
Una storia vecchia di un milione ottocentomila anni. Molluschi, crostacei e invertebrati d’ogni genere. Ma anche, soprattutto, squali e balene. Quanti di voi sanno che l’antica Tuscia, nella parte dell’Orvietano, fu un mare? Andiamo allora a scoprire questo paleontologico santuario dei cetacei.

Il mare della Preistoria ad Allerona
Allerona, provincia di Terni. Ma come tutti dicono da queste parti, Tuscia. A questo bel castello medievale, che celebrando Sant’Isidoro espone in pubblico i pugnaloni (carretti che rappresentano scene di ruralità ), si accede da una robusta porta antica. Salendo alla piazza si accede alla chiesa plebana di Santa Maria Assunta, che alle origini del XII secolo assomma eleganti decorazioni affrescate alla fine dell’Ottocento. Appena fuori dal borgo, salendo verso la porta, troviamo il Museo dei Cicli Geologici. Si tratta di un centro di studio e documentazione del territorio che apre una finestra inedita sul Pliocene. Un grande salone in cui riemergono i resti di esseri viventi nel mare pliocenico che circondava il cocuzzolo di questo colle: molluschi, squali e perfino balene che con i loro reperti fossili fanno della geologia un racconto vivo. Un museo da visitare, un museo che viene vissuto quotidianamente: in fondo allo stanzone troverete quasi sicuramente restauratori specializzati all’opera con scheletri d’ogni genere. Da non perdere, prima d’uscire, una puntata al balcone che guarda alla Selva di Meana, verdissima area protetta che qui segna il confine tra Umbria e Lazio.

Ancora un po’ di storia
Guardiamo a sud-est, scendiamo la valle del Paglia che va a buttarsi nel Tevere: ecco Orvieto. Sapevate che si pronuncia con la e aperta? Già , perché il toponimo deriva dal latino Urbs Vetus – città vecchia – con cui fu chiamata nel Medioevo, quando si cominciò a ripopolare l’acrocoro tufaceo che era stato abitato fin dall’VIII secolo avanti Cristo. Il centro etrusco, sconfitto dai Romani dopo un lungo assedio, era stato distrutto e abbandonato; gli abitanti, deportati sulle rive di un vicino lago dove dettero vita all’insediamento di Bolsena. Che si pronuncia con la e chiusa, dato che deriva da Volsinii!

Una passeggiata a Orvieto
L’aspetto di Orvieto è caratterizzato dalla grande floridezza che visse nel Medioevo. Molti degli edifici risalgono al XII e al XIII secolo; e fra strade ben larghe per l’urbanistica dell’epoca si sale alla piazza principale, dove svetta il grande duomo. Qui si trovano anche due palazzi antichissimi che fungono da centro culturale cittadino. Il Palazzo Vescovile, antecedente l’anno Mille, ospita il Museo Archeologico Nazionale; il Palazzo Soliano, voluto da Bonifacio VIII, il Museo dell’Opera del Duomo (in fase di ristrutturazione) nonché il Museo Emilio Greco, una collezione d’arte moderna intitolata al grande scultore e illustratore a cui si devono le porte bronzee della Cattedrale di Santa Maria Assunta.

Eretta per volontà di papa Niccolò IV a partire dal 1290 e completata solo alla fine del Cinquecento, con la strabiliante facciata introduce a una delle più importanti costruzioni romanico-gotiche d’Italia. All’interno si trovano opere di inestimabile valore, a partire dalla grande cappella che nel tabernacolo custodisce il Sacro Corporale macchiato del sangue del miracolo eucaristico di Bolsena: fu interamente affrescata alla metà del Trecento da Ugolino di Prete Ilario. Ma l’apoteosi dello sbalordimento culmina nell’altro transetto, quello della Cappella di San Brizio. Un avvolgente racconto quattrocentesco per immagini, avviato dal Beato Angelico e da Benozzo Gozzoli per poi essere portato a compimento da Luca Signorelli.

Orvieto dei sapori
Gli occhi colmi di bellezza, si esce affamati. Quattro passi, ecco Corso Cavour, e poi quel Vicolo del Popolo che conduce a una piazzetta deliziosa dove si aprono le porte della Trattoria da Carlo. Preparatevi dal giorno prima, tenetevi ben leggeri, perché Carlo Cerrini non lesina sulle porzioni. E tiene a quel che fa, con una cucina di sostanza e di qualità che nel tempo ha attirato celebrità da tutto il mondo… nonostante, come tiene a precisare il cuoco, questa rimanga una trattoria che effettivamente assicura anche prezzi da trattoria. Forse anche questo aspetto diverte Gianfranco Vissani, che non di rado viene a trovare l’amico Carlo. E magari a bere un bicchiere di argilla — pardon, di Argillae. Che nome strano per un vino: di che si tratterà mai? Torniamo dalle parti di Allerona e vediamo di capirlo.

Argillae, il suolo nel vino
«Il nostro terroir è la nostra anima, la nostra fonte primaria di ispirazione. Racchiude tutte le nostre potenzialità e segna tutti i nostri limiti». Parola di Giulia Di Cosimo, vulcanica (e da queste parti si può ben dire!) padrona di casa dell’azienda che prende il nome dal suolo su cui coltiva i suoi vigneti: Argillae. La composizione di questi terreni li rende più freschi, un vantaggio per una regione calda come l’Umbria. Anche qui, ai piedi delle vigne, si trovano tantissimi fossili pliocenici: non ci stupisce, avendo visitato il Museo dei Cicli Geologici. E parrà curioso, ma anche le tracce dei molluschi che un tempo abitavano questi luoghi oggi contribuiscono a formare il carattere dei vini.

Nei 38 ettari di vigneti crescono varietà autoctone come Grechetto, Procanico, Verdello, Drupeggio e Montepulciano, ma non mancano uve internazionali. Attenta all’ambiente e alla sostenibilità (pratiche agricole corrette, energia rinnovabile, packaging di riciclo e perfino un impianto di fitodepurazione), l’azienda produce una linea di prodotti di qualità che ha l’apice in un vino recentemente premiato con i tre bicchieri del Gambero Rosso. Il Primo d’Anfora è il frutto di un progetto con cui Giulia ha voluto coniugare tradizione e ricerca. Ottenuto da Grechetto, Drupeggio e Malvasia, il vino si affina per otto mesi in anfore di terracotta realizzate anche con le argille della tenuta. Il risultato è un bel bianco che in bottiglia non teme la sfida del tempo e che nel calice mostra un giallo intenso insolito per il passaggio in anfora. Un vino intrigante, ricco e morbido, che però non cede la sua sapidità .
Sapidità che troviamo anche nelle altre proposte. Due Orvieto DOC, un Grechetto in purezza, due rossi, un gradevole rosato, perfino uno spumante brut. Che ha un nome particolare: Centopercento. Chiediamo a Giulia la ragione di questa scelta. «È stata una scommessa, un altro progetto ambizioso. Creare uno spumante con le uve di un vigneto promiscuo, vecchio di quasi cinquant’anni. Uno spumante al 100% umbro, al 100% orvietano, al 100% autoctono. Al 100% fatto da Argillae!». Insomma, da degustare ce n’è nella calda ed elegante sala a ciò dedicata, caratterizzata da un disegno architettonico d’impronta curiosamente scandinava. Un’esperienza da fare? La risposta non può che essere: sì, al 100%.

Ti potrebbe interessare anche:













