No, non è più solo un operoso crocevia industriale del Triveneto. Pordenone si sta riposizionando nel firmamento culturale europeo come un laboratorio a cielo aperto di innovazione e visione. La designazione a Capitale Italiana della Cultura 2027 non è un traguardo: al contrario suggella una fase di cambiamento in cui l’arte diventa protagonista a 360 gradi. Una rinascita. E proprio in questo contesto di progettualità s’inserisce una mostra che ben più di una mostra. Miles Davis 100 – Listen to this! non è solo un tributo al genio musicale che ha rivoluzionato il jazz nel centenario della sua nascita (era nato proprio di questi giorni, il 26 maggio 1926). È un evento che impiega le sonorità create da Miles per immergere il visitatore in un’esperienza tanto audace quanto coinvolgente. E che definisce i contorni della nuova identità di una città capace di farsi interprete del futuro.

Miles Davis 100, molto più di una mostra
Si può dire che sia l’unica vera star – in senso commerciale – del mondo del jazz. Miles Davis non è importante solo nel genere musicale che ha contribuito a modificare bensì nella grammatica stessa della creatività del Novecento. Anche per questo gli organizzatori hanno pensato che l’esperienza di questa mostra dovesse andare ben oltre il classico percorso cronologico statico. Siamo così di fronte a un viaggio all’interno delle metamorfosi continue di un uomo che è stato, citando la visione curatoriale, un “amplificatore di potenziale” piuttosto che un semplice innovatore. Il cuore tecnologico e concettuale dell’evento è lo spazio “Listen to This!”, una sezione in cui i visitatori hanno a disposizione un database interattivo d’avanguardia che permetterà loro di scegliere cosa ascoltare – rigorosamente in alta fedeltà – fra più di 2.000 registrazioni ufficiali. Una piattaforma che si configura come la più estesa mai messa a disposizione del pubblico per l’esplorazione dell’universo sonoro di Miles.

Detto ciò, l’allestimento si snoda attraverso otto aree tematiche che permettono di approfondire la dimensione artistica, umana e iconografica di Miles. Tra i pezzi forti in esposizione spicca la sua tromba originale, esposta in uno spazio dedicato al periodo rivoluzionario di Bitches Brew, del 1970, uno degli album più importanti della sua discografia. Altra sala importantissima è “The Icon”, che indaga come il suo volto e il suo nome siano diventati un marchio globale. Il materiale esposto comprende più di 300 supporti fonografici, scatti originali di Anthony Barboza (uno dei più importanti fotografi del jazz), riviste d’epoca e rari documenti d’archivio, molti dei quali presentati al pubblico per la prima volta.

Villa Cattaneo, Polo del Futuro Musicale
Realizzata con l’assistenza di istituzioni prestigiose come l’American Jazz Museum di Kansas City e la House of Miles di East St. Louis, e con il sostegno della famiglia Davis, l’esposizione è curata dallo storico della musica Enrico Merlin in collaborazione con il Comune e il Festival Jazzinsieme. L’intento è quello di segnare l’inizio di un dialogo stabile fra Pordenone e alcuni circuiti museali statunitensi. Proprio per fare questo come location è stata scelta la settecentesca Villa Cattaneo. In occasione della mostra, infatti, questa splendida residenza veneta si svelerà come sede del prossimo PFM, Polo del Futuro Musicale. È questo uno dei progetti-pilastro di Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027. Un centro di eccellenza per la musica contemporanea, con un focus particolare sui giovani e sulla sperimentazione in tutti gli ambiti: dalla composizione alla produzione, dalla sonorizzazione cinematografica alla conservazione del patrimonio audio-visivo.
E così la mostra stessa diventa una sorta di considerevole warm-up per tutta la programmazione che l’anno venturo farà di Pordenone la Capitale italiana della Cultura. Anzi, dato che siamo in ambito musicale, perché non usare la parola preludio? Già, il preludio. Quel brano che nel Seicento introduceva la suite, nel Settecento la fuga e nell’Ottocento l’opera lirica. Fu il pianismo romantico a “liberarlo”, a renderlo autonomo da altri brani. E perfino Miles lo usò in un concerto giapponese del 1975 che diventò uno dei live più apprezzati dai suoi fan (Agharta, invece stroncato dalla critica). Lui suonò una tromba elaborata con effetto wah-wah. Miles sperimentava. Noi possiamo sperimentare lui.














