Gerace, il sogno normanno tra arte, artigiani e sapori

Tra cattedrali bizantine, piazze del potere e botteghe artigiane, la "Porta del Sole" apre una nuova stagione per la città delle cento chiese, tra memoria millenaria e rigenerazione

Gerace, Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta, foto Marco Giovenco
Gerace, Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta, foto Marco Giovenco
Gerace, Porta del Sole, foto Marco Giovenco
Gerace, Porta del Sole, foto Marco Giovenco

Sulla rupe che domina la Costa dei Gelsomini, dove la Locride si apre tra il Mar Ionio e le pendici dell’Aspromonte, Gerace appare come una scena sospesa nel tempo. Arroccata a poco meno di 500 metri di quota, qui pietra, luce e vento disegnano un profilo urbano che racconta duemila anni di storia: greci, bizantini, normanni, aragonesi. Non è un caso che gli abitanti la chiamino ancora “Città”, con quella maiuscola che rimanda al suo antico ruolo di centro di potere politico, militare e religioso. Camminare tra i suoi vicoli significa attraversare epoche diverse senza mai uscire da un unico racconto, quello di un borgo che da qualche tempo è tornato protagonista grazie al progetto di rigenerazione PNRR “Gerace Porta del Sole“.
Inserita tra I Borghi più belli d’Italia, Gerace è conosciuta come la “città delle cento chiese“.

Gerace, panorama della costa di Locri, foto Marco Giovenco
Gerace, panorama della costa di Locri visto dalla Porta del Sole, foto Marco Giovenco

Nel medioevo, infatti, il numero di edifici sacri non era soltanto segno di devozione, ma di potere. Potere ecclesiastico che finiva per intrecciarsi con quello temporale. Oggi quel patrimonio diffuso, fatto di cattedrali, conventi, botteghe artigiane e paesaggi che si aprono improvvisi tra un vicolo e l’altro, è il cuore di un itinerario che vale la pena percorrere con calma, lasciandosi guidare dalle storie di chi il borgo lo vive e lo custodisce ogni giorno.

Piazza del Tocco: il cuore del potere tra leggenda normanna e palazzi nobiliari

Gerace, Piazza del Tocco, foto Marco Giovenco
Gerace, Piazza del Tocco, foto Marco Giovenco

Ogni visita a Gerace non può che partire da qui, dalla piazza che per secoli ha rappresentato il centro amministrativo e politico della città. Piazza del Tocco, dal greco tokos (seggio, sede), era il luogo in cui chi governava incontrava il popolo, dove si discutevano gli affari pubblici e privati, la piazza della res publica. Nel corso dei secoli, con la nascita dei comuni italiani, piazza del Tocco ospiterà il palazzo di città e, ancora oggi, in uno dei suoi angoli si affaccia Palazzo Grimaldi Serra, edificio del Quattrocento che prende il nome dalla famiglia che nel Cinquecento divenne principe di Gerace: sì, proprio quei Grimaldi legati al Principato di Monaco, che nel 2022 hanno fatto tornare un loro discendente, il principe Alberto II, in visita nel borgo che porta il loro nome.

Gerace, la Scirubetta, foto Marco Giovenco
Gerace, la Scirubetta, foto Marco Giovenco

Il consiglio migliore per entrare nel mood geracese è approfittare dei tavolini dello storico Bar del Tocco, al centro della piazza, per gustare la Scirubetta. È il gelato d’un tempo, la granita della tradizione calabrese, nata dall’abitudine popolare di mescolare la neve fresca con sciroppi e succhi: gelso, mandorle, caffè, fichi, agrumi con, in testa, l’immancabile e straordinario bergamotto di cui la Calabria, con il 90% della produzione mondiale, è leader di questa eccellenza. Una ricchezza attorno alla quale sono nati importanti progetti di sviluppo turistico.
Profumi e sapori che accompagnano nel racconto di Gerace – a proposito, un plauso alla guida turistica Beatrice Marzano che ha accompagnato in questo tour – e di questa piazza collegata anche a una leggenda: nel XII secolo, quando Ruggero d’Altavilla e Roberto il Guiscardo dovevano decidere chi avrebbe preso il dominio di Gerace, la contesa sembrava destinata a risolversi con un duello. I due, però, invece di incrociare le armi, si strinsero la mano in segno di pace proprio in questo luogo: da quel tocco pacifico nascerebbe il nome della piazza. Un racconto popolare che affonda comunque in uno sfondo storico reale, quello dell’B che segnò l’inizio di una nuova stagione urbana e culturale per la città.
All’interno del palazzo comunale, oggi sede istituzionale e non spazio espositivo, si conserva un elemento di grande valore archeologico: l’ara votiva dell’antica Locri, un manufatto marmoreo attraverso cui, nel II secolo d.C., la città dichiarava eterna fedeltà a Roma. Locri, scomparsa come centro urbano e poi rinata come Gerace Marina nel Settecento e come sito archeologico riscoperto dall’archeologo trentino Paolo Orsi durante il Ventennio, resta una presenza costante nel racconto di Gerace: le due città, secondo la tradizione, furono prima madre e poi figlia l’una dell’altra, in un legame che attraversa i secoli.

Tra vicoli e palazzi nascosti: l’anima privata del borgo

Gerace, maschere apotropaiche, foto Marco Giovenco
Gerace, maschere apotropaiche, foto Marco Giovenco

Allontanandosi dalla piazza principale, l’assetto urbanistico di Gerace si rivela quasi integro, sopravvissuto meglio di molti altri centri calabresi ai numerosi terremoti che hanno segnato la storia della regione. Nei vicoli stretti, spesso nascosti, si aprono improvvisamente palazzi di grande valore storico, come Palazzo Caracciolo, che richiama nel nome le famiglie di conti che popolavano il Regno di Napoli e delle Due Sicilie, di cui la Calabria fece parte. Oggi l’edificio, privato, è diventato un bed & breakfast: chi lo visita, di fatto, ci soggiorna.

Gerace, i vicoli con i classici passaggi aerei, foto Marco Giovenco
Gerace, i vicoli con i classici passaggi aerei, foto Marco Giovenco

Camminando si notano spesso elementi di collegamento tra un palazzo e l’altro, piccoli passaggi e finestre che si affacciano su giardini contigui: segno di come le proprietà, nei secoli, venissero acquisite per particelle successive, ampliando gradualmente gli edifici con nuovi corpi di fabbrica collegati tra loro. Sulle facciate, non è raro incontrare le maschere apotropaiche, volti dall’espressione feroce che secondo la tradizione popolare avevano il compito di allontanare il malocchio e le cattive energie dalle abitazioni. Un’usanza che affonda le radici nelle maschere gorgoniche della cultura magnogreca e che oggi vive anche nell’oreficeria locale, custodita da maestri come Gerardo Sacco.

Piazza delle Tre Chiese: San Francesco, il Sacro Cuore e San Giovannello

Gerace, Piazza delle tre chiese, foto Marco Giovenco
Gerace, Piazza delle tre chiese, foto Marco Giovenco

Salendo verso la parte più alta del borgo si raggiunge Piazza delle Tre Chiese, così chiamata perché tre edifici sacri vi si affacciano contemporaneamente. La più imponente è la Chiesa di San Francesco, costruita intorno al 1251 per volontà di San Daniele, seguace di San Francesco d’Assisi. L’edificio conventuale conserva ancora oggi le tracce del terremoto del 1783, che ne danneggiò gravemente la copertura: come in molti altri monumenti calabresi colpiti dai sismi, il tetto originale è andato perduto e sostituito da capriate in legno.

Gerace, portale della chiesa di San Francesco, foto Marco Giovenco
Gerace, portale della chiesa di San Francesco, foto Marco Giovenco

Sulla facciata restano visibili le buche pontaie, i fori utilizzati per i ponteggi di costruzione, spesso lasciati volutamente a vista come tratto identitario dell’edificio. Il portale, con il suo triplice archivolto e l’arco a sesto acuto, appartiene a un gotico che gli storici dell’arte definiscono “temperato” o “meridionale”: più morbido rispetto al gotico francese, condizionato dalla lavorazione dei conci di pietra locale.
Dopo il terremoto del 1783 la chiesa fu abbandonata dai monaci francescani per motivi di sicurezza; pochi anni più tardi, con l’occupazione francese in Calabria, l’edificio fu trasformato in prigione, utilizzando le antiche celle monastiche come celle carcerarie. Rimase carcere distrettuale fino al 1947. Oggi non è più un luogo di culto ma un monumento nazionale, aperto alla visita attraverso un biglietto d’ingresso.

Gerace, Chiesa di San Francesco, foto Marco Giovenco
Gerace, Chiesa di San Francesco, foto Marco Giovenco

L’altare intarsiato di San Francesco, un unicum nel suo genere

All’interno della Chiesa di San Francesco si custodisce l’elemento che ha reso il monumento nazionale: un altare con arco trionfale interamente realizzato in marmi policromi lavorati a intarsio, risalente al 1660 e voluto da frate Bonaventura Perna, priore del convento. Realizzato in appena quattro anni, la tecnica prevedeva di scavare la base marmorea per pochi millimetri e inserire, con l’aiuto della resina di pino nero calabrese e della cera d’api come collanti naturali, tasselli di marmi di colore diverso.
Ciò che rende davvero unico questo altare, però, non è la tecnica in sé, diffusa in molte chiese barocche del sud Italia, ma i dettagli che lo legano indissolubilmente a Gerace. In una piccola cornice, tra le volute della porticina laterale, è raffigurata la città vista dal basso proprio nell’anno di realizzazione dell’opera: un’immagine rarissima, che mostra ancora la cinta muraria della cittadella e le torri di avvistamento scomparse con il terremoto del 1783.

Gerace, stemma comunale con lo sparviero, foto Marco Giovenco
Gerace, stemma comunale con lo sparviero, foto Marco Giovenco

Negli angoli della lastra decorativa compaiono pozzi, edicole sacre e fontane della città, mentre sui lati del ciborio si riconoscono un avamposto militare della Porta della Barbara e, non a caso, lo sparviero: il simbolo araldico di Gerace, presente ancora oggi sullo stemma civico. Secondo la tradizione, fu proprio uno sparviero a guidare di notte i profughi locresi dalla costa verso la collina, nel momento della fondazione della città: un rapace che nidificava sulla rupe fino agli anni Cinquanta del Novecento e che avrebbe dato il nome stesso a Gerace, dal greco hierax, sparviero.
A rendere ancora più straordinaria l’opera sono i micro-intarsi: uccellini, farfalle, grilli e persino una piccola mosca, realizzati con una precisione millimetrica che testimonia la maestria delle botteghe siciliane e napoletane attive nel Regno in quel periodo. Non è un caso che gli animali, soprattutto i volatili, siano così presenti: l’altare è dedicato a San Francesco, che nella tradizione francescana amava dialogare proprio con le creature del creato. Alle spalle dell’altare, un sarcofago in marmo bianco del XIV secolo, di scuola toscana riconducibile a Tino da Camaino, ricorda Nicola Ruffo di Calabria, membro di una delle famiglie feudali più importanti della storia calabrese.

Le chiese del Sacro Cuore di Gesù e di San Giovannello

Gerace, Chiesa del Sacro Cuore, organo a canne del 1888, foto Marco Giovenco
Gerace, Chiesa del Sacro Cuore, organo a canne del 1888, foto Marco Giovenco

Di fronte a San Francesco si trova la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, ricostruita nella seconda metà dell’Ottocento dopo essere stata distrutta dal terremoto del 1783. Accanto, piccola nelle dimensioni ma tra le più preziose di tutta Gerace, sorge la Chiesa di San Giovanni Crisostomo, affettuosamente chiamata San Giovannello. Risalente al IX secolo, è dedicata a uno dei padri della Chiesa bizantina e testimonia l’arrivo, in quel periodo, dei monaci anacoreti in fuga dall’iconoclastia orientale. Rimasta chiusa per lungo tempo senza mai essere sconsacrata, dal 1994 è tornata al culto secondo il rito ortodosso, ritrovando così le proprie origini più antiche.

Nel cuore antico della Cattedrale: un viaggio tra Bisanzio e i Normanni

Gerace, Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta, foto Marco Giovenco
Gerace, Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta, foto Marco Giovenco

Se un solo monumento racchiude l’identità profonda di Gerace, questo è la Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta. Edificata nell’XI secolo in epoca normanna su una preesistente struttura bizantina, è una delle massime espressioni del romanico calabrese e domina il profilo dell’intero borgo. Gerace fu diocesi tra le più antiche della Calabria, nata in epoca bizantina con il nome di Agia Kyriaki, Santa Ciriaca. Dal 1954 il vescovo non risiede più qui ma nella vicina Locri: la tradizione popolare narra di un rocambolesco trasferimento della sede episcopale avvenuto di notte, con la popolazione che rincorreva i carri carichi di archivio e biblioteca. La cattedrale, però, resta il cuore spirituale della diocesi.

Gerace, il prof. Giuseppe Mantella, restauratore, foto Marco Giovenco
Gerace, il prof. Giuseppe Mantella, restauratore e Direttore della Cittadella vescovile, foto Marco Giovenco

A raccontare la storia più recente del monumento è Giuseppe Mantella, tra i massimi esperti e restauratori d’opere d’arte a livello internazionale e oggi direttore della Cittadella Vescovile di Gerace. Arrivato in visita dieci anni fa, trovò l’ex sacrestia trasformata in un deposito di frammenti d’altare settecenteschi: resti di una campagna di restauro degli anni Cinquanta che aveva rimosso le stratificazioni successive al periodo normanno, considerate superfetazioni. Da quell’incontro casuale nacque un progetto che non si è più fermato: una summer school internazionale che, in collaborazione con dodici università italiane, finora ha portato a Gerace poco più di 400 giovani professionisti — restauratori, archivisti, storici dell’arte, archeologi — per lavorare sul patrimonio della cittadella, in cambio di vitto e alloggio offerti dalla diocesi.
È proprio grazie a queste ricerche che, con l’ultimo grande restauro concluso nel 2015 e proseguito con i fondi PNRR, è emerso il livello più antico dell’edificio, oggi visitabile nella cosiddetta “cripta” – impropriamente chiamata così, perché non è un ambiente ipogeo ma uno spazio al livello della strada -. Lo scavo archeologico ha portato alla luce prima le tracce di una chiesa normanna dell’XI secolo, poi, più in profondità, i resti di un primo edificio sacro bizantino dell’VIII secolo, con abside orientata e le due nicchie liturgiche — protesis e diaconicon — tipiche delle chiese bizantine di quel periodo. È la testimonianza di quando, dopo l’abbandono dell’antica Locri sotto la pressione delle incursioni saracene, la popolazione si trasferì sulla rupe di Gerace portando con sé il culto greco, che qui sopravvisse fino al 1482, quando la cattedrale passò al rito latino.

Gerace, Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta, la cd. Cripta, foto Marco Giovenco
Gerace, Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta, la cd. Cripta, foto Marco Giovenco

I Normanni, arrivati intorno al 1060, scelsero una strategia politica precisa: non cancellare il passato bizantino ma inglobarlo, costruendo il nuovo transetto della cattedrale attorno alle strutture preesistenti pur di non inimicarsi la popolazione locale. Le due colonne di spoglio provenienti dall’antica Locri, oggi visibili nella parte inferiore dell’edificio, raccontano proprio questo processo di stratificazione continua. Tra i ritrovamenti più significativi degli ultimi anni figurano anche frammenti di pergamena del X secolo — porzioni dei Vangeli di Luca e Giovanni, oltre a un documento proveniente da Costantinopoli — riutilizzati nel Quattrocento come imbottitura per la rilegatura di volumi corali, e riconosciuti solo dopo un’analisi condotta dall’Università di Messina. Oggi il progetto di digitalizzazione della cattedrale, sviluppato in collaborazione con studenti universitari, permette di raccontare l’intera evoluzione dell’edificio attraverso dispositivi bluetooth installati nei principali punti di interesse del percorso museale.

Un laboratorio di restauro che è un gioiello

Gerace, laboratorio di restauro arte antica, foto Marco Giovenco
Gerace, laboratorio di restauro arte antica, foto Marco Giovenco

A Gerace ci si trova protagonisti di quello che non è esagerato definire un sogno straordinario divenuto realtà. Negli immensi spazi restaurati della Cittadella vescovile è stato allestito un laboratorio di restauro di ultima generazione, dove poter eseguire restauri di beni storici e archeologici di varia natura. È fra i più grandi e tecnologicamente avanzati del Meridione, sviluppato sul progetto illuminato del restauratore Giuseppe Mantella, convinto che il patrimonio artistico calabrese meriti gli stessi strumenti scientifici riservati alle grandi città d’arte.

Gerace, laboratorio di restauro arte antica, foto Marco Giovenco
Gerace, laboratorio di restauro arte antica, foto Marco Giovenco

Grazie a un investimento da 2 milioni di euro, la struttura è organizzata in cinque aree specializzate — dipinti, tessuti, scultura, carta e pergamene — ciascuna guidata da un responsabile con un team di operatori dedicati, per un totale – al momento – di circa venti persone impegnate. L’obiettivo dichiarato è duplice: fermare la dispersione di un patrimonio librario e artistico spesso vittima del degrado dovuto al passare del tempo, e creare sul territorio le professionalità che oggi mancano, evitando che gli appalti pubblici vadano sistematicamente ad aziende esterne. Il laboratorio è ovviamente aperto anche a commissioni da altre zone d’Italia e dall’estero. Un progetto nato quasi per caso, con il sostegno determinante della diocesi, ma che i suoi promotori descrivono già come un punto di svolta per l’intera regione.

Ceramica e tessitura: i saperi artigiani che rinascono a Gerace

Gerace, ceramiche artistiche di Condò, foto Marco Giovenco
Gerace, ceramiche artistiche di Condò, foto Marco Giovenco

Il legame tra Gerace e l’argilla nasce dalla stessa vicenda che portò alla fondazione della città. Quando gli antichi Locresi si spostarono dalla costa verso l’entroterra, trovarono nella zona ionica non solo un corso d’acqua favorevole all’insediamento, ma anche cave di argilla legate alla natura geologica del territorio, ricco di arenarie e biocalcareniti. Nacque così, già in epoca greca, una tradizione di lavorazione del fittile che a Gerace, dopo l’abbandono della costa nell’Ottocento, diede vita alla figura degli argagnari, i maestri vasai attestati dal XVII secolo. Nel corso del Seicento, due ceramisti locali appresero a Venezia le tecniche della maiolica e le portarono nel borgo, dando origine a manufatti che per lungo tempo sono stati confusi con la produzione veneziana, prima che studi recenti riuscissero a distinguere le diverse botteghe.

Gerace, ceramiche Condò
Gerace, Giovanni di ceramiche Condò all’opera

Quell’attività, tramandata di padre in figlio, ha rischiato di scomparire con la diffusione di plastica e vetro, più igienici e pratici per la conservazione degli alimenti. A tenerla viva, da oltre trent’anni, sono rimasti pochi artigiani come Giovanni, che insieme al fratello Antonio ha ripreso la lavorazione della ceramica invetriata — distinta dalla semplice terracotta proprio per la presenza dello smalto — puntando su una linea estetica ispirata alla mediterraneità: forme moderne e squadrate accostate a decori antichi, spesso ripresi dagli intarsi degli altari storici della città.

Gerace, arte tessile di Tina Macrì, foto Marco Giovenco
Gerace, arte tessile di Tina Macrì, foto Marco Giovenco

Accanto alla ceramica, un’altra tradizione è tornata a vivere grazie a Tina Macrì, che nel suo laboratorio tessile realizza tessuti bizantini e grecanici al telaio. La tessitura era un tempo affidata alle magistre, le maestre che tramandavano i segreti dell’arte esclusivamente alle proprie figlie, custodendo uno status sociale legato a un sapere considerato prezioso. Macrì ha recuperato questa tradizione partendo da un corredo nuziale ricevuto in dono dalla madre e da un telaio ottocentesco ritrovato in un fienile e ricostruito pari pari da un artigiano del luogo.

Gerace, arte tessile di Tina Macrì, foto Marco Giovenco
Gerace, arte tessile di Tina Macrì, foto Marco Giovenco

Nei disegni dei tessuti convivono richiami all’arte magnogreca e simboli bizantini, come la croce ravvicinabile agli affreschi di Ravenna e Palermo, mentre l’occhio di pernice — diffuso in molte culture mediterranee come simbolo della dea madre e della fertilità — testimonia quanto questi manufatti fossero, un tempo, doni carichi di significato.

Il castello e il balcone sullo Ionio

La visita del centro storico si conclude idealmente nella parte più alta del borgo, a 478 metri sul livello del mare, dove sorgono i resti del castello medievale. Nato come struttura militare e mai trasformato in residenza nobiliare, il castello cadde in disuso quando venne meno la sua funzione difensiva.

Gerace, il castello Normanno, foto Marco Giovenco
Gerace, il castello Normanno, foto Marco Giovenco

Da qui lo sguardo abbraccia un panorama che tiene insieme mare e montagna: da un lato la costa ionica e il promontorio di Capo Zefirio (oggi anche noto come Capo Bruzzano), primo punto di approdo dei coloni greci che fondarono Locri Epizefiri; dall’altro le dorsali dell’Aspromonte, con il vulcanico Monte Tripodi e le terme di Antonimina visibili a fondovalle.
Non lontano dal borgo, la Passeggiata di San Domenico e la cosiddetta Porta del Sole — nota anche come Porta delle Bombarde, oggi brand del progetto di rigenerazione della città — regalano altri scorci sulla vallata sottostante. È un territorio dove il mare e la montagna si toccano a distanza di pochi minuti: da Gerace è possibile raggiungere in giornata sia la costa ionica sia quella tirrenica, attraversando l’Aspromonte tra boschi, laghetti e altipiani, e dove passano anche la Ciclovia dei Parchi e il Cammino Basiliano, percorsi frequentati tutto l’anno da camminatori e cicloturisti.

A tavola con la Locride, il gusto della memoria

Gerace, Caciocavallo di Ciminà, foto Marco Giovenco
Gerace, Caciocavallo di Ciminà, foto Marco Giovenco

A Palazzo Candida, nel cuore di Gerace, la cucina diventa un ulteriore capitolo del racconto del territorio, con percorsi degustativi che uniscono i prodotti della Locride e dell’Aspromonte. Tra i protagonisti c’è il Caciocavallo di Ciminà, Presidio Slow Food dalla caratteristica forma “a due testine”, lavorato ancora oggi con il latte crudo e la tecnica della filatura in acqua bollente. Accanto, l’Oliva Grossa di Gerace, o Geracese, cultivar tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani, coltivata sulle colline che dalla costa salgono verso l’Aspromonte.
Un posto speciale spetta allo Stocco di Mammola: il merluzzo essiccato arrivato dal Nord Europa trova nella Locride, grazie alle acque delle sorgenti aspromontane usate per la reidratazione, una lavorazione che lo ha reso simbolo della cucina calabrese, celebrato anche in padella alla geracese, con pomodorini, olive e aromi mediterranei. Il Suino Nero d’Aspromonte, allevato semibrado tra ghiande e castagne, arricchisce salumi e primi piatti, come lo gnocchetto abbinato al Caciocavallo di Ciminà, mentre la Stroncatura del Pastificio Alessia racconta la tradizione contadina del recupero delle farine di macinazione.
Tra i dolci, le Nacatole richiamano il Natale calabrese con la loro forma intrecciata, mentre i Rafioli di Gerace, riconosciuti tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali, erano tradizionalmente preparati per i matrimoni, con la glassa bianca simbolo di purezza. A chiudere il percorso, il Greco di Bianco — vino passito DOC dal 1980, ottenuto da uve lasciate appassire al sole — e Kitza, il liquore al gelsomino ideato dall’imprenditrice Rosetta Bolognino in omaggio alla Costa dei Gelsomini e alla memoria delle gelsominaie, le donne che un tempo raccoglievano a mano i fiori all’alba.

Gerace Porta del Sole: il progetto che guarda al futuro

Dietro questa nuova stagione di valorizzazione c’è “Gerace Porta del Sole“, progetto PNRR che ha l’obiettivo di trasformare Gerace in un modello di Cultural Destination capace di integrare patrimonio storico, accessibilità, innovazione digitale e sviluppo economico locale. Tra gli interventi principali figurano un nuovo collegamento verticale tra il parcheggio e il centro storico, una spa, il restauro del convento dei Cappuccini destinato a diventare un campus per studenti e ricercatori, e un programma di digitalizzazione del patrimonio, con realtà aumentata e installazioni multimediali per la scoperta delle architetture sacre e civili.

Informazioni utili per organizzare la visita

Gerace si trova nel territorio della Città metropolitana di Reggio Calabria, sulla rupe che domina la Locride, a pochi minuti dalla costa ionica e a distanza ravvicinata dal Parco Nazionale dell’Aspromonte. Il centro storico si visita comodamente a piedi in una o due giornate, alternando la scoperta dei monumenti — cattedrale, chiesa di San Francesco, museo civico e diocesano — alle botteghe artigiane di ceramica e tessitura, spesso visitabili su prenotazione. Per chi vuole approfondire la parte spirituale e archeologica, la visita guidata della cattedrale e della cittadella vescovile permette di scoprire gli scavi e i laboratori di restauro. La sera, tra i vicoli illuminati, Gerace regala un’atmosfera sospesa, ideale per una passeggiata tra pietra, luce e silenzio, prima di ripartire alla scoperta della costa dei Gelsomini o dei sentieri dell’Aspromonte.

Gerace, panorama dal belvedere del castello Normanno, foto Marco Giovenco
Gerace, panorama dal belvedere del castello Normanno, foto Marco Giovenco

Per il soggiorno abbiamo fatto riferimento a Palazzo Sant’Anna, storico edificio in pieno centro di Gerace e affacciato sulla costa ionica. Risale al 1344, quando fu edificato come monastero per le suore di clausura. Oggi offre dieci camere doppie arredate con intarsi di legno, terrazzo panoramico affacciato sul mare e sale per eventi e convegni. Comodo per visitare il centro a piedi. Info e prenotazioni: Via Paolo Frascà, 6, tel. 0964.441019 – 347.9223704.

Comune di Gerace, tel. 0964.356243

Cittadella Vescovile di Gerace, Piazza Tribuna, Gerace – tel. 0964.356323 – 348.0790972

Parco Nazionale dell’Aspromonte, via Aurora, 1 – Gambarie – 89057 Santo Stefano Aspromonte (RC). Tel. 0965/743060

Reggio Calabria Welcome

Camera di Commercio di Reggio Calabria

Pro loco di Gerace

Bar pasticceria Tocco, Piazza del Tocco 7, Gerace. Tel. 0964.356028

Palazzo Candida, via Candida 7, Gerace, tel. 0964.086441 (ristorazione) – 370.1435693

Ceramiche Condò, Piazza Tribuna, Gerace. Tel. 347.5175906 – 346.0930529

Ristorante il Lupo Cattivo, c.da Cavurìa, Gerace. Tel. 0964.355143 – 347.6509403