fusione dell’arte bizantina, per definizione ieratica e astratta, con il Rinascimento italiano. In verità, a trasmettermi un ipnotico senso di pace sono l’architettura semplice della chiesa, simile a un granaio di campagna, il suono dalle campane agitate dal vento e l’odore del caffè preparato da mamma e papà, giunti dal villaggio di Lagoudhera per aiutare Vassilis. Attraversando la regione, dai distretti di Pitsilia e Marathassa fino all’area settentrionale della Solea, i custodi dei dieci edifici sacri, nove chiese e un monastero, dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’umanità, mostrano con orgoglio i loro tesori. La reliquia più preziosa, tuttavia, è celata da un drappo nero, tra i ciliegi del monastero di Panagia tou Kikkoi. Secondo la fede ortodossa, infatti, almeno una volta nella vita l’occhio dei fedeli deve indugiare sull’icona della Vergine Misericordiosa, la cui perfezione è attribuita, si tramanda, al genio artistico dell’Evangelista Luca.</p>
<p>
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		<title>Francia Nord-Pas de Calais</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Oct 2010 15:27:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Fuori dal Tunnel
di Marco Fioratti
L’estremo nord della Francia tra memorie di eventi bellici, dune e acque che accolgono ogni anno il popolo migratore, vestigia fiamminghe e il variegato Parc des Caps et Marais d’Opale. Mentre l’Eurotunnel palpita invisibile sotto la spiaggia di Sangatte.

Le prime squadriglie sono arrivate una sera di settembre, proprio secondo i piani. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Fuori dal Tunnel</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">di Marco Fioratti</span></address>
<p><strong>L’estremo nord della Francia tra memorie di eventi bellici, dune e acque che accolgono ogni anno il popolo migratore, vestigia fiamminghe e il variegato Parc des Caps et Marais d’Opale. Mentre l’Eurotunnel palpita invisibile sotto la spiaggia di Sangatte.</strong></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apert_cartine_articoli/apertura_fra_calais.jpg" alt="" width="480" height="319" /><p class="wp-caption-text">PIONIERI DELLE DUNE Vegetazione pioniera sulle dune del Platier d’Oye.</p></div>
<p><span id="more-959"></span></p>
<p>Le prime squadriglie sono arrivate una sera di settembre, proprio secondo i piani. Ben rifornite decollano dal Kent a stormi ordinati in formazione a V e si avviano lungo la rotta prestabilita sorvolando, invisibili ai radar, la nuvolaglia antracite che danza sulla Manica. Calano poi improvvise alle spalle delle postazioni della contraerea tedesca che vegliano le infinite battigie di bassa marea da Calais fino alla foce dell’Aa, su cui pascolano a migliaia i cavalli di Frisia. Quando compaiono dalla cresta delle dune di Platier d’Oye e si sentono le ali fischiare sopra i tetti delle fattorie è troppo tardi. Non c’è scampo per gli olivelli spinosi che crescono fitti ai bordi degli stagni e per le loro bacche asprigne e succulente. Le ingorde oche inglesi sono una vera iattura per la vegetazione retrodunale della costa del Nord-Pas de Calais. Da una sessantina d’anni le oche selvatiche sono tornate ad essere i più grandi oggetti volanti a traversare in stormi la Manica e il Vallo Atlantico in entrambi i sensi. Prima hanno diviso i cieli con le V1, uccelli d’acciaio teleguidati che, partendo in una nuvola di fumo da rampe mobili, intraprendevano una lunga parabola che si esauriva in qualche sobborgo residenziale londinese con un botto da otto quintali di tritolo e nitrato d’ammonio. Insieme alle V2, furono le armi di punta nell’offensiva tedesca dal Nord-Pas de Calais; capolavori d’ingegneria bellica messi a servizio della follia hitleriana, sulle cui basi tecnologiche si è fondata poi l’intera epopea dell’esplorazione spaziale. In senso opposto viaggiavano i B17 e i C47 americani che sganciavano su città e campagne grappoli di bombe e battaglioni di paracadutisti. Questi ultimi potevano avere la sventura d’imbattersi cadendo in un “asparago di Rommel”, una micidiale struttura minata di legno e fili metallici distesa sui terreni più vulnerabili.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Pescatori di ortaggi<br />
 </span></strong>Oggi fortunatamente gli ortaggi che è dato trovare nelle campagne del Boulonnais o nelle paludi agricole intorno a Saint-Omer non sono più così temibili. Il cavolfiore del marais si trova più a suo agio ridotto in crema e accompagnato ai frutti di mare della Costa d’Opale, che non nelle sale di un museo d’arte bellica. I maraîchers, “pescatori di ortaggi” che navigano in bacove lungo un dedalo di canali scavati nella torba, li coltivano con cura in nove milioni di esemplari l’anno. Sono il tesoro dell’Audomarois, una terra di paludi e foreste che sfugge ad occidente verso la piana delle Fiandre, dove il paesaggio è tanto dolce quanto i toponimi sono aspri e spigolosi. Borghi fortificati, boschi e campi coltivati a perdita d’occhio fino ai polder e ai centri della costa e dell’entroterra. Ognuno col suo beffroi, orgogliosa torre simbolo delle libertà civili e comunali di questa terra fiera che ha saputo reagire alle devastazioni della guerra. Insediamenti di una regione genuina e orgogliosamente operaia che ha vestito, nutrito e riscaldato l’intera Francia negli anni del boom economico. E che a tutt’oggi riesce ad ospitare sulla sua costa il porto peschereccio e il porto industriale più importanti del paese senza intaccare la suggestione di un litorale leggendario. Boulogne-sur-Mer, che dall’alto della deliziosa cittadella osserva il brulicare intorno al mercato ittico di Quai Gambetta, e Dunkerque, folle e irriverente durante il Carnevale quanto austera e concreta il resto dell’anno, sono i limiti ideali di quest’angolo di Francia. Nel mezzo lo spettacolo della Costa d’Opale e delle imponenti falesie di gesso dei Capi Blanc et Gris-Nez, che sfidano la fama delle più celebrate dirimpettaie, le scogliere di Dover.<br />
 Le foche grigie non sono più le sole a fare la spola fra le due sponde sotto ai flutti, ora che l’Eurotunnel palpita invisibile sotto la spiaggia di Sangatte. Chissà i “borghesi di Calais”, che immortalati nel bronzo da Rodin ancora covano secolari rancori contro la perfida Albione, come hanno presa la notizia che ora l’Inghilterra è più vicina di quando il trasvolatore Blériot armeggiava da queste parti con ali di tela cerata e canne di bambù…</p>
<p>
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		<title>Austria &#8211; Waldviertel</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 15:41:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Foreste e castelli
testo di Claudio Agostoni &#8211; foto di Bruno Zanzottera
Un polmone verde a poca distanza da Vienna, ricco di prodotti tipici, ma anche di spiritualità monastica e di magia. Con centinaia di castelli, palazzi storici e abbazie dispersi in uno scenario da fiaba.

È difficile trovare in Austria una regione così ricca di proposte naturali: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Foreste e castelli</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">testo di Claudio Agostoni &#8211; foto di Bruno Zanzottera</span></address>
<p><strong>Un polmone verde a poca distanza da Vienna, ricco di prodotti tipici, ma anche di spiritualità monastica e di magia. Con centinaia di castelli, palazzi storici e abbazie dispersi in uno scenario da fiaba.</strong></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apertura_maiorca/apertura_austria.jpg" alt="" width="480" height="320" /><p class="wp-caption-text">UN MANIERO SULLA COLLINA Il castello rinascimentale di Rosenburg, uno dei tanti che punteggiano il Waldviertel.</p></div>
<p><span id="more-946"></span></p>
<p>È difficile trovare in Austria una regione così ricca di proposte naturali: dal Danubio alle Prealpi, dai colli boemi alla pianura ungherese, la Bassa Austria offre meravigliosi spettacoli naturali in ogni stagione dell’anno. Fondamentale, per individuare questa regione, è il senso da dare all’aggettivo “bassa”. Non identifica un territorio meridionale, ma è un retaggio storico, risalente a quando questa regione era un ducato del Sacro Romano Impero. Oggi è il cuore dell’Austria, anche perché nel suo territorio è situata, come un’isola, la capitale del Paese: Vienna. Un intenso rapporto di amore-odio lega, da sempre, la capitale alla sua periferia rurale. Dall’alba dei tempi quest’ultima, terra di contadini, è governata dal partito conservatore democratico, mentre nella capitale, la città degli operai, regnano sovrani i socialdemocratici. Eppure ogni fine settimana avviene una bizzarra transumanza. I viennesi vanno in campagna in cerca di natura e tranquillità. Gli abitanti della Bassa Austria convergono sulla capitale per lo shopping e per le sue offerte culturali. Le relazioni tra città e campagna sono state rafforzate, nei secoli, dal continuo andirivieni dei loro abitanti. Esemplificativo l’operato del principe Eugenio (1663-1736), condottiero austriaco famoso anche per aver fatto costruire molti castelli barocchi. Tra questi a Vienna si fece erigere lo splendido palazzo del Belvedere, da utilizzare per i suoi impegni di rappresentanza. Contemporaneamente fece ristrutturare il palazzo di Hof, splendida enclave rurale da utilizzare per la caccia e per sfarzose attività festaiole. In molti seguirono il suo esempio: lavorare a Vienna e fare il pieno di energia nella Bassa Austria. Qualche nome: Ludwig van Beethoven, Franz Schubert, Sigmund Freud… Gli anni successivi alla rivoluzione industriale portarono nella regione un business legato all’attività dei vetrai e dei soffiatori di vetro. E le 40 tappe della strada tessile del Waldviertel, la propaggine nord occidentale della Bassa Austria, danno un’idea di quello che è stato un capitolo centrale della storia industriale regionale, una fase storica che ha lasciato come eredità i musei tessili di Gross Siegharts, Weitra e Waidhofen. </p>
<p> È questa solo una delle tante proposte del Waldviertel, una regione che oggi costituisce il più esteso e il più agricolo Bundesland austriaco.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Terra da scoprire</p>
<p> </span></strong> Percorrendolo si scopre che è conosciuto prevalentemente da turisti locali. Al massimo da qualche tedesco. Eppure è una regione pregna di fascino e di magia, come testimoniano i bizzarri reperti disseminati nella campagna intorno al borgo di Gross Gerungs. E ricca di centinaia tra castelli, palazzi storici, rovine ed abbazie. Una quantità di reperti storici che fa da contraltare alla povertà che negli ultimi decenni ha segnato questa terra. Attività industriali pressoché inesistenti e un’agricoltura basata quasi esclusivamente sulla coltivazione della patata, che qui è stata introdotta su larga scala subito dopo essere stata importata dalle Americhe. Due fattori che hanno reso questa regione terra d’emigranti. Un isolamento, legato anche all’essere regione di frontiera, che ha contribuito a fare del Niederösterreich la Scozia dell’Austria. Ovvero il “meridione” economico del proprio Paese. Dopo la caduta della Cortina di Ferro negli anni Novanta, le relazioni con i Paesi dell’Est europeo si sono intensificate. Il Waldviertel, e nel suo insieme la Bassa Austria, non sono più l’angolo estremo dell’Europa occidentale, ma il cuore dell’Europa unita. Il suo nuovo tesoro potrebbe essere il turismo. E il fatto che sia terra vergine per i turisti europei non fa che accrescerne il fascino.</p>
<p>
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		<title>Slovenia-Bled</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 15:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Il Lago simbolo
testo di Anna Brianese e Alberto Campanile – foto di Alberto Campanile

Quello di Bled, piccolo villaggio al limitare del parco nazionale del Triglav, è il lago più famoso di Slovenia. Al centro di un territorio intatto, ricco di meraviglie naturalistiche e di monumenti leggendari.

È un minuscolo fazzoletto verde a forma di lacrima, un [...]]]></description>
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<p><br class="spacer_" /></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Il Lago simbolo</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">testo di Anna Brianese e Alberto Campanile – foto di Alberto Campanile</span></address>
<p><a href="http://www.alpine-pearls.com"><img class="alignright" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/2010/06/logoalp.gif" alt="" width="170" height="51" /></a></p>
<p><strong>Quello di Bled, piccolo villaggio al limitare del parco nazionale del Triglav, è il lago più famoso di Slovenia. Al centro di un territorio intatto, ricco di meraviglie naturalistiche e di monumenti leggendari.</strong></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 394px"><img class=" " style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apertura_maiorca/apertura_slovenia.jpg" alt="" width="384" height="288" /><p class="wp-caption-text">Il lago di Bled</p></div>
<p><span id="more-928"></span></p>
<p>È un minuscolo fazzoletto verde a forma di lacrima, un batuffolo d’alberi incastonato nell’azzurro del lago. Una cornice di montagne e un castello arroccato su un erto sperone roccioso fanno da cornice alla Blejski Otok, l’unica isola della Slovenia. È un paesaggio idilliaco, da cartolina, tra i più celebri e rappresentati nei cataloghi sloveni. Quest’angolo felice della regione Gorenjska affascinò il maresciallo Tito, che più volte accolse politici ed eminenti esponenti della vita culturale a Villa Bled; ma incantò anche teste coronate e scrittori illustri, come Arthur Miller e Agatha Christie. France Prešeren, uno dei più importanti poeti romantici d’Europa, vissuto nella prima metà dell’Ottocento, scrisse: «di Carniola provincia, posti belli sono tanti, ma nessun così degno da portar sul viso il volto del paradiso».<br />
 A dominare la scena è il Castello, residenza dei vescovi di Bressanone per circa otto secoli, eretto nel IX secolo e in buona parte ricostruito nel XVI secolo dopo i pesanti danni causati da un terremoto e dalla rivolta popolare del 1511. Oggi il maniero è il fulcro dell’attività culturale del paese; d’estate, nel cortile superiore si tengono concerti di musica classica, mentre tutto l’anno sono aperti alcuni negozi, un ristorante raffinato e un museo, che illustra la storia del lago dalla preistoria fino al secolo scorso. Dal Castello, appollaiato su una rupe alta ben 124 metri, si ha una vista superba, in particolare la sera con gli edifici illuminati.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Il lago intorno alla chiesa<br />
 </span></strong>In autunno, quando l’aria è più fresca, le nebbie mattutine spesso nascondono la superficie del lago, ma non le montagne. Arroccato sulla sommità del colle dell’isola di Bled, il campanile della chiesetta dell’Assunta svetta al di sopra delle brume. Il paesaggio è affascinante, da favola. Torna alla mente un’antica leggenda: un tempo la cappella della Madonna sorgeva tra i prati, gli uomini non si preoccuparono di proteggerla con un recinto, perciò gli animali potevano accedere liberamente al luogo sacro. Per punizione, Dio allagò i pascoli: nacque così l’isola. In realtà, il primo edificio cristiano dell’isola fu eretto nel IX secolo, in un luogo già abitato dagli slavi nel VII secolo a.C. e, prima ancora, dall’uomo del Neolitico. Il Santuario dell’Assunta, il Marijino vnebovzetje per gli sloveni, si raggiunge in pletna, tradizionale imbarcazione a remi dal fondo piatto. Dall’approdo sul versante meridionale dell’Isola di Bled, una scalinata di 99 gradini porta allo slanciato campanile gotico e alla chiesa.<br />
 I turisti salgono numerosi per ammirare il settecentesco altar maggiore con le statue di Enrico II e Cunegonda e alcuni frammenti di affreschi quattrocenteschi, ma anche per suonare la “campana dei desideri”. Secondo la leggenda, nella prima metà del Cinquecento, Polissena, vedova di un giovane ucciso dai briganti e poi gettato nel lago, fece fondere dei gioielli per fare una piccola campana per la chiesetta dell’isola. Una tempesta fece affondare l’imbarcazione che trasportava il dono destinato alla Vergine; allora la donna alienò tutte le sue proprietà, prese i voti e si ritirò in convento. Venuto a conoscenza dell’accaduto il Papa fece consacrare una nuova campana che donò a Bled. Si dice che chi la suona veda esauditi i propri desideri: pochi ci credono, ma tutti tirano per tre volte la corda che scende nella chiesa.<br />
 La fortuna di Bled è legata alla generosità della natura, che oltre alla bellezza del paesaggio fece sgorgare una preziosa sorgente termale dal fondo del lago. Nel Seicento lo storico Janez Vajkard Valvasor, nel volume Gloria del ducato Carniolano, sottolinea le proprietà benefiche delle acque locali. Nel Settecento le loro proprietà erano già ampiamente apprezzate, nonostante il discutibile, e fortunatamente mai portato a termine, progetto di Ignac Novak che propose di prosciugare il lago per ottenere argilla e terreni coltivabili. Il turismo s’intensificò nella seconda metà dell’Ottocento, grazie a un medico svizzero, Arnold Rikli. Fu lui a esaltare la bellezza e la salubrità del luogo e a iniziare la costruzione di un impianto balneare e a far apprezzare a un sempre più vasto pubblico le proprietà delle acque termali, ancora consigliate alle persone obese o ai malati affetti da disturbi del sonno o di patologie senili. Ma non è tutto, l’illustre medico elvetico intuì le grandi potenzialità turistiche di Bled, che condensò nello slogan: «l’acqua è naturalmente utile, ma più di essa l’aria è ancor più la luce».</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Una natura spettacolare<br />
 </span></strong>Con la costruzione della linea ferroviaria Tarvisio-Lubiana, Bled attira sempre più turisti, tanto da rientrare, all’inizio del Novecento, nella lista delle località turistiche più importanti dell’impero austro-ungarico. Il segreto del successo è legato alla mitezza del clima, al paesaggio, alle particolarità naturalistiche. Il lago si trova al margine orientale del parco nazionale del Triglav, l’unico della Slovenia. La sua esplorazione può cominciare dalla sede di Bled, con la visita alla piccola mostra sull’ecologia del territorio e la possibilità di intraprendere un viaggio virtuale nell’area protetta. Inizialmente il parco comprendeva solo la valle dei Laghi del Triglav, oggi abbraccia un quadrilatero di circa 84.000 ettari, compresi tra il fiume Sava a nord-est e il Soca a sud-ovest. Un territorio di boschi, valli selvagge, laghi solitari, cime austere, di ghiacciai e di forre profonde di straordinaria bellezza. Come la gola di Vintgar, scavata dal fiume Radovna, tra Hom e Boršt. Fu scoperta verso la fine dell’Ottocento da Jakob Zumer, allora primo cittadino di Gorje, e da Benedikt Lergetporer, fotografo: restarono affascinati da questo canyon selvaggio. Oggi la sua visita è agevolata da ponti e passerelle che consentono di scoprire in sicurezza un mondo di pozze azzurre, di pareti di roccia alte e verticali, di gorghi e di cascate. Il territorio stupisce anche nel sottosuolo: la grotta posta sotto lo sperone roccioso del Babji Zob (il dente della donnaccia), al margine dell’altopiano della Jelovica, si sviluppa per circa cinquecento metri, tra cunicoli e sale “decorate” da stalattiti, da stalagmiti e da singolari cristalli di calcite, piuttosto rari negli ipogei sloveni. La grotta era già famosa e frequentata nell’Ottocento, negli anni in cui Bled cominciava ad essere apprezzata dalla crema dell’aristocrazia europea.</p>
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		<title>Valle d’Aosta-Chamois</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 15:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Un’isola tra i monti
testo di Patrizia Borghetti e Kamla Indoo &#8211; foto di Andrea Alborno e Gian Luca Boetti
Isola sperduta tra i monti della Vallée, Chamois è uno scenografico balcone erboso ricco di storia e permeato di antiche tradizioni, legato al resto del mondo solo grazie ad una vertiginosa funivia.

Siamo in mezzo alle montagne ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><!--pagetitle:Introduzione--></h3>
<h3><span style="font-size: 13px;"><span style="color: #ff0000;"><br />
<a href="http://www.alpine-pearls.com"><img class="alignright" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/2010/06/logoalp.gif" alt="" width="170" height="51" /></a>U</span></span><span style="color: #ff0000;">n’isola tra i monti</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">testo di Patrizia Borghetti e Kamla Indoo &#8211; foto di Andrea Alborno e Gian Luca Boetti</span></address>
<p><strong>Isola sperduta tra i monti della Vallée, Chamois è uno scenografico balcone erboso ricco di storia e permeato di antiche tradizioni, legato al resto del mondo solo grazie ad una vertiginosa funivia.</strong></p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 490px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apertura_maiorca/apertura_chamois.jpg" alt="" width="480" height="317" /><p class="wp-caption-text">Scorcio di Crepin, uno degli hameau con le case meglio ristrutturate</p></div>
<p><span id="more-934"></span></p>
<p>Siamo in mezzo alle montagne ma pare di mollare gli ormeggi e veleggiare verso un’isola. L’abbandono della terraferma inizia non appena la funivia lascia il fondovalle e punta verso Chamois. Sospeso nel vuoto per pochi minuti, lo sguardo di chi è a bordo spazia alla ricerca di punti di riferimento. La mole magnetica del Cervino sembra a portata di mano, ma è solo un attimo. La parete rocciosa si avvicina; s’intravedono il sentiero che segna la vegetazione con uno zigzag, il torrente che scende precipitoso, i cespugli di rosa canina. Lo sguardo si sposta verso l’alto e con un salto che fa sussultare, ci si ritrova nel pianoro abitato, invisibile dal fondovalle. Abbiamo raggiunto l’unico paese in Valle d’Aosta dove non arrivano le automobili. Chamois è innanzitutto questo e i suoi abitanti, un centinaio di residenti, lo sanno bene e resistono alle tentazioni di portare quassù la strada asfaltata con tutte le comodità ma anche tutti i problemi conseguenti: parcheggio, gas di scarico, clacson. Non averli fa la differenza tra Chamois e gli altri paesi di montagna.<br />
 Raggiunto il pianoro, a circa 1840 metri di altitudine, si provano due immediate sensazioni: subito un senso di spaesamento dato dall’assenza di rumori, poi una calma diffusa in tutto il corpo invita a rallentare per godere dei prati in cui si trovano i nuclei abitati. Ma la sorpresa maggiore è quando si scopre che Chamois in realtà non esiste. Chamois, infatti, è il nome dato a tutta la località che comprende cinque frazioni, dette anche hameau. Ad ogni hameau, un nome (Corgnolaz, La Ville, Suisse, Crepin, Cailla) e molte particolarità. Ma andiamo con ordine.<br />
 Dove ci porta la funivia? Nella frazione di Corgnolaz, da tutti definita il capoluogo. Qui si trovano i principali servizi della comunità e quelli offerti ai turisti: la chiesa patronale; il bazar dove si possono acquistare giornali, abbigliamento, alimentari e casalinghi; la sede del Municipio, la biblioteca collegata alle altre valdostane; il ristorante Edelweiss e poco distante l’hotel Cly, il bar Chamois e quello dove d’inverno affittare l’attrezzatura per sciare; l’ufficio informazioni situato alla partenza della seggiovia. Proprio con questa, andando al Lago Lod, avrete una panoramica completa di tutta Chamois: La Ville e Suisse sono le frazioni a “cavallo” del torrente verso la valle, Crepin e Cailla si trovano a monte del capoluogo, sul fianco della montagna.<br />
 Prima d’incamminarsi alla scoperta delle borgate, vale la pena sostare nel piazzale di Corgnolaz e con calma guardarsi intorno. Merita infatti una visita la chiesa, costruita nel 1681 su una cappella preesistente, dedicata a San Pantaleone festeggiato l’ultima domenica di luglio anche con un’asta di oggetti e prodotti tipici; all’interno della chiesa si trovano l’altare e il coro, di legno intagliato e dipinto. Per entrare nel cuore della borgata e conoscere la sua antica architettura, bisogna imboccare la stradina proprio dietro il bar Chamois o quella che costeggia il Municipio. Qui si trovano molte delle abitazioni tipiche: i grenier (fienili) e i rascard, col piano terreno in muratura e quello superiore costruito con grossi tronchi di larice, dove in passato venivano conservate anche le provviste alimentari; i tetti sono quasi tutti di “lose” grigie adatte a far scivolare la neve; tra il pianterreno e il rascard si trovano i cosiddetti “funghi”, grosse pietre tonde per tenere lontani i roditori. Molte delle vecchie case sono state ristrutturate rispettando questi vecchi canoni; solo alcune abitazioni risentono della scarsa attenzione al rispetto dell’organizzazione storica del paesaggio, propria degli anni del primo “lancio” turistico. Sono case un po’ anonime che sorgono accanto a splendidi rascard, antichi o ristrutturati.<br />
 Per valorizzare le particolarità di questo luogo, che attrae cittadini desiderosi di staccarsi dalla vita metropolitana, si è registrato, in modo particolare nel corso degli ultimi anni, un forte impegno da parte dell’Amministrazione comunale. In questo contesto si inserisce anche la nascita dell’associazione “Gli amici di Chamois”, che da alcuni anni agisce sul territorio mediante l’organizzazione di mostre, concorsi fotografici e iniziative culturali volte al rispetto e alla valorizzazione della vita di montagna.<br />
 Ma quanto è antica Chamois? L’origine si perde nella notte dei tempi. Non è chiaro se i primi abitanti scesero dal Colle del Teodulo, e per questo sarebbero al pari dei Walser discendenti dai Vallesi, oppure salirono dal fondovalle trovando in questo pianoro, proprio sopra un costone roccioso, quello che cercavano per vivere: sole, prati, acqua. I primi documenti storici portano la data del 1691 quando la contessa Challant, in fuga dalle truppe francesi, cercò rifugio proprio a Chamois per sé e i suoi undici figli. Chamois si presentava già come un vero villaggio, con rascard e case di pietra, mucche al pascolo, campi coltivati a segale e orzo. Questa descrizione vale fino a cinquant’anni fa, quando le frazioni erano ancora popolate e in ognuna funzionavano la cappella per le cerimonie religiose, il forno collettivo dove tutta la comunità cuoceva il pane di cereali solo poche volte all’anno per risparmiare la legna, una scuola in ogni borgata con maestra e bambini. Molti degli attuali abitanti di Chamois hanno svariati racconti da fare a questo proposito. Conversando con Emilio di Suisse, l’unico artigiano di gerle, o con le “gemelle” di Corgnolaz, contadine esperte in piante medicinali, saprete anche dell’emigrazione in Francia e in America e dello spopolamento dovuto alla guerra. Una realtà che ha segnato tutte le famiglie, cinque cognomi al massimo per un intero paese, come si può dedurre dalle lapidi poste nel piccolo cimitero sempre fiorito.<br />
 A chi è tenacemente rimasto a Chamois spetta il compito di coniugare il fascino della montagna con le attività di un turismo che preservi questo splendido isolamento.</p>
<p>
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		<title>Sardegna-Area Marina Protetta Penisola del Sinis Isola di Mal di Ventre</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 11:11:10 +0000</pubDate>
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Spettacolo Sinis

testo di Federica Botta &#8211; foto di Alessandro De Rossi, Giorgio Mesturini, Marco Tenucci

Candide spiagge di quarzo, rosse falesie d’arenaria che precipitano in un mare cristallino, lagune costiere gremite di fenicotteri, isole-scoglio a portata di kayak, dove nidificano berte e gabbiani. Scopriamo l’Area Marina Protetta Penisola del Sinis-Isola di Mal di Ventre.



Una macchia rosa brillante galleggia morbida, quasi spumosa, sull’acqua, una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Spettacolo Sinis</span></h3>
</div>
<address><span style="color: #888888;">testo di Federica Botta &#8211; foto di Alessandro De Rossi, Giorgio Mesturini, Marco Tenucci</span></address>
<p><br class="spacer_" /></p>
<div><strong>Candide spiagge di quarzo, rosse falesie d’arenaria che precipitano in un mare cristallino, lagune costiere gremite di fenicotteri, isole-scoglio a portata di kayak, dove nidificano berte e gabbiani. Scopriamo l’Area Marina Protetta Penisola del Sinis-Isola di Mal di Ventre.</strong></div>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p style="text-align: center; "><img class="aligncenter" style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apertura_maiorca/apertura_sardegna.jpg" alt="" width="560" height="371" /></p>
<p><span id="more-874"></span></p>
<div>Una macchia rosa brillante galleggia morbida, quasi spumosa, sull’acqua, una leziosa piuma fucsia dondola leggera sulla superficie della laguna salmastra: il più improbabile, il più inaspettato colore che la natura possa regalare, così insolito da sembrare quasi finto, sintetico. Poi un fruscio d’ali possente, come una folata di vento, e sull’acqua calma si riflette la sagoma curiosa di quel bizzarro trampoliere che pare uscito dalla penna di un fumettista. In una lunga fila i fenicotteri sfilano sulla nostra testa verso i lidi di riposo notturno. A guardarli in volo è impossibile non notare le comiche sproporzioni: il buffo becco ad uncino, le lunghe zampe vermiglie e l’incredibile colore rosa delle ali. Nella luce calda del tramonto, con la salsedine e le alghe verdi brillanti che disegnano arabeschi sullo stagno, con le nuvole stirate dal Maestrale su un cielo di smalto, la scena assume l’aria tragica e maestosa dei panorami d’Africa. Quindi lo stormo di flamenco atterra scomposto e vagamente goffo, riportandoci ancora un accenno del sorprendente sense of humour della Natura. Alcuni infilano subito la testa sott’acqua per “filtrare” ancora un po’, ma i più la nascondono sotto l’ala per dormire, piegando il collo come fosse di gomma, pon-pon rosa a dondolare su un trespolo fucsia. Ci avviciniamo con la canoa per raccogliere la nostra “sciccosa” piuma, pagaiando piano per non spaventare lo stormo, che semplicemente continua a farsi i fatti suoi, sempre alla stessa distanza, un passo più in là ad ogni remata verso di loro.</div>
<div>Spostarsi in kayak da mare per fare birdwatching regala un punto di vista diverso e non solo perché si è seduti bassi sull’acqua: si è più fragili, quasi indifesi, meno predatori e un po’ più preda. Portarsi sottovento è talvolta faticoso, cercare di star fermi per studiare col binocolo è una piccola impresa. Eppure gli animali non riconoscono come fatalmente pericoloso quello strano animale che galleggia instabile agitando lunghe braccia e per una volta ci concedono fiducia o per lo meno il beneficio del dubbio. Nell’acqua cristallina, impalpabile, eterea delle coste di sabbia bianca del Sinis può accadere persino che l’ombra dello scafo faccia da rifugio alle piccole sardine, che “fanno il pallone” per difendersi dall’attacco di un cormorano. Un piccolo documentario in diretta, con l’incredibile uccello marino che nuota come un siluro verso di noi e infrange lo scudo di pesci in un caos di fughe e di salti sull’acqua. Mai come quando si pagaia in mare capita così frequentemente di ammirare i balzi disordinati delle alici che ti scappano di fronte all’improvviso, lasciando soltanto decine di cerchietti concentrici sulla superficie, gli spruzzi rumorosi dei muggini, di cui si riesce a vedere solo la pinna caudale, o le falcate lunghe a ripetizione delle aguglie, che invece si lasciano ammirare, se riesci a indovinarne la traiettoria. Ma il più bello di tutti, il salto più lungo e leggiadro, è sicuramente quello del pesce volante, sempre più frequente con il riscaldamento dei nostri mari, eppure ancora raro e misterioso.</div>
<div>Di tanto in tanto, continuando a pagaiare lungo la costa del Sinis le spiagge lasciano il posto alle ripide falesie di calcare rosso. Ad ogni ondata, in un tripudio di bolle, l’aria che esce dalle camere sommerse delle grotte ci sorprende con gorgoglii e concerti di “bassi”. Un rimbombo minaccioso e diverso dal solito ci blocca all’ingresso di una cavità, mentre ci stiamo spingendo all’interno per ammirare le stalattiti di calcare. Il tempo di acquattarci sullo scafo e un volo di colombi ci passa sulla testa come un solo grande uccello, col rombo di una raffica di mitra. Questi piccoli fiordi tra le pareti ripide sono un paradiso per la nidificazione del piccione selvatico, che tenta di ripararsi dalle picchiate acrobatiche del falco pellegrino. Formare uno stormo compatto e rumoroso è un’arma per provare a spaventare il predatore&#8230; una tecnica che con noi ha funzionato benissimo. Anche i gabbiani nidificano sulle pareti inaccessibili e sugli scogli isolati della penisola e pure loro non sono per nulla intimoriti dallo strano binomio uomo-kayak.</div>
<div>A terra, sul promontorio di Turr’e Seu, ci aspettano animali più miti: il wildwatching delle testuggini è sicuramente meno avventuroso. Per scovare un animale tra le siepi spinose ci vuole occhio e pazienza, ma per lo meno non si rischia di passare dalla parte della preda! Con la scusa di controllare sulla guida naturalistica l’identificazione di un passeraceo, in piedi sullo strapiombo della falesia che precipita in mare, tiriamo fuori la piuma di fenicottero che avevamo riposto con cura tra le pagine. La solleviamo verso il cielo per ammirare il suo incredibile fucsia&#8230; ma il nostro “pezzetto” d’Africa non ha nessuna intenzione di restare chiuso dentro un libro: coglie il soffio amico del Maestrale e vola via, a farsi ammirare da qualcun altro.</div>
<div>
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		<title>Marocco-da Tiznit a Marrakech</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 11:10:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Mezzogiorno berbero
testo di Marco Fioratti &#8211; foto di Bruno Zanzottera
Dagli aridi bassopiani di Tiznit alla convulsa Marrakech, il Mezzogiorno marocchino riserva scenari da leggenda, incorniciati dalle nevi perenni dell’Alto Atlante e da vallate berbere profumate di mandorli.



Quando l’ombra della Kutubyya diventa un artiglio oblungo proteso verso oriente, i demoni della sera prendono possesso di Djemaa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><br class="spacer_" /></p>
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<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<p><strong>Mezzogiorno berbero</strong></p>
<address><span style="color: #808080;">testo di Marco Fioratti &#8211; foto di Bruno Zanzottera</span></address>
<p><strong>Dagli aridi bassopiani di Tiznit alla convulsa Marrakech, il Mezzogiorno marocchino riserva scenari da leggenda, incorniciati dalle nevi perenni dell’Alto Atlante e da vallate berbere profumate di mandorli.</strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 217px"><img class="  " style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apertura_maiorca/apertura_marocco.jpg" alt="" width="207" height="314" /><p class="wp-caption-text">La Kutubyya di Marrakech.</p></div><br />
<span id="more-865"></span></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Quando l’ombra della Kutubyya diventa un artiglio oblungo proteso verso oriente, i demoni della sera prendono possesso di Djemaa el Fna. Cortine di vapore denso che s’innalzano dai bracieri dividono le schiere dei dannati. I golosi risucchiano lumache dai gusci e spolpano piccioni come se fosse il loro ultimo pasto; in un cantuccio gli accidiosi si assopiscono stringendosi nelle djellaba, incuranti del frastuono, mentre lussuriose tatuatrici all’henné vergano polsi e caviglie di simboli ammiccanti. Poco più in là un iroso cantastorie dal ventre gonfio come un otre brandisce armi immaginarie e fulmina cogli occhi ingialliti e cisposi gli avari che assistono allo spettacolo senza far tintinnare la cesta coi dirham. Qualche djinn evoca dal suolo rovente un vortice che scoperchia le bancarelle e fa rotolare gli amuleti delle fattucchiere in mezzo ai cobra degli incantatori.</p>
<div><strong><span style="color: #ff0000;">Sensuale Marrakech</span></strong></div>
<div>Per la legge del contrappasso, questa gente che si cela con pudore agli occhi estranei qui deve mettere in mostra senza riserve vizi e virtù. Chi nasconde i volti dietro a veli, le finestre dietro a grate, il culto dietro le mura inaccessibili delle moschee, si sottopone poi a quest’orgasmo di ostentazione. Piazza Djemaa el Fna, fra acquaioli, saltimbanchi, cuochi e procacciatori, dà lavoro a più persone di uno stabilimento industriale di discrete proporzioni. Appena alle spalle si apre il souk, un reticolo di budelli immersi nella penombra che trasudano di un’umanità carnale. Dai sontuosi bracciali d’argento tempestati di gemme dell’Atlante alle scarpe spaiate e da risuolare, dalle sanguisughe per la magia nera ai sacchi di sorgo su cui banchettano frotte di tebebt, gli uccelli sacri cui è concessa ogni impudenza. Nessuna merce è troppo preziosa o troppo insignificante per non essere oggetto di transazioni e mercimoni. Uno speziale stempiato vende rimedi infallibili contro la caduta dei capelli (Garanti, monsieur!) mentre, stipati in minuscole gabbiette, stridono falchi dalle ali tumefatte e tarpate di fresco.</div>
<div>Storditi dalla sensualità magnifica e crudele di Marrakech, eleviamo i nostri corpi e le nostre coscienze alle cime innevate che fanno sentire il loro respiro sulla città, attraverso boschi di cedri e valli dilavate da torrenti gelidi, bianchi di polvere e di schiuma. Ascendiamo dalla pura carne al puro spirito verso le kasbah e le moschee avvinghiate agli speroni di pietra dell’Alto Atlante, baluardi di un Islam illuminato e universale, fino ai contrafforti del Tizi-n-Test. Per poi discendere purificati seguendo il sole di mezzogiorno e i rivoli che dai nevai scendono verso il letto del fiume Sous.</div>
<div><strong><span style="color: #ff0000;">Sceicchi sahariani</span></strong></div>
<div>In quest’angolo di Africa equatoriale incastonato fra i monti del Maghreb, rigogliose colture tropicali fanno capolino dalle distese di argania coi rami zeppi di bacche e di capre, e spandono le loro fragranze fin nei riad e nei giardini di Taroudannt in cui amava passeggiare il pascià. Da qui si seguono le tracce del sultano blu el-Hiba, per metà idealista e per metà brigante, dal cui fiero petto di sceicco sahariano si levò nel 1912 l’ultima voce contro i nuovi padroni che mercanteggiavano, dai loro palazzi sulla Senna, le sorti di un antico impero. Una donchisciottesca jihad infrantasi contro il piombo francese, l’ultima di una lunga serie di rivolte soffocate di cui si resero protagoniste le tribù berbere del sud, sempre pronte a difendere con le armi la loro indipendenza dal potere iniquo dei sultani settentrionali o dei burocrati europei. L’armata del sultano blu, e con essa gli ultimi brandelli di un’epoca romantica condannata dalla storia a tramontare, ripiegò in rotta fino alla piazzaforte di Tiznit, attraverso le conche profumate di mandorli dell’Antiatlante. In una di queste si erge il villaggio di Tafraoute. Quando lo raggiungiamo a imperversare fra le case non sono i colpi d’artiglieria, ma i festeggiamenti per la circoncisione del figlio del sultano. Un complesso di musicisti gnaoua si esibisce sotto a una tenda berbera.</div>
<div>Veterani gallonati, poliziotti a fine servizio, imani e notabili vestiti all’europea si dispongono in file ordinate ai lati della piazza, mentre al centro si manifesta, composto e sentito, l’entusiasmo popolare. E se anche gli smaliziati berberi di Tafraoute, che con la loro intraprendenza hanno viaggiato per il mondo ritornando arricchiti ai luoghi natali, non hanno ancora perso la poesia dei simboli e delle tradizioni, probabilmente le crociate del sultano blu contro i mulini a vento della modernità hanno lasciato qualche segno.</div>
<p>
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		<title>Francia-Valle della Loira</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 13:55:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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Giardino di Francia
di Laura Rodolfi
Nella terra prediletta dai re di Francia, un percorso tra castelli fiabeschi, paesaggi bucolici e giardini insoliti, in cui fiori e ortaggi s’intrecciano in preziose geometrie: un piacere per gli occhi, ma anche un trionfo di profumi e di sapori.
Claude Bichon è il capo giardiniere e l’anima stessa dei magnifici giardini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="color: #ff0000;">Giardino di Francia</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">di Laura Rodolfi</span></address>
<p><strong>Nella terra prediletta dai re di Francia, un percorso tra castelli fiabeschi, paesaggi bucolici e giardini insoliti, in cui fiori e ortaggi s’intrecciano in preziose geometrie: un piacere per gli occhi, ma anche un trionfo di profumi e di sapori.</strong></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 348px"><img class=" " style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apert_cartine_articoli/apertura_giardini.jpg" alt="" width="338" height="504" /><p class="wp-caption-text">Il castello di Jallanges.</p></div>
<p><span id="more-839"></span>Claude Bichon è il capo giardiniere e l’anima stessa dei magnifici giardini che dal 1996 hanno dato nuova vita al castello di Talcy. Con la paesaggista Joëlle Weill ne ha ricreato la trama, sulla base dello schema originale a quadrati, arricchendolo di nuove suggestioni: composizioni geometriche contemporanee, arazzi astratti di arbusti selvatici, campi fioriti che in estate esplodono di colore e, soprattutto, le file ordinate del frutteto conservativo.<br />
 Come a Talcy, anche in altri siti della Valle della Loira i giardini sono coprotagonisti della scena. Ad essi oggi è dedicata altrettanta attenzione che agli edifici. Perché la storia vive sì nelle sale sontuosamente decorate dei manieri, nei loro corridoi o nelle prigioni segrete, ma passa anche per i viali fioriti o gli orti che rifornivano la tavola dei nobili. Se a Talcy l’attenzione è puntata sulla tradizione del frutteto, altrove sono gli orti produttivi a salire alla ribalta. Pomodori, fragole, ortaggi di rare varietà antiche o comuni verdure si alternano in file ordinate, in schemi geometrici, dove il ritmo dei colori crea armonie degne di un artista. L’apice di quest’arte è Villandry: con rigore e costanza ogni parcella è mantenuta in perfette condizioni perché l’insieme possa costituire, in ogni stagione, un quadro d’insolita e stupefacente bellezza, così come l’aveva pensato il suo creatore Joachim Carvallo nel 1906, ribaltando i canoni allora in voga nell’arte giardiniera.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Degni di re e regine<br />
 </span></strong>Altra atmosfera regna nei favolosi giardini di Chenonceau, terrazze sospese sull’acqua e ornate da geometrie di arbusti e fiori: il loro disegno, realizzato all’epoca di Diana di Poitiers e di Caterina de’ Medici (stiamo parlando del XVI secolo), era concepito come cornice per le passeggiate e per le feste delle due nobildonne. Guardando i due giardini dalle finestre del castello, così contrapposti e rivaleggianti per fasto e splendore, è impossibile non associarli alla spietata rivalità tra le due sovrane.<br />
 Se a Chenonceau e a Chaumont-sur-Loire, entrambi legati alle lotte di potere tra Diana e Caterina, si respira un fascino “femminile”, un’atmosfera più mascolina permea invece le dimore predilette dei re di Francia: Chambord, Amboise e Blois. In queste grandiose architetture occorsero intrighi e delitti, come quello del Duca di Guisa, assassinato a Blois nel 1588 nell’ambito delle lotte tra cattolici e protestanti. Le ombre di fatti e personaggi oggi scivolano drammatiche sulle pareti del magnifico cortile, trasfigurate dai giochi cromatici degli spettacoli Son &amp; Lumière (giochi di luce e di musica allestiti nello scenario del castello). Nelle cucine e negli immensi saloni altre sono le immagini che affiorano alla mente: quelle di feste e banchetti degni di Gargantua, l’ingordo gigante di cui narra Rabelais. Le abbondanti risorse culinarie che già allora deliziavano i nobili, oggi fanno della regione un vero eden gastronomico: selvaggina, carni, salumi, pesci, frutta e verdura, gustosi formaggi di capra e vini pregiati sono gli ingredienti di una cucina gustosa e rinomata.<br />
 La Valle dei Re è il luogo ideale per abbandonarsi ai piaceri, a quelli della tavola come a quelli della scoperta. Nei giardini, nelle dimore rinascimentali, nelle città d’arte e nei villaggi, nel paesaggio idilliaco che per secoli ha fatto della Loira l’ideale estetico di poeti e pittori, si potrà apprezzare ogni aspetto dell’art de vivre che fin dal Rinascimento caratterizza questa terra generosa.</p>
<p>
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		<title>Ungheria-Ciclopista del Tibisco</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 10:07:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ungheria]]></category>
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Tibisco sacro
testo di Marco Fioratti &#8211; foto di Rino Gomiero
Seguendo il Tibisco, fiume sacro per gli ungheresi, attraverso le terre dove nasce il Tokaj e la puszta di Hortobágy, fino alle grandi pianure meridionali. Una lunga cavalcata sugli argini del grande fiume, sulle orme di una leggendaria conquista.
(dallo speciale In Bici, 2005)


Il principe Árpád cavalca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><!--pagetitle:Introduzione--></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;">Tibisco sacro</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">testo di Marco Fioratti &#8211; foto di Rino Gomiero</span></address>
<p><strong>Seguendo il Tibisco, fiume sacro per gli ungheresi, attraverso le terre dove nasce il Tokaj e la puszta di Hortobágy, fino alle grandi pianure meridionali. Una lunga cavalcata sugli argini del grande fiume, sulle orme di una leggendaria conquista.</strong></p>
<p><em>(dallo speciale In Bici, 2005)</em></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 570px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apert_cartine_articoli/apertura_tibisco.jpg" alt="" width="560" height="375" /><p class="wp-caption-text">TERRE DA CICOGNE La ciclabile sfila sull’argine dopo Abádszálok. Lunghi filari di salici e boschi rivieraschi accompagnano ampi tratti del percorso e la cicogna nera non è un avvistamento così raro</p></div>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><span id="more-705"></span></p>
<p>Il principe Árpád cavalca alla guida dei sette capi delle tribù magiare sulla cresta del Passo di Verecke. Sotto al suo sguardo, incastonata fra le vette e i faggeti dei monti Szolyva, si stendono la valle di Latorc e le immense piane del Tibisco, dove fra altari pagani in fiamme, i guerrieri ungari piegano l’ultima resistenza delle tribù slave in rotta.<br />
 La moglie di Árpád, su un carro trainato da quattro buoi, apre la via alle salmerie, mentre nel mezzo di un sabba di vestali discinte, lo sciamano sacrifica al pantheon magiaro uno stallone bianco.<br />
 La conquista del bacino carpatico da parte dei magiari è il tema della rappresentazione spettacolare e dal fascino un po’ rétro che Árpád Feszty dà nel suo ciclorama al centro del parco storico di Ópusztaszer, vero Vittoriale magiaro. Proprio ad Ópusztaszer, oltre undici secoli fa, i capi delle sette tribù ungare si riunirono in una dieta, a sancire la definitiva occupazione del bacino del Tibisco, dopo la lunga e vittoriosa marcia verso occidente dalle steppe dell’Asia centrale. E qui ebbe luogo fra i sette capitribù l’honfoglalás, la mistica spartizione di un territorio immenso, che si estendeva ben oltre gli angusti e dolorosi confini dell’Ungheria di oggi, fino all’assolata Vojvodina e alle vallate transilvane.<br />
 Con le acque del Tibisco ogni magiaro ha ricevuto idealmente il battesimo della propria identità etnica. È nella leggenda incarnata dal grande fiume che si riconduce all’unità di un’origine comune lo straordinario mosaico etnografico e culturale delle genti che oggi vivono sulle sue sponde. Per centinaia di chilometri il Tibisco diventa tutt’uno con l’Ungheria raccogliendo rivoli di un’umanità multiforme. Regioni e luoghi dai nomi leggendari sfilano senza fretta sotto le ruote, senza mai perdere di vista il grande fiume che sfila sommesso fra lussureggianti cortine di salici. La regione di Rétköz dove vegliati dalle cicogne sonnecchiano bonari sotto agli ontani, zigani dalla pelle scura come la terra che frigge sotto alle stoppie. La valle del Bodrog e l’austera compostezza dell’Ungheria calvinista che si è formata sui banchi dei collegi di Sárospatak. Il monte Calvo di Tokaj, un Col Ventoux per poeti dell’etile, sotto al quale viticoltori magiari, commercianti greci e colonie di funghi Botyris cynerea da secoli si affannano col solo scopo d’inebriare il mondo con le fragranze di una bottiglia di Aszú 6-puttonyos. Le immense piane di Hortobágy, dove torme di pecore racka vagano come relitti alla deriva in un mare d’erbe e le otarde danzano ancora nel vento della steppa. I dedali di canali e lagune del Tisza-Tó, una riviera d’acqua dolce in cui gli ungheresi, guidati per vent’anni da un ammiraglio senza flotta, tentano ritagliando spiagge fra i giuncheti di annegare il rimpianto di non avere più sbocchi sul mare. E ancora il grande Sud, terra di gioielli Sezessionstil, vati nazionali e letali grappe alla paprika.<br />
 È il Tibisco, ben più del Danubio e delle sue mollezze asburgiche, a incarnare la vera anima del popolo ungherese. Come fecero un tempo le genti che oggi vivono sulle sue sponde, il Tibisco erompe violento dai bastioni di pietra dell’Ucraina Carpatica, lambisce urlando i dolci versanti boscosi delle colline di Zemplen, e trova pace attardandosi in anse e meandri solo dove l’orizzonte si adagia sulla grandiosa vastità della puszta. Il fiume celebrato dal poeta Sándor Petõfi racconta ancora a chi cavalca i suoi argini la saga della conquista del Far West pannonico. Un’epopea della frontiera tutta ungherese, dove i pionieri sono principi asiatici dal sangue unno e i cowboys csikos dalle tuniche viola che pascono le loro mandrie ai confini dell’Europa.</p>
<p>
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		<title>Friuli-Venezia Giulia &#8211; Laguna di Marano</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 10:01:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Itinerari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Friuli Venezia Giulia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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Sul pelo dell&#8217;acqua
testo di Federica Botta &#8211; foto di Alessandro De Rossi
Tre riserve naturali affacciate sull’Adriatico a pochi chilometri da Trieste, un paradiso per i naturalisti e per gli uccelli acquatici da visitare a colpi di pagaia. Per scoprire, tra barene e canneti, un micromondo affascinante.
(dal numero 189 di itinerari e luoghi, aprile 2009)


Chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--pagetitle:Introduzione--></p>
<h3><span style="font-weight: normal; font-size: small;"><span style="font-size: medium;"><strong><br />
 </strong></span></span></h3>
<h3><span style="color: #ff0000;">Sul pelo dell&#8217;acqua</span></h3>
<address><span style="color: #808080;">testo di Federica Botta &#8211; foto di Alessandro De Rossi</span></address>
<p><strong>Tre riserve naturali affacciate sull’Adriatico a pochi chilometri da Trieste, un paradiso per i naturalisti e per gli uccelli acquatici da visitare a colpi di pagaia. Per scoprire, tra barene e canneti, un micromondo affascinante.</strong></p>
<p><em>(dal numero 189 di itinerari e luoghi, aprile 2009)</em></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 330px"><img style="margin: 11px; border: 1px solid black;" src="http://www.itinerarieluoghi.it/area/itinerari-luoghi-online/wp-content/uploads/image/apert_cartine_articoli/apertura_marano.jpg" alt="" width="320" height="480" /><p class="wp-caption-text">In canoa alla foce dell’Isonzo.</p></div>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><span id="more-755"></span></p>
<p>Chi non si ricorda l’ochetta Martina, il simpatico batuffolo giallo che ispirò a Konrad Lorenz innumerevoli osservazioni sull’apprendimento animale e sull’imprinting? Tra gli appassionati bird-watcher e aspiranti etologi è un mito intramontabile. Ma una cosa è provare, da buoni allievi, a crescere un pulcino in appartamento, ben altra ammirare le amorevoli cure dei veri genitori da una posizione privilegiata. Alle riserve lagunari del Friuli, vero sito cult per gli studiosi di avifauna, anche i non professionisti possono fare autentiche osservazioni etologiche e non solo togliersi lo sfizio di immortalare una rara moretta tabaccata o annotare sul proprio quaderno l’avvistamento di mestoloni, codoni, moriglioni e volpoche. Meglio che in un documentario tv, con tanto di suoni in dolby surround, si possono godere in prima persona, a pochi metri dalle passerelle e dagli osservatori, le peripezie delle numerose famigliole di anatre e oche. Ci sono adulti che difendono i piccoli dai cigni in nidificazione e pulcini giallo brillante che copiano, buffi e impacciati, i movimenti dei genitori per imparare a nuotare, volare, pascolare e starnazzare. La Riserva Naturale Valle di Canal Novo, di Marano Lagunare, è il paradiso di oche e anatre. Creata nel 1996, recuperando alla natura alcune valli per itticoltura, bacini costieri artificiali usati in passato per la pesca, è uno dei pochi posti in Italia dove le oche selvatiche nidificano alle porte della città. Dopo una felice reintroduzione, realizzata grazie alle tecniche già descritte e studiate proprio dal padre dell’etologia, il numero delle coppie che in primavera arriva a costruire il suo nido nelle macchie di canne è cresciuto ininterrottamente di anno in anno. Con la bella passerella in legno che attraversa la riserva, la Caminada sull’acqua, che si allunga sopra gli stagni, si può godere di quest’abbondanza: come palline di piume colorate legate da uno spago, i pulcini seguono in fila i genitori premurosi, che mostrano quali erbette brucare, dove salire la scarpata, tra quali canne nascondersi. Gli animali, abituati alla vicinanza dell’uomo, continuano indisturbati le loro attività, tanto che, per una volta, si può ascoltare il richiamo specifico utilizzato nelle diverse situazioni: voci acute di allarme, sommessi borbottii di rimprovero, dolci mormorii di grooming e coccole. I ricercatori ogni anno eseguono censimenti, contando e misurando le uova e i nidi, così da poter esportare anche altrove il fortunato progetto. I 35 ettari di riserva sono un’area umida particolare, con gli stagni protetti dalla marea, senza contatti diretti con affluenti d’acqua dolce o con il mare, mantenuti a diversa gradazione di salinità grazie alle chiuse e ai pozzi artesiani. Subito dietro il porto-canale artificiale che collega la bella cittadina al mare, nidificano anche stabilmente cigni, innumerevoli specie di rari anatidi e persino falchi di palude. Passeggiando lungo i sentieri tra gli stagni è facile avvistare anche splendide farfalle, libellule, insetti, rane e serpenti non velenosi.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Alla foce del fiume<br />
 </span></strong>Altrettanto stupefacente è la Riserva delle Foci dello Stella: oltre 1.300 ettari di delta protetto, raggiungibili solo dal mare, uno degli ultimi tratti di canneto naturale della laguna veneta. Canali, bacini e velme, zone fangose temporaneamente emerse, si alternano a tratti di terraferma. Qui, sulle barene, isole di canne raramente sommerse dalla marea, gli antichi pescatori costruirono le loro abitazioni su palafitte, con tetto e pareti di giunchi e legno. I casoni, come vengono chiamati, sono eccezionali adattamenti dell’uomo a un territorio difficile e continuamente mutevole. Sin dai tempi del Doge, che governava su questa parte di laguna, le terre di canneto, instabili e temporanee, per consuetudine non potevano essere vendute ma date in concessione dal Comune alle famiglie, proprietarie solo della struttura che riuscivano a costruire. Forse anche grazie a questo, l’intera zona non si è totalmente cementificata e ha mantenuto un’affascinante originalità: un numero limitato di casoni, che hanno caratteristiche diverse, a seconda delle capacità del mastro carpentiere. Al tramonto le palafitte regalano alla foce un tocco esotico, difficile da dimenticare.<br />
 Tra i birdwatcher, infine, tutti conoscono la Riserva dell’Isola della Cona, altro esperimento di recupero ambientale partito da lontano e perfettamente riuscito. Nel 1983, uno dei primi progetti di ingegneria e valorizzazione naturale sottrasse l’Isola al destino dei territori adiacenti: la bonifica per uso agricolo e la cementificazione dei canali per i porticcioli da diporto. Furono riallagati 30 ettari di campi che divennero lagune costiere d’acqua dolce. Già nel 1991 furono immessi i primi cavalli della Camargue, per controllare l’espansione del canneto, l’interramento dei bacini e organizzare ippo-visite guidate. Infine fu istituito il Parco Regionale nel 1996. Oggi, chi ha un minimo di esperienza equestre,  può esplorare l’area protetta sui tranquilli animali, dal passo sicuro nel fango e che entrano volentieri in acqua, in una atmosfera tutta africana che l’arrivo in volo di una spatola può solo migliorare. Anche chi non cavalca ha il suo premio: la vetrata del Centro Visite, inclinata in modo tale da rendere invisibile l’interno, permette di godere in tutta comodità della straordinaria avifauna, oltre 300 specie che spaziano dalle oche egiziane alle cicogne, dai cavalieri d’Italia ai mestoloni, dai chiurli, simbolo del Parco, ai martin pescatori. L’Oasi della Foce dell’Isonzo, adiacente alla riserva sul lato del mare, raggiungibile in canoa o a piedi, permette di allargare l’osservazione agli uccelli “pescatori”: gli edredoni, insolite anatre bianche e nere, difficili da scovare alle nostre latitudini, i rari mignattini, i chiassosi stormi di cormorani. Ma anche mammiferi, come i docili e confidenti caprioli che popolano le radure, o volpi, che si aggirano curiose sui sentieri e persino alla fauna marina, con i grossi granchi gransoporro che scappano a nascondersi sotto l’ombra del kayak o sbattono contro i piedi nel fango delle velme.</p>
<p>
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