Siamo alla vigilia delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, ma già da tempo la Regione Veneto sta giocando un ruolo da protagonista. Lo fa mettendo in vetrina il suo patrimonio culturale più prezioso: sedici siti UNESCO e tre riserve della biosfera MAB, parte integrante di un’offerta turistica che guarda al futuro e che affonda le radici in una tradizione millenaria. Perché la ricchezza del Veneto va oltre l’indiscutibile gioiello di Venezia e dei suoi canali e si basa su un itinerario diffuso che spazia dal mare alle Dolomiti, passando per le colline del Prosecco a città d’arte e cultura come Verona, Padova, Treviso. E naturalmente Vicenza, cuore dell’eredità palladiana: è proprio grazie all’eccezionale valore storico e architettonico delle 23 opere di Andrea Palladio (1508-1580, considerato il massimo architetto del Rinascimento) presenti in città e delle 24 ville distribuite fra sei province del territorio veneto che il sito “La città di Vicenza e le ville del Palladio nel Veneto” è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Le sue opere, del resto, hanno lasciato un’impronta indelebile sia nel centro storico vicentino che nel paesaggio Veneto. Ma non solo, perché la sua architettura ha influenzato architetti del nord Europa, dei paesi anglosassoni e, soprattutto, degli Stati Uniti dove, per esempio, il Palladianesimo è più che evidente già dalla Casa Bianca.

La magia del Palladio
Perfezione, esattezza, proporzioni. Andrea di Pietro della Gondola, detto Palladio, segue i principi dell’opera del massimo architetto della romanità, Vitruvio. E va oltre coniugando l’estetica classica dell’antica Roma con il gusto dell’epoca rinascimentale. Ne scaturisce un modello di equilibrio ed eleganza architettonica senza uguali.
Fra le testimonianze più sorprendenti spicca certamente il Teatro Olimpico di Vicenza, ultima sua opera di cui non vedrà mai la fine dal momento che verrà completata un lustro più tardi dal collega e “rivale” Vincenzo Scamozzi. Si tratta del più antico teatro coperto al mondo e venne commissionato proprio nel 1580 dall’Accademia Olimpica (l’associazione culturale del Teatro che tra i membri vedeva lo stesso Palladio) sfruttando e riprogettando gli spazi di un preesistente edificio del XIII secolo. Gli furono sufficienti appena tre settimane per elaborare e completare il progetto che ruota attorno a un magnifico gioco di prospettive: cavea semicircolare, colonnati e grandioso “frontescena” su doppio ordine corinzio, arricchito da statue raffiguranti i membri dell’Accademia. La scenografia in legno, gesso e cartapesta, realizzata dallo Scamozzi offre prospettive illusionistiche che rappresentano le sette vie di Tebe. Il viale centrale, che appare profondissimo, in realtà misura appena 15 metri. Fu completato nel 1585, poco dopo la morte dell’architetto, e l’inaugurazione avvenne il 3 marzo di quello stesso anno con l’“Edipo Re” di Sofocle, messo in scena da Vincenzo Scamozzi. Oggi il teatro ospita spettacoli classici e musicali e all’interno è allestito anche un ricco museo dedicato alla tradizione teatrale.

Vicenza, un salotto elegante e ricco di storia
Appena all’esterno del Teatro Olimpico ci si ritrova nell’elegante piazza Matteotti che ha come quinta il maestoso Palazzo Chiericati, storica sede dei Musei Civici di Vicenza dal 1855, ospitata nell’icona palladiana progettata da Andrea Palladio a metà del Cinquecento. Il palazzo conserva oggi un vasto patrimonio di dipinti, sculture, grafica, numismatica, tessuti e arti applicate dal XIII al XIX secolo, grazie a lasciti, donazioni e collezionismo civico con opere di artisti del calibro – per citarne alcuni – di Tiepolo, Memling, Tintoretto, Veronese e Van Dyck.

L’ultimo restyling concluso nel 2024 ha portato all’apertura della nuova Ala Roi, dedicata alla storia artistica tra Seicento e Ottocento, che arricchisce il percorso espositivo permanente e offre al pubblico nuove prospettive sulla produzione artistica vicentina.
Da Palazzo Chiericati, procedendo lungo il corso Andrea Palladio, ci si inoltra fra le vie del centro storico. Poche centinaia di metri e si raggiunge la Chiesa della Santa Corona, tappa imprescindibile del patrimonio storico e artistico cittadino. Venne fondata nel 1261 dai domenicani per custodire la Sacra Spina, donata dal

re Luigi IX di Francia, e conserva un interno gotico ricco di capolavori rinascimentali. Tra le opere più importanti spiccano il “Battesimo di Cristo” di Giovanni Bellini sull’altare Garzadori e l’“Adorazione dei Magi” di Paolo Veronese, affiancate da altre tele di Lorenzo Veneziano, Bartolomeo Montagna e Giambattista Pittoni e dal pregevole coro ligneo di Pier Antonio dell’Abate. Nella cripta, tra le varie opere, si trova anche la Cappella Valmarana, uno dei rari esempi di architettura religiosa palladiana extra-veneziana, progettata nel XVI secolo.
Nel territorio vicentino il genio dell’architetto è straordinariamente vivo anche durante la visita della maestosa Basilica Palladiana in Piazza dei Signori, scrigno di storia e simbolo identitario di una città che ha fatto dell’architettura il suo nome. Un edificio sito UNESCO che non è solo pietra e marmo, ma memoria collettiva: qui si decidevano le sorti della città, si amministrava la giustizia, si incontrava il potere mentre tutt’intorno, al pian terreno, pullulava di botteghe artigiane e commercianti. Quando nel tardo Quattrocento la struttura lignea del grande salone — con il suo soffitto a carena di nave rovesciata — fu cinta da logge fragili e mal concepite, la città si trovò davanti a un bivio: restare nel gotico o osare un linguaggio nuovo. Fu allora che, nel 1546, la città affidò ad Andrea Palladio il compito di reinterpretare quel cuore civico: non un semplice restauro, ma una trasformazione radicale. Con mano sicura, Palladio avvolse il palazzo medievale in un doppio ordine di logge scandite dalle celebri serliane, archi a luce costante che danzano tra colonne doriche e ioniche, raccordando forme preesistenti e prospettive irregolari con un’armonia che diventerà paradigma del Rinascimento italiano. Il risultato non fu solo estetico: la Basilica divenne un manifesto di potere civile, luogo di incontro tra comunità e istituzioni, una “basilica” nel senso romano del termine, dove opera pubblica e vita cittadina si confondono.
Nel 2012 si è concluso un ambizioso restauro durato quasi sei anni che ha restituito alla cittadinanza non solo un monumento, ma un simbolo vivente di memoria e futuro.

Lo stampatore errante
Nel centro storico di Vicenza, dentro un palazzo cinquecentesco che profuma di carta e inchiostro, da ottant’anni c’è una bottega dove il tempo sembra essersi fermato. È la Stamperia d’Arte Busato, laboratorio storico fondato nel 1946 da Ottorino Busato e oggi guidato dal nipote Giancarlo, stampatore d’arte e custode di un sapere che non si impara sui banchi di scuola. Qui la stampa è ancora un gesto lento, artigianale, fatto di torchi, matrici e mani esperte. Calcografia e litografia vengono praticate secondo tecniche rimaste immutate, in un dialogo continuo fra tradizione e contemporaneità. Nel corso dei decenni, tra queste mura sono passati alcuni dei grandi nomi del Novecento – da Guttuso a Guidi, da Murer ad Arman fino a Treccani – insieme a generazioni di illustratori e artisti di oggi. A renderla unica non è solo la qualità del segno, ma l’alchimia che si crea ogni volta tra stampatore e artista: un’intesa silenziosa che dà forma all’opera.
Giancarlo Busato ama definirsi uno stampatore errante. Pur profondamente legato alla sua Vicenza, viaggia per portare la stampa d’arte nel mondo, collaborando con università, accademie e istituti di cultura, dall’Europa alle Americhe. A questa dimensione internazionale affianca un impegno costante nella didattica e nella divulgazione: la stamperia apre le porte a laboratori, scuole, mostre di giovani artisti, accogliendo ogni anno oltre mille studenti. Dal 2007 riconosciuta Bottega Storica della Città di Vicenza, la Stamperia Busato è molto più di un laboratorio: è un luogo da visitare, da ascoltare, da respirare. Perché certe emozioni – come quella di sollevare dal torchio un foglio appena stampato – non si spiegano: si vivono.
La Rotonda, un romanzo architettonico e manifesto di valori umanisti
All’ombra dei Colli Berici, appena fuori Vicenza, sorge Villa Almerico Capra, universalmente nota come La Rotonda: un bene riconosciuto Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1994 insieme alla città di Vicenza e alle altre ville palladiane, che più di 450 anni dopo la sua costruzione continua a sedurre viaggiatori e amanti dell’architettura di tutto il mondo. Progettata dal Palladio su commissione del canonico vicentino Paolo Almerico, la Rotonda non è una villa qualunque, ma un manifesto in pietra dei valori umanisti del XVI secolo — armonia, proporzione, rapporto con la natura.

È il momento di incontro tra il genio palladiano e le ambizioni di Almerico che volle un progetto adatto a ospitare una sola persona, un monsignore pronto a ritirarsi a vita privata. Un edificio di impressionante bellezza e perfezione che si erge solitario sul culmine di un lieve poggio, con quattro facciate identiche rivolte verso i punti cardinali. Ogni lato è segnato da un pronao con colonne ioniche monumentali che conducono a una scenografia di volumi e luce: il portico si apre sul paesaggio circostante, invitando lo sguardo ad allungarsi oltre il giardino verso la pianura veneta. La pianta centrale, perfettamente equilibrata, ha un cuore circolare sormontato da una cupola che ricorda, con medesime proporzioni, quella del Pantheon di Roma. Un’eco della classicità che Palladio rilegge in chiave rinascimentale.
All’interno, gli spazi sono altrettanto sorprendenti: saloni affrescati, sale percorse da giochi di luce e ombra, dove ogni dettaglio sembra raccontare qualcosa del suo tempo e delle aspirazioni del suo committente. La storia della Rotonda è un romanzo architettonico: iniziata tra il 1566 e il 1568, fu lasciata in parte al grezzo alla morte di Almerico e completata dai fratelli Capra che, sotto la direzione dell’architetto Scamozzi, arricchirono interni e decorazioni. Oggi la villa appartiene alla famiglia Valmarana che l’ha aperta al pubblico, permettendo a visitatori curiosi di esplorarne giardini, logge e sale.
2026, 600° anniversario dell’apparizione sul Monte Berico
Per capire davvero Vicenza bisogna guardarla dall’alto. Salire verso Monte Berico è un rito lento, quasi necessario, che culmina al Santuario della Madonna di Monte Berico, balcone naturale affacciato sulla città. Da qui lo sguardo spazia tra tetti, campanili e colline, restituendo un colpo d’occhio che da solo vale il viaggio. Il santuario è raggiungibile anche dal Piazzale della Vittoria, monumento di interesse nazionale che ricorda una particolarità unica: Vicenza è l’unica città italiana la cui bandiera è decorata con due medaglie d’oro al valor militare.
Ma Monte Berico non è solo panorama. All’interno del complesso si conserva la celebre “Cena di San Gregorio Magno”, opera coeva al Palladio che qui dialoga con l’architettura e la devozione, offrendo una pausa di silenzio e bellezza a chi attraversa questi spazi. Siamo tra l’altro alla vigilia di una data storica per il Santuario: il prossimo 7 marzo ricorre il 600° anniversario della prima apparizione della Beata Vergine Maria, evento celebrato con il Giubileo Mariano e della Rinascita. Un appuntamento che unisce spiritualità e memoria, invitando pellegrini e viaggiatori a fermarsi, contemplare e rileggere il passato come occasione di rinnovamento. Perché a Vicenza, spesso, il viaggio è anche interiore.

Il Castello del Catajo
L’itinerario prosegue in direzione Padova, più precisamente nell’area dei Colli Euganei e di Battaglia Terme, a un’oretta di comoda strada da Vicenza. Tra le morbide colline euganee si nasconde uno di quegli scrigni di pietra capaci di fermare il tempo: il Castello del Catajo, la dimora privata più grande d’Italia (con oltre 350 stanze e giardini di 40 ettari) da poco di proprietà di Sergio Cervellin, rivoluzionario imprenditore padovano noto, fra le altre cose, per aver lanciato sul mercato accessori per le pulizie domestiche come il mocio Vileda e la scopa Swiffer.
Il castello, edificio ibrido fra villa e fortezza, narra oltre quattro secoli di storia, fasti e leggende e venne costruito nel XVI secolo per volere di Pio Enea I degli Obizzi, uomo d’armi, marchese e condottiero per la Repubblica di Venezia, per celebrare il prestigio della sua casata. Il nome è già enigmatico: suggestivo richiamo al Catai, la Cina di Marco Polo con i palazzi imperiali da cui trarre ispirazione; o più realisticamente il riferimento al luogo dove sorgeva la Ca del Tajo, la tenuta del taglio, così chiamata per lo scavo del Canale di Battaglia che tagliò gli appezzamenti agricoli della zona.
La residenza è davvero maestosa: cortili, giardini, scalinate costruite per poter essere percorse anche a cavallo e saloni affrescati che narrano mito, storia e memoria familiare. Il piano nobile custodisce uno dei cicli pittorici rinascimentali più completi del Veneto, realizzato da Giambattista Zelotti, che racconta per immagini imprese, battaglie e leggende della casata Obizzi con una vivacità cromatica sorprendente.
Da qualche tempo il Catajo è tornato a vivere ed è fra le dimore più attrattive del Veneto, anche grazie a eventi e iniziative che permettono di conoscere la storia e le leggende di un luogo davvero unico per eleganza, fascino e mistero. Si narra, infatti, che tra le stanze della dimora si aggiri ancora il fantasma di Lucrezia Obizzi, consorte del marchese Pio Enea II Obizzi, assassinata da un suo pretendente nel 1654.

Abano Terme, un’oasi di benessere
Un itinerario che fa tappa nei Colli Euganei non può prescindere da un soggiorno in uno degli stabilimenti termali. Qui, nel cuore di Abano Terme, l’eredità romana delle acque calde si traduce in un’esperienza raffinata, fatta di tempi lenti, gesti antichi e comfort assoluto. L’Abano Grand Hotel è una raffinata struttura immersa nel verde dei Colli Euganei, dove la tradizione termale millenaria incontra un’idea contemporanea di accoglienza e benessere.
Cuore pulsante della struttura è la Romanae Thermal Spa, un vero palazzo del benessere ispirato alle terme imperiali: piscine termali interne ed esterne, percorsi d’acqua, vapori e spazi dedicati alla cura del corpo costruiscono un rituale quotidiano che rigenera senza fretta.

Il fango termale, maturato secondo metodi tradizionali, diventa protagonista di trattamenti personalizzati, mentre le acque ricche di minerali accompagnano programmi di riequilibrio e relax profondo.
Attorno, un ampio parco tropicale avvolge l’hotel, isolandolo dal ritmo urbano e trasformando il soggiorno in una parentesi sospesa. Le suite luminose, il servizio discreto e la cucina attenta al benessere completano un’esperienza pensata per chi cerca non solo una vacanza, ma una vera pausa rigenerante. Abano Terme conferma la sua vocazione più autentica: prendersi cura del tempo, prima ancora che del corpo.

Dal Garda a Verona, pietra, acqua e teatro
Il viaggio nel Veneto dei siti UNESCO è un continuo cambio di scena, dove l’arte dialoga con l’acqua e la storia si riflette nei paesaggi. Lungo le sponde meridionali del Lago di Garda, la prima sorpresa è Peschiera del Garda, città-fortezza rinascimentale e sito UNESCO. I suoi bastioni cinquecenteschi emergono dall’acqua come un disegno geometrico perfetto, intrecciandosi con canali e mura possenti. Un articolato sistema difensivo perfettamente concepito e, oggi, un luogo da attraversare senza fretta, magari in bicicletta, seguendo il corso del Mincio, dove la quiete del paesaggio accompagna il viaggiatore verso una dimensione più lenta e sostenibile.
Pochi chilometri più a est, cambia il ritmo ma non l’intensità: Verona, anch’essa Patrimonio UNESCO, accoglie con la forza evocativa delle sue pietre. Qui la storia è teatro quotidiano. L’Arena è molto più di un monumento: è un palcoscenico vivo che, in queste settimane, si prepara ad accogliere eventi simbolo delle Olimpiadi invernali ospitando la Cerimonia di Chiusura dei Giochi Olimpici (22 febbraio 2026) e la Cerimonia di Apertura delle Paralimpiadi Invernali (6 marzo 2026) di Milano-Cortina 2026.














