

Una carezza per l’anima. Varcare l’alto cancello dell’immensa tenuta immette in un fazzoletto di mondo a sé, un luogo sospeso da tutto ciò che lo circonda. Una realtà agricola completamente avulsa dai tempi, dal frastuono, dalla confusione della società. Tenuta immensa, s’è detto, e non c’è altro aggettivo che si può scegliere per 1.500 ettari che occupano esattamente un terzo del Comune di Castellina Marittima. Riassumiamo il racconto in tre parole. Lupicaia, il vino più famoso. Terraforte, il ristorante con la firma di Cristiano Tomei. La Marrana, la villa destinata a un’ospitalità elegante e mai eccessiva. Andiamo a scoprire il Castello del Terriccio.

Il Terriccio, il territorio e la sua cura
Vittorio Piozzo di Rosignano, proprietario della tenuta, sorride sempre mentre racconta. Racconta i luoghi dov’è cresciuto e dove passa più tempo possibile. Guida un fuoristrada su e giù per gli stradelli che solcano i colli. Taglia nei campi, si arrampica su un poggetto e ridiscende verso un torrentello, sempre con quella miscela di determinazione e compostezza che lascia trasparire antica nobiltà. Lo stesso tour della tenuta lo conferma: saluta ogni operaio per nome, ricevendo un sorriso e un «buongiorno, Vittorio». Vibra in ciò che spiega, tra questa vigna piantata dallo zio e quella che proprio ora prende forma. Ogni sguardo è osservazione, verifica, pensiero. Talvolta una nuova idea. Cura, sopra tutto.

L’eleganza nella ruralità: il borgo e l’ospitalità
Si torna al parcheggio – qui perfino il parcheggio è un angolo di pace – dove il giro offroad è partito; e parte la scoperta del borgo. Prima tappa, la vecchia cantina dove ogni sabato mattina si perpetua una vecchia tradizione maremmana: il Terriccio apre alla gente, e i vecchi del paese vengono con le loro dame (in Toscana, le damigianine da cinque litri) a rifornirsi di sfuso. E che sfuso. Poi la chiesina di San Donato, dove ogni domenica viene il parroco a dir la Messa. Ecco la barriccaia, che al piano di sopra ha una grande sala dedicata ad eventi, e ancor più su una terrazza con una veduta mozzafiato su tutto ciò che si può godere fra la costa di Rosignano e la Corsica. La stessa che si gode dal patio e dalla piscina della Marrana, la villa che fa da motore dell’ospitalità dell’azienda. Fu la scuderia, è il gran perno dell’accoglienza per chi vuole (e può, va detto) ritagliarsi un angolo di paradiso per qualche giorno di vacanza. Una dimora di charme elegante e non lussuosa, pensata per un’utilizzo sensibile e mai dozzinale.

Terraforte, la cucina con la tenuta nel piatto
Visto anche il laboratorio di panificazione, dove si producono focacce e pani tra cui quello nero curiosissimo con una piccola parte di farina di corteccia di pino, tocca ora alla falegnameria. Pardon: a Terraforte, il ristorante. Il menù è curato da una punta di diamante dell’interpretazione creativa toscana, l’executive chef Cristiano Tomei. Propone un menù degustazione dal costo abbordabile e di assoluta qualità, con piatti creati su quanto produce l’azienda. Già, dimenticavamo: le due mandrie brade di vacche Limousine che popolano la tenuta hanno a disposizione più di 200 ettari per pascolare e letteralmente farsi i fatti loro. E che dire dell’olio extravergine di oliva, sintesi del lavoro annuale di 7.000 ulivi. E di verdure ed erbe spontanee, provenienti da qui d’intorno nonché da quell’orto un tempo coltivato dai monaci in età di pensione che sceglievano di farsi ospitare al Terriccio per gli anni che seguivano il cenobitismo.

Tassinaia, Lupicaia, Gian Annibale: il Terriccio nel calice
Di cose da raccontare ce ne sono mille, nemmeno si parlasse di un intero territorio: e in effetti questo è un intero territorio. Basti pensare che è tanto ampio da essere riserva di caccia. Ecco un bel fagiano! È fortunato, stiamo passando solo noi.
E allora si arriva al vino, l’espressione di sintesi più calda e solenne del Terriccio. Oltre al Con Vento, unico bianco della tenuta il cui nome allude sia alla brezza che sempre soffia dal mare sia alla presenza dei monaci a cui abbiamo accennato poc’anzi, la proposta si declina sui grandi rossi di cui si occupa l’enologo Carlo Ferrini. La bottiglia più nota è Lupicaia, che nasce nel 1993. Nel sorso potente e maturo di Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, nell’equilibrio dei tannini e nella spiccata sapidità, il vino invecchia insieme al suo richiamo di eucalipto, pianta che convive con le vigne diventando ben altro che un semplice frangivento. C’è poi Gian Annibale, che inverte le percentuali dei vitigni, vero top di gamma dell’azienda che omaggia l’uomo che dette il via alla produzione di qualità che oggi tutti noi conosciamo. Ecco dunque Castello del Terriccio (Syrah e Petit Verdot) e Tassinaia, classico assemblaggio bordolese di Cabernet Sauvignon e Merlot che affascina per una qualità tutt’altro che da entry level. Perché in effetti qui non ci sono vini di fasce diverse, ma ciascuno ha il suo carattere e le sue caratteristiche, qui più fresche e versatili, lì più severe e complesse.

La sostenibilità, realtà secolare
Tutto questo viene realizzato seguendo i principi del Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata della Regione Toscana. Impiegando, dove possibile, insetti predatori o parassitoidi per la lotta alle patologie delle piante. Due dei sistemi più moderni per essere leggeri e sostenibili da parte di un’azienda che da secoli chiude in sé il ciclo della produzione, dimostrandosi perfettamente autosufficiente. E se vi serve altro per farvi venire voglia di venire al Terriccio, sappiate che di parole da spendere ce ne sarebbero ancora centinaia.













