C’è una domanda sottile che attraversa “Forest – Il futuro ha radici antiche”, il documentario di Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon prodotto da Cineblend attualmente in tour per tutta Italia (qui le date di proiezione): cosa guardiamo davvero quando guardiamo un bosco? È una domanda che sembra semplice, e non lo è per niente.

Ian McEwan, nel suo ultimo romanzo “Quello che possiamo sapere” (Einaudi, 2025), immagina uno studioso del futuro che dal 2119 osserva la nostra epoca come noi osserviamo il passato: con la consapevolezza di ciò che è andato perduto, e con il peso di sapere che sarebbe stato evitabile. Il paesaggio che ci circonda, in fondo, funziona allo stesso modo. Ogni albero porta in sé una storia che non vediamo, ogni versante porta i segni di eventi che abbiamo dimenticato o che non abbiamo mai conosciuto. Il Monte Grappa non era così prima della Prima Guerra Mondiale: era il fuoco dell’artiglieria a dettare la silhouette di certi crinali, non la natura. Guardare al paesaggio senza conoscerne la storia è come leggere solo l’ultima pagina di un romanzo.
Vaia, bostrico e cambiamento climatico: una crisi ancora aperta
Il bosco del Monte Meletta, sull’Altopiano dei Sette Comuni, dove il film è stato girato, porta i segni di una storia molto più recente e altrettanto drammatica. La tempesta Vaia, nell’ottobre 2018, ha abbattuto milioni di alberi in poche ore su tutto il Nordest. Poi è arrivato il bostrico, un insetto che si nutre di abeti rossi indeboliti o abbattuti, e che ha trovato nell’eccezionale quantità di legname caduto un terreno di proliferazione senza precedenti. Il cambiamento climatico è il primo responsabile di entrambi i fenomeni: eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, temperature in rialzo che favoriscono la diffusione dei parassiti, stagioni che non corrispondono più ai cicli ai quali gli ecosistemi si erano adattati per secoli.
I giovani forestali al centro di Forest
“Forest” non si limita a raccontare il disastro. Sceglie un punto di vista più interessante e più raro: entra nel vivo del lavoro forestale attraverso gli occhi di quattro giovani — Filippo Sambugaro, Melani Mussoi, Silvia Minella e Tommaso Casagrande — impegnati in un corso di formazione professionale, affiancati dagli istruttori e fratelli Giorgio e Michele Sambugaro. La macchina da presa di Uber Mancin li segue nelle operazioni concrete, nei gesti tecnici, nelle decisioni che si prendono davanti a una pianta da abbattere o a un versante da leggere. La spiegazione degli esperti — tra cui professori universitari di selvicoltura, entomologia e meccanizzazione forestale — si intreccia con l’esperienza diretta dei protagonisti, restituendo la complessità di un ecosistema che richiede competenza, non solo buone intenzioni.
Perché la gestione del bosco è una forma di tutela ambientale
È qui che il film supera la contrapposizione ormai logora tra ambientalismo e gestione forestale. Il bosco non è un’icona da preservare nell’immobilità, ma un sistema vivo che cambia, che soffre, che richiede cura attiva. Lasciarlo a sé stesso, dopo una catastrofe come Vaia, non significa proteggerlo: significa abbandonarlo. La formazione professionale degli operatori forestali diventa allora un atto di responsabilità ambientale tanto quanto la piantumazione o la tutela delle specie. Un mestiere antico, ci ricorda il film, trasformato però dalla ricerca, dalla tecnologia e da una nuova cultura della sicurezza.
Un documentario che invita a guardare il paesaggio con occhi diversi
Lorenzato e Zarpellon — autori di numerosi documentari dedicati ai territori montani e alle loro fragilità — riconoscono nel bosco uno spazio di lavoro, formazione e domande. Non offrono risposte definitive. Aprono, piuttosto, una finestra su un mondo spesso invisibile a chi il bosco lo percorre solo di domenica, con gli scarponi e le cuffiette, senza sapere cosa sta attraversando.
Forse è questa la consapevolezza più urgente che il film ci chiede di portare a casa: che il paesaggio non è mai neutro, non è mai solo natura. È storia, è economia, è scelta politica, è errore collettivo e possibilità di correzione. E che guardarlo davvero — come lo studioso di McEwan guarda al nostro tempo dal futuro — significa accettare di vedervi anche la nostra responsabilità.
“Forest – Il futuro ha radici antiche” è distribuito da Cineblend. La proiezione è un’occasione per uscire dal bosco con occhi diversi da quelli con cui ci si è entrati.