Pronti a tuffarvi in un’altra Umbria? È quella che offre l’Alta Valle del Tevere, con un paesaggio lento e affascinante fatto di colline che si aprono, pendenze morbide e panorami che smettono di essere scenografia per diventare spazio vissuto. Lì, incastonata come una gemma preziosa, c’è Città di Castello. Un luogo dove non si arriva per caso e, soprattutto, non si resta per caso. Quel nome composto, con “castello”, lascia pensare a una roccaforte inespugnabile. Ma la realtà è ben diversa e, sebbene il centro storico sia impreziosito da una possente e ben conservata cinta muraria, gli spazi sono aperti e dialogano con il vicino corso del Tevere che, da sempre, seppur tra le alterne vicende storiche, ha nutrito lo sviluppo della Tifernum Tiberinum d’epoca romana.

Oggi Città di Castello è una destinazione che richiede il giusto tempo, che si lascia attraversare lentamente, e che proprio per questo restituisce più di quanto prometta: da ormai diversi anni il comprensorio tifernate è protagonista di un progetto turistico che non consuma luoghi, ma li abita. A piedi, in bici, lungo il fiume o sui sentieri francescani. Ancor più quest’anno che ricorrono gli 800 anni dalla morte di San Francesco (nel numero di Gennaio-Febbraio di Itinerari e Luoghi abbiamo approfondito la Via di Francesco).
Una città di sorprese
Il cuore di Città di Castello è tra le piazze Matteotti e Gabriotti dove trova spazio una trama compatta di complessi rinascimentali: Palazzo dei Priori, Palazzo del Podestà fino al Duomo dei Santi Florido e Amanzio il cui sagrato si apre verso i Giardini del Cassero e sull’area panoramica sul lungo Tevere.
Dalla parte opposta, sul versante nord-est del centro storico in zona Piazza Garibaldi, la scena è del magnifico Palazzo Vitelli a Sant’Egidio, testimone evidente del dialogo che questa città ha sempre avuto con Firenze. Qui il tempo sembra sospeso tra geometrie rinascimentali e silenzi di campagna. Voluto dalla potente famiglia Vitelli nel Cinquecento, il palazzo nasce come segno imponente di prestigio, ma anche come luogo di rappresentanza capace di parlare il linguaggio dell’arte. Le logge leggere si aprono verso l’esterno, lasciando entrare luce e paesaggio, mentre all’interno i saloni affrescati costruiscono una narrazione di potere, tra allegorie, imprese militari e riferimenti colti. Il ninfeo, con i suoi giochi d’acqua e l’idea di una natura orchestrata, introduce una dimensione quasi scenografica: qui l’architettura dialoga con il giardino, trasformando lo spazio in esperienza. L’influenza toscana si avverte nelle proporzioni e nei dettagli, ma è rielaborata con una sensibilità locale che rende l’insieme unico. Sant’Egidio non è solo una dimora: è il racconto in pietra e colore di una famiglia che ha costruito la propria memoria attraverso bellezza e potere.
Altro splendido esempio del periodo rinascimentale lo si ha sul versante meridionale del centro storico dove si trova Palazzo Vitelli alla Cannoniera: un complesso eretto per celebrare un matrimonio illustre della famiglia Vitelli e concepito come raffinato equilibrio tra funzione privata e rappresentazione pubblica. La facciata, decorata a graffito con motivi che richiamano la mano di Giorgio Vasari, introduce a spazi interni dove l’arte diventa linguaggio politico.
Il cortile ordina lo spazio con rigore, mentre i giardini — un tempo ricchi di essenze rare — suggeriscono un’idea di prestigio costruita anche attraverso la meraviglia naturale. Oggi il palazzo è sede della pinacoteca civica dove sono esposte opere di giganti dell’arte italiana come lo Stendardo della Santissima Trinità di Raffaello e il Martirio di San Sebastiano di Luca Signorelli.
- Umbria, Città di Castello, Palazzo dei Priori in piazza Gabriotti, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, i giardini di Palazzo Vitelli alla Cannoniera, oggi sede della Pinacoteca, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, i giardini di Palazzo Vitelli alla Cannoniera, oggi sede della Pinacoteca, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, ceramiche dei Della Robbia a Palazzo Vitelli alla Cannoniera, oggi sede della Pinacoteca, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, gli eleganti ambienti di Palazzo Vitelli alla Cannoniera, oggi sede della Pinacoteca, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, il portale del Duomo dedicato ai Santi Florido e Amanzio, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, i giardini col ninfeo di Palazzo Vitelli a Sant’Egidio, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, la chiesa di San Francesco (XIII secolo), foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello. Nella chiesa di San Francesco (XIII secolo) si trova il banchetto col timbro per le credenziali del pellegrino, foto Marco Giovenco
Dove la stampa è ancora mestiere
Di arte in arte, una visita al centro storico di Città di Castello offre una tappa meno nota ma assai sorprendente che racconta un’identità diversa di questo borgo: la Tipografia Grifani Donati. Qui il tempo non è solo lento: è rimasto fedele a sé stesso. Attiva dal 1799, è fra le pochissime realtà dove si stampa ancora con tecniche tradizionali. Non per nostalgia, ma per continuità. La tipografia moderna nacque con Gutenberg che, nel Quattrocento, introdusse i caratteri mobili: un sistema che di fatto rivoluzionò la diffusione del sapere. Ma la storia della stampa è più lunga e complessa, e qui la si può toccare: rilievografia, ovvero la stampa a rilievo con caratteri mobili e matrici incise. È il principio più immediato: ciò che
emerge riceve l’inchiostro. E, ancora, incisione (incavo grafia) con tecniche come bulino e punta secca, con il segno scavato che trattiene inchiostro. La calcografia, che include acquaforte e acquatinta, con il disegno che nasce da reazioni chimiche sulla lastra, non solo dal gesto. Infine, la litografia, tecnica planografica: niente rilievi né incisioni, ma un gioco di affinità tra acqua e grasso su una superficie piana.
Nella tipografia tifernate tutto questo è ancora visibile: matrici, torchi, caratteri. Non è un museo fermo, è un laboratorio vivo. Un luogo dove si capisce che la stampa non è solo tecnica, ma cultura materiale.
Burri, la materia e il contemporaneo che resta
Non solo Rinascimento: a Città di Castello il contemporaneo è parte dell’identità. E il nome è quello del suo illustre figlio Alberto Burri. Il percorso tra il centralissimo Palazzo Albizzini e gli Ex Seccatoi del Tabacco, nella zona sud della città, è più di una visita museale: è un attraversamento nello spazio, nel tempo, nella dimensione umana. I materiali poveri – sacchi, plastiche, combustioni – diventano linguaggio universale.
Si tratta di nove capannoni suddivisi in undici sale che, fino agli anni ’70, erano utilizzati per l’essicazione del tabacco che, per decenni, contribuì allo sviluppo economico dell’area tifernate. Burri si innamorò di questo luogo così carico di storia e significati, lo acquistò e ne curò personalmente l’allestimento sistemandovi opere concepite fra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1995.
Qui tutto parla di Burri e della sua arte informale materica. Già dall’esterno, con i capannoni neri come la pece, immaginati come imponenti elementi architettonici intervallati da elementi rosso fuoco. All’interno gli immensi spazi dialogano con superfici bruciate, crepe, combinazioni di colori, trasformazioni che narrano la forza del pensiero, l’impegno sociale e culturale, ma anche l’acuta ironia, di un grande testimone del Novecento.
- Umbria, Città di Castello, il museo della Fondazione Burri ricavato nell’ex seccatoio tabacchi, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, il museo della Fondazione Burri ricavato nell’ex seccatoio tabacchi, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, il museo della Fondazione Burri ricavato nell’ex seccatoio tabacchi, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, il museo della Fondazione Burri ricavato nell’ex seccatoio tabacchi, foto Marco Giovenco
Lungo la Via di Francesco: un cammino da interpretare
Si esce dalla città e cambia il ritmo. La direttrice è la Via di Francesco, ma più che una strada è una rete, perché esattamente come per il Santo di Assisi, non esiste un unico percorso. Grazie al lavoro della DMC tematica e territoriale Umbria & Bike, attiva già dal 2011, il settore del cicloturismo opera in perfetta sinergia con il territorio e con le sue eccellenze culturali, gastronomiche e ambientali. Il tratto tra Citerna e Città di Castello
segue il Tevere: sterrati, strade bianche, campi e boschi che catapultano in una dimensione di pace e relax. L’itinerario da noi percorso è partito dal centro di Città di Castello per percorrere un tratto della Ciclovia del Tevere e raggiungere in pochi chilometri la collina la cui sommità è dominata da Villa Montesca e dall’immenso parco circostante.
Dimora di fine Ottocento, voluta dai baroni Giulio e Leopoldo Franchetti, è la più sontuosa fra le ville storiche del tifernate. Leopoldo, senatore, filantropo e tra i notabili più influenti dell’epoca, la abitò per diversi anni insieme alla giovane moglie, Alice Hallgarten, portando avanti iniziative assistenziali, solidali e filantropiche in favore delle classi meno agiate. Oggi la villa è patrimonio della Regione Umbria ed è sede di corsi di formazione e specializzazione che, di fatto, proseguono l’impronta data dai fondatori.
Qui, ai primi del Novecento, Maria Montessori sviluppò parte del suo approccio educativo e scrisse la prima stesura del celebre studio Metodo della Pedagogia Scientifica. Camminare tra questi viali significa attraversare una storia che lega natura, educazione e futuro. Il parco che circonda la villa, con un giardino all’inglese dove i sentieri seguono tracciati naturali e armonici, si è immersi fra conifere imponenti, latifoglie secolari e specie esotiche portate da viaggi lontani: il parco si rivela poco a poco, tra scorci e radure che aprono lo sguardo sulla valle. Qui la natura è insieme scenografia e progetto: un arboreto pensato per stupire, ma anche per educare, secondo lo spirito dei Franchetti. Camminando, si ha la sensazione che il paesaggio non sia mai fermo, ma accompagni chi passa in un racconto lento, fatto di ombre, luce e memoria.
- Umbria, Città di Castello. Tutti i sentieri e i percorsi sono ben tracciati. Foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello. La ciclovia del Tevere è assai piacevole da percorrere anche se il tempo non è dei migliori. Foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, in e-bike lungo la Ciclovia del Tevere, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, il parco di Villa Montesca, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, Villa Montesca, foto Marco Giovenco
Tartufo. Arte, amore, sintonia col territorio
A Città di Castello la cerca del tartufo non è un’attività, ma un modo di leggere il territorio. Ci si addentra nei boschi dell’Alta Valle del Tevere con un’attenzione diversa, quasi rallentata, dove ogni dettaglio diventa potenziale indizio. Querce, pioppi e salici non sono solo alberi, ma presenze che segnano un equilibrio sotterraneo, quello in cui nasce questo straordinario, quanto misterioso, fungo ipogeo.
Una cerca al fianco dei tartufai dell’Associazione Cavatori Alto Tevere è un’esperienza troppo particolare da vivere: sono custodi silenziosi di un sapere che non si improvvisa, alimentato da una simbiosi unica con i cani da tartufo che sono i protagonisti silenziosi e instancabili, capaci di intercettare ciò che l’occhio umano non vede e di percepire l’inconfondibile profumo della trifola perfino da venti-trenta centimetri sotto terra. Il lavoro è
fatto di segnali minimi: un cambio di passo, un arresto improvviso, un movimento del muso tra le foglie. È un dialogo continuo tra uomo, animale e ambiente. Con grande cura e attenzione ai particolari, come richiudere con cura le buche e mantenere il più possibile inalterato quel delicato equilibrio che, ogni giorno, trasforma il bosco in un tesoro di gusto e profumo.
Dal bosco alla tavola: tra trattorie, agriturismi e presidi Slow Food
Fuori dal bosco, il racconto continua a tavola, dove la cucina dell’Alta Valle del Tevere mantiene lo stesso legame stretto con la terra. Nel centro storico, la Trattoria Lea rappresenta da quarant’anni una delle espressioni più autentiche di questa tradizione. Qui la cucina è schietta, legata alle stagioni e alla memoria domestica: tagliatelle tirate a mano, sughi di selvaggina, gnocchi al tartufo e piatti come la baggiana (una gustosa minestra a base di bietole, fave, guanciale, cipollotti e pomodoro), che raccontano un mondo contadino fatto di semplicità e sostanza. Il tartufo, quando presente, non domina ma si integra, aggiungendo profondità senza alterare l’equilibrio del piatto.
Poco fuori città, in località San Maiano, l’agriturismo La Miniera di Galparino porta l’esperienza ancora più vicino alla terra. Il contesto conserva tracce rurali e storiche, come un portale Templare e i resti di una miniera di lignite, ma è la cucina a restituire il senso del luogo: prodotti coltivati in loco, materie prime stagionali e una filiera corta che passa direttamente dal campo alla tavola. Anche qui il tartufo entra nel racconto come naturale estensione del territorio, frutto di una conoscenza che unisce bosco e cucina.
Di tesoro in tesoro, gustati i piatti della tradizione, la padrona di casa Chiara Filippi ci conduce a quello che può essere considerato un caveau del gusto: una cantina accoglie la maturazione dei grappoli di uve a bacca bianca come Trebbiano e Malfiore, quest’ultimo vitigno autoctono a lungo a rischio di estinzione, recuperato e reinserito nei filari grazie anche al riconoscimento come Presidio Slow Food.
Da questa magia scaturisce il Vinosanto da uve affumicate “Cesare di Galparino”, vino che narra la tradizione contadina antica dell’Alta Valle del Tevere dove il tempo e il fumo diventano ingredienti tanto quanto l’uva. La lavorazione segue un metodo completamente tradizionale: i grappoli vengono appesi con le “coppiole” e lasciati appassire lentamente fino alla fine dell’inverno. In questo lungo periodo, l’ambiente domestico in cui si trovano — spesso cucine e soffitte — permette al fumo dei camini di attraversare gli acini, conferendo al vino la sua inconfondibile nota affumicata. Dopo la spremitura, il mosto viene trasferito in piccoli caratelli di rovere dove inizia un affinamento lunghissimo, che dura almeno dieci anni. Qui riposa insieme alla “madre”, il lievito custodito e tramandato tra generazioni, elemento identitario che imprime al vino un carattere unico e familiare.
Il risultato è un vino dolce, ambrato, denso, in cui il profumo del fumo si intreccia a note di frutta secca e miele. Più che una semplice produzione enologica, è una forma di memoria liquida: un racconto che tiene insieme paesaggio, famiglia e tempo lungo.
Ambiente raffinato e prodotti tradizionali anche al Ristorante Le Logge, nel cuore del centro storico a Palazzo Bufalini. La cucina è strettamente collegata alla stagionalità e ai prodotti del territorio, a tal punto che in menù compaiono piatti come il brasato al Sagrantino, zuppe di legumi con specie ritrovate come il cece umbro, la fagiolina del Trasimeno, le lenticchie di Castelluccio, i fagioli dall’occhio e la roveja, anch’esso presidio Slow Food. Su tutto l’olio Marfuga di Campello sul Clitunno, varietà Moraiolo, simbolo di quell’olivicoltura eroica fatta di oliveti cresciuti su costoni impervi e dove la raccolta non può che essere lenta, manuale e ponderata. Proprio come questa parte di Umbria da percorrere piano, ascoltando il paesaggio, finché non diventa esperienza.
- Umbria, Città di Castello, una preparazione a base di formaggio e tartufo, foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, una zuppa a base di cece umbro, fagiolina del Trasimeno, lenticchie di Castelluccio, fagioli dall’occhio e roveja. Foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, un piatto della tradizione servito con ragù di selvaggina. Foto Marco Giovenco
- Umbria, Città di Castello, la degustazione del Vinosanto di Galparino, foto Marco Giovenco
Riferimenti utili
Nel cuore del centro storico, affacciato su una piccola piazza, Hotel Tiferno rappresenta una sintesi perfetta dello spirito tifernate. Nato nel 1895 e ricavato da un ex monastero del Seicento, conserva un’eleganza discreta che dialoga con l’arte contemporanea: alle pareti, infatti, trovano spazio opere originali di Alberto Burri, restituendo continuità tra città e identità culturale. Più che un semplice luogo dove dormire, è una soglia: da qui si entra e si esce da Città di Castello con la stessa naturalezza con cui si attraversano le sue piazze, tra storia, silenzi e dettagli che chiedono tempo.
L’Hotel Park Ge.Al. è una struttura a gestione familiare che punta su un’accoglienza calorosa e informale, con ambienti curati e servizi essenziali ma ben gestiti. La posizione tranquilla, a breve distanza dal centro di Città di Castello, lo rende pratico sia per turismo che per lavoro. Sul fronte cucina, il ristorante propone piatti tipici umbri affiancati da soluzioni più semplici e internazionali, con una particolare attenzione alla qualità casalinga.
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